Roma Multietnica: intervista a Gabriella Sanna, responsabile del Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma

Scritto da   Mercoledì, 30 Novembre 2011 01:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)
Roma Multietnica: intervista a Gabriella Sanna, responsabile del Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma

"Valorizzare le radici del multilinguismo significa creare risorse per tutto il paese"

Come nasce il progetto Roma Multietnica e quali sono le attività principali?

Il progetto è nato all'interno delle biblioteche di Roma, con l'obiettivo di consolidare e rafforzare la partecipazione straniera alla vita della città.

Alla fine degli anni '80 gli stranieri presenti a Roma erano già 200.000 mentre oggi il numero si aggira intorno ai 400.000. L'idea, nata dalla necessità di far conoscere tra loro le diverse culture e integrarle, è stata quella di dedicare dei veri e propri servizi mirati ai migranti all'interno delle biblioteche.

Per conseguire questi obiettivi, Roma multietnica ha realizzato una "guida alla città" che oggi conta tre edizioni di cui la prima nel '87 e l'ultima pubblicata nel 2008 a cui si è aggiunto il sito www.romamultietnica.it.

Tutta la ricchezza che le comunità migranti hanno creato da un punto di vista artistico, culturale ed imprenditoriale è stata dunque messa insieme. Anche perché la ricchezza di Roma sta anche nel suo essere a tutti gli effetti una città plurilingue, multietnica e multiculturale.

In base alla sua esperienza, quali sono i centri e i luoghi più attivi all'interno delle diverse comunità nella città?

A mio parere, ci sono due direttive sul protagonismo immigrato a Roma. Una si attiva nei luoghi di aggregazione. Ad esempio, per quanto riguarda la comunità latino americana, molto legata al culto della religione cattolica, sicuramente le parrocchie sono diventate dei veri e propri centri di accoglienza, dove si organizzano numerose attività, feste, ricorrenze, etc.

L'altra direttiva si muove proprio nel campo dell'intercultura un campo più laico dove italiani e stranieri collaborano nella costruzione di reti. Laddove le comunità non sono soltanto impegnate nel tenere vive le loro radici e la loro identità ma riescono anche, cosa importantissima, ad integrarsi in azioni e pratiche cha hanno degli obiettivi comuni; ad esempio, abbiamo organizzato un evento dal titolo "Progettare insieme reti che apprendono", progetto di rete in cui si esprimono sia la realtà delle scuole del quartiere Esquilino che quelle delle comunità immigrate.

Secondo lei, che cosa manca per un processo di integrazione che vada oltre la semplice accoglienza?

Ritengo che l'immigrato voglia innanzitutto salire nella piramide del mercato del lavoro. Soprattutto parlando di seconde generazioni, queste non potranno più accontentarsi di essere confinate alla base della piramide. Con queste parole mi riferisco ai lavori meno qualificati, intesi come quei lavori con scarse possibilità di crescita futura che la prima generazione di stranieri in Italia ha dovuto svolgere, pur possedendo in molti casi qualifiche ed un livello di studi elevato. È per questo motivo che troviamo ingegneri nel ruolo di assistente domestica, presidi e insegnati che lavorano come assistenti agli anziani.

Questo è un aspetto che le aziende e il mondo imprenditoriale in generale devono costruire perché l'emarginazione nel mondo del lavoro poi produce emarginazione sociale.

Il discorso sulle seconde generazioni è più complesso: questa gente ha specifiche aspettative, si sente italiana, è cresciuta in Italia, sta studiando nelle nostre scuole e nelle nostre università, ma rischia spesso, come è successo in altri paesi, di trovare delle barriere. La prima barriera è proprio quella della cittadinanza, che può essere conquistata soltanto a 18 anni. C'è una grandissima battaglia in corso, tra cui la campagna "L'Italia sono anche Io". Recentemente il presidente Napolitano si è pronunciato per un salto in avanti della nostra legislazione a favore della cittadinanza per i bambini nati in Italia, ma il problema riguarda anche i bambini arrivati con i ricongiungimenti. Loro si aspettano un paese che li consideri italiani, si aspettano un paese non che li accolga, ma che li inserisca a pieno titolo in un processo che riguarda tutti i giovani di questo paese.

Sul vostro sito sono pubblicate le novità sul concorso "Figli di tante patrie. Le seconde generazioni raccontano le prime". Ce ne vuole parlare?

Il nostro concorso è nato proprio per valorizzare una pratica, ci auguriamo buona, che noi chiamiamo "del doppio binario". Si tratta di una pratica nata all'interno delle biblioteche di Roma e che conduce alla valorizzazione delle proprie radici e del proprio multilinguismo intese come risorse. Per questo, le biblioteche lavorano sia sul multilinguismo che sull'italiano come accrescimento. Per i ragazzi, valorizzare le proprie radici e non rinnegarle, raccontare la loro famiglia di origine può rappresentare uno spunto per riflettere e per ripensare alla propria storia in maniera positiva.

Attraverso il concorso, i ragazzi potranno raccontare la propria famiglia per mezzo di foto, racconti brevi o video, e tutto questo può essere uno spunto per pensare la propria doppia appartenenza come "appartenenza al mondo e non ad una sola patria". Il concorso è aperto ai giovani dai 14 fino a 36 anni. Molte scuole ci hanno già dimostrato interesse per l'iniziativa.

Avventure nel Mondo, che ha scritto un po' la storia dei viaggi "diversi", ha sposato il nostro progetto, accettando di sponsorizzare questo concorso e dando in premio un viaggio per i giovani vincitori.

Questa scommessa, che speriamo venga raccolta, è solo un primo passo per conoscere l'universo così variegato delle seconde generazioni.

Letto 2303 volte

Informazioni aggiuntive