Bracconaggio: un reato ambientale tra i più odiosi e meno noti al grande pubblico. L'anno scorso, ad esempio, sono stati accertati 770 reati legati al bracconaggio, con 590 persone denunciate, 236 armi sequestrate e 22 arresti.

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Domenica, 20 maggio, si svolgerà a Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano la  27ma edizione della Festa dei Popoli, manifestazione che ha lo scopo di dare spazio e visibilità alla fede e alla cultura delle comunità cattoliche immigrate della Diocesi di Roma e di offrire a tutti la possibilità di entrare a diretto contatto con i fratelli di altre culture da tempo presenti nella città.
A promuovere la manifestazione Impresa Sant’Annibale Onlus, Caritas diocesana e Migrantes, il cui direttore dell’ufficio della Diocesi di Roma, Don Pierpaolo Felicolo, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

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Uno dei confini più caldi del mondo è quello tra Etiopia ed Eritrea, teatro di una guerriglia continua tra i due eserciti, attraversato da migliaia di uomini e donne in fuga dal conflitto e dalla fame. In questi giorni, a Roma, è esposto “Muta il cielo”, il lavoro di una fotoreporter che ha seguito in particolare il viaggio delle donne eritree: dai villaggi devastati dalla guerra, attraverso le tappe africane, fino ai centri di accoglienza in  Europa. Le foto esposte nella galleria WSP Photography di Roma fino al 7 marzo, raccontano l’odissea quasi sconosciuta di queste donne: adolescenti, madri o figlie, accomunate da esperienze di violenza, sopruso e abbandono che possono durare anche per decenni.
A conti fatti”, la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha incontrato l’autrice del reportage, Cinzia Canneri.


Può fare un inquadramento sociale e storico dell'Eritrea? Da che cosa ha origine il conflitto, e qual è la situazione attuale?
L'eritrea vive una situazione di dittatura: una delle più terribili dittature che vi sono al mondo. Le persone sono soggette a persecuzioni e a un servizio militare illimitato che coinvolge sia uomini sia donne. È un paese stremato dalle guerre: la prima guerra di indipendenza dall’Etiopia, dal 1961 al 1991; e la seconda guerra, dal ‘98 al 2000, che è considerata una delle più atroci, perché in soli due anni si stima siano morte 19 mila persone. Una stima, questa, che riguarda soltanto l'esercito, e soltanto il confine del villaggio Badme, tra l'Etiopia e l'Eritrea. Questa guerra è finita con l'Accordo di Algeri (dicembre 20002, in seguito a una mediazione dell’ONU, ndr.) che ha determinato il confine assegnando il villaggio all'Eritrea. Ma l'Etiopia non ha mai accettato questo verdetto. In Eritrea c’è quindi una situazione di guerriglia ai confini con l’Etiopia e una dittatura dal 19993: sempre lo stesso capo di governo, Isaias Afewerki. Non vi sono elezioni; nonostante la liberazione e l'indipendenza dall’Etiopia non si è mai attuata la costituzione; e le persone sono soggette a dittatura, persecuzione e, appunto, al servizio militare illimitato che coinvolge uomini e donne.

Com’è nato il progetto del reportage, oggetto della mostra? Com’è venuta a conoscenza di queste storie?
L’idea è nata dal voler analizzare la migrazione di genere che riporta delle sue specificità. Qual è la migrazione delle donne? Quali problematiche e quale caratterizzazione ha? Dall'altra parte, ero interessata al coinvolgimento dell'Italia nella storia di questo paese (l'Eritrea è stata una colonia italiana per più di cinquant’anni) e al perché di questo paese si parla e si conosce poco.

Chi sono le donne ritratte nelle foto, i soggetti di questa migrazione di genere? Quali sono i motivi che le spingono a partire dal loro paese?Come ho detto sono coinvolte quanto gli uomini nel servizio militare illimitato. Già a 16 anni viene effettuata la “Sawa”, una specie di scuola e di praticantato dove viene deciso se le persone continueranno negli studi o nel servizio militare. I più vengono scelti per il servizio militare, che vuol dire andare in un paese sperduto da cui, della persona, si può anche non sapere più niente per anni. Lasciano quindi le proprie famiglie in una situazione di vulnerabilità: non sanno come sopravvivere. Vi è quindi una condizione della vita quotidiana insostenibile. Durante il servizio militare, per le donne vi sono poi delle persecuzioni, delle torture sistematiche, anche degli stupri, come hanno riferito alcuni report dell'ONU, che rimangono impuniti. Le donne lasciano l'Eritrea per cercare, ovviamente, una vita migliore, di sostentamento, di sopravvivenza, anche per la propria famiglia.

Che cosa si aspettano dal viaggio, dalla vita in Europa quando partono? Che cosa trovano, invece, al loro arrivo?
L'aspettativa del viaggio ovviamente è per una vita migliore. Quando ho avuto modo di parlare con loro, di evidenziare gli aspetti negativi, come la condizione di non inserimento,  che possono trovare in occidente, ho notato che la loro spinta è comunque a provare ad uscire da una situazione. Oltre all'aspetto “ideale” di un destino migliore, ciò che le spinge è una forza di sopravvivenza. Questo è un aspetto nuovo che dobbiamo considerare. Quando evidenziamo gli aspetti negativi che possono poi trovare in occidente, il non avere una vita migliore, dobbiamo considerare che loro devono uscire da una situazione di estremo pericolo. È proprio la spinta alla sopravvivenza che le porta a fuggire.

La mostra parla anche del viaggio, che non è breve: spesso dura mesi o anni, ed è pieno di episodi violenti. Possiamo dare un'idea di ciò che succede a queste donne durante il viaggio?
Il viaggio che mi interessa analizzare è quello di migrazione, ma durante il viaggio si determinano degli insediamenti molto lunghi nelle città africane. La dimensione temporale che noi abbiamo del viaggio è stereotipata: si pensa quasi che partano e poco dopo arrivino. In realtà un viaggio può durare anche vent’anni e può determinare anche dei blocchi. Cioè, molte donne si possono trovare bloccate in alcune città dell'Africa. Di solito la traiettoria di migrazione verso l'occidente è questa: dall’Eritrea si passa all’Etiopia e al Sudan; poi vi è una biforcazione: Egitto o Libia. Scelgono la via dell'Egitto soprattutto le donne che hanno meno finanziamenti e sostegno economico dai parenti che possono avere in occidente: hanno la speranza di imbarcarsi da Alessandria, facendo una via più lunga e con più pericoli in mare, ma che determina meno pericoli via terra rispetto alla Libia. Una speranza del passato perché ormai da un paio d'anni la via dell'Egitto è bloccata. Oggi succede che anche le donne che sono al Cairo si spostano in Libia, proprio  perché dal Cairo è tutto fermo. Il viaggio di migrazione delle donne, è quindi un lungo viaggio che passa per delle città africane, e che lì si può anche bloccare, determinando delle problematiche specifiche da città a città.

Quali sono i pericoli che corrono durante il viaggio?
Ovviamente il primo pericolo è la violenza sessuale, oltre a quello della perdita della vita che riguarda tutti i migranti. Conoscendo la loro storia, parlando con loro, raccogliendo le loro testimonianze, mi sono focalizzata anche su un altro tipo di problematica che vivono: quella dell'abbandono.

Da una parte, la violenza del trafficante è conosciuta da tutti noi. Adesso è abbastanza frequente vedere immagini, avere dei report sulle violenze che avvengono, soprattutto in Libia, durante il passaggio nel deserto. Meno conosciuta è la situazione dell'abbandono. Essendo il loro viaggio così lungo, succede che in città come ad esempio Khartum, in Sudan, possano restare anche dieci anni. Ho raccolto testimonianze di donne rimaste lì dieci anni per racimolare i soldi e proseguire nel loro viaggio. Che cosa succede? Si accoppiano, volontariamente, con persone solitamente della loro etnia, e ricreano un piccolo gruppo di famiglia. Però, fuori dalle regole della propria comunità di appartenenza, e con l'obiettivo del viaggio, è facile che le donne siano poi lasciate dagli uomini e si trovino da sole, con dei figli, a dover proseguire nel loro viaggio; cosa che le rende ancora più vulnerabili ovviamente, e le pone in una situazione di ancora maggior pericolo. La violenza sessuale è addirittura vissuta come qualcosa che si sa: quasi un sacrificio che la donna deve affrontare. Questo lo dimostrano anche le applicazioni sottocutanee che si fanno: contraccettivi a lento rilascio di ormoni che si iniettano prima di partire, dimostrando così di sapere di andare incontro a violenze. La condizione dell'abbandono è meno contemplata, ma a livello psicologico e sociale è ancora più devastante.

Come e dove ha incontrato ha incontrato queste donne? Dove ha scattato le fotografie? Con quali associazioni e realtà è venuta in contatto per realizzare il reportage?
Ho iniziato questo reportage nei centri di accoglienza di Roma: nel Centro Umanitario di via del Frantoio e nel centro della Croce Rossa di via Ramazzini. Quindi ho iniziato a conoscere le donne, a raccogliere le loro testimonianze, all'interno dei centri. Poi mi sono spostata in Africa: sono andata sia al Cairo che ad Addis Abeba in Etiopia, e ho cercato di conoscere la loro vita comunitaria in queste città. Ovviamente in queste tre tappe, in queste tre situazioni diverse, ho trovato anche testimonianze e condizioni diverse della donna. Ad Addis Abeba, che è la prima tappa dall’Eritrea, arrivano le donne rifugiate che chiedono asilo politico; anche lì per racimolare dei soldi e poi proseguire nel loro viaggio che poi passa dal Sudan. Ad Addis Abeba ho conosciuto donne che, appunto, già si preparavano alle pratiche delle iniezioni sottocutanee cui ho accennato. Si può dire che si preparino sia ad affrontare il viaggio con il loro corpo, sia a costruirsi una condizione sociale: a lavorare per racimolare dei soldi per continuare il viaggio. Al Cairo invece ho conosciuto le donne bloccate in questa città; cosa che determina grandissimi problemi perché in maggioranza sono cristiane ortodosse. In Egitto le violenze sessuali sono un problema: nel paese più dell'80% delle donne ha subito una molestia sessuale, verbale o fisica. Per le donne eritree, non musulmane, il problema è ancora maggiore. A Roma sono alla loro tappa di arrivo, in cui richiedono il collocamento, solitamente, in paesi europei. Una caratteristica del mio reportage è che ricerco nomi e cognomi delle persone che fotografo. Le persone che fotografo, sanno di essere parte di un lavoro. Spesso vivo nelle loro case, e mi è possibile perché collaboro con delle associazioni: Habeshia con Zerai Moussie, e Gandhi Charity con Alganesh Fessaha. Questo mi ha permesso di entrare nella vita privata e quotidiana delle persone, e di fare un reportage in cui l’immigrato ha una sua identità e una sua storia personale da raccontare, da cui poi si ricostruisce un quadro sociale.

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