Redazione

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Via libera per il Muslim Ban, disposizione che impone seri limiti all'ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 6 Paesi a maggioranza musulmani:  Libia, Sudan, Iran, Somalia, Yemen e Siria. La decisione è stata presa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dato via libera al provvedimento voluto dal presidente Donald Trump. 
I giudici della Corte Suprema si sono espressi a favore della piena applicazione del bando. Si tratta del secondo successo in pochi giorni per Donald Trump, dopo l’approvazione da parte del Senato della sua riforma fiscale. La prima versione del bando venne adottata con un ordine esecutivo del presidente lo scorso marzo, subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Il provvedimento è stato poi sospeso e contestato da diversi giudici e sono ancora pendenti procedimenti giudiziari in corti minori. Questa ultima decisione della Corte Suprema permetterà ora al Muslim Ban di entrare pienamente in vigore. Dei 9 giudici della Corte Suprema, sette hanno autorizzato l’amministrazione Trump ad ignorare le sentenze delle corti di grado inferiore.
Il provvedimento voluto da Trump era stato già annunciato al momento dell’emissione di un altro ordine esecutivo che dava avvio alla costruzione di un muro sul confine tra Usa e Messico al fine di bloccare l’immigrazione illegale proveniente dall’America del Sud. Le questioni riguardanti l’immigrazione e la sicurezza nazionale erano state agitate durante la campagna elettorale, e su queste Trump aveva puntato molto. Il ban è stato immediatamente impugnato davanti ai giudici dalle parti lese e dalle associazioni che li rappresentano; è così iniziata una vertenza giudiziaria tra la magistratura americana e il Presidente che è tuttora in corso. Inizialmente sulla lista nera dei Paesi per i quali Trump aveva chieso il Muslin Ban faceva parte anche l’Iraq, che però, in quanto alleato di Washington, ha ottenuto di essere tolto dalla lista.
L’Italia è in netta ripresa: l'export, l'industria manifatturiera, e il turismo vanno a gonfie vele. Allora perché gli italiani continuano a essere pessimisti circa il futuro? la fonte del disagio appare essere il blocco della mobilità sociale. Nonostante il recente trend positivo certificato dall’Istat, che rileva come il Pil italiano nel terzo trimestre del 2017 sia aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,8% su base annua, a quanto pare a crescere è anche il rancore che si traduce in sentimenti negativi nei confronti dell'immigrazione (questo per il 59% degli italiani). 
Secondo l’analisi del Censis - nel suo 51esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese - "persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura: il rimpicciolimento demografico del Paese, la povertà del capitale umano immigrato, la polarizzazione dell’occupazione che penalizza l’ex ceto medio". In particolare, secondo l'istituto di ricerca "non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e per questo il blocco della mobilità sociale finisce per creare rancore". Un fenomeno questo, si legge ancora nel Rapporto, che nella nostra società "è di scena da tempo, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l’alto, attraverso i veementi toni dell’antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale, che nella crisi ha coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale".
Il ceto medio - si evince dall'analisi del Censis - ha paura di finire in povertà e la stessa cosa pensano le fasce più deboli, che temono di diventare ancora più povere. Il problema per gli italiani è dunque il declassamento sociale: l’87,3% degli appartenenti al ceto popolare, infatti, pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e il 71,4% del ceto benestante. Al contrario, però, pensano che sia facile scivolare in basso il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani. Il che aumenta in modo preoccupante quando si scende nella scala sociale: 72% tra le casalinghe, 71% tra i disoccupati, 63% tra gli operai. 

Su "A Conti Fatti" si parla di usura.

Intervengono:

  • Lino Busà, coordinatore nazionale di SOS Impresa
  • Franca De Candia, fondatrice Anvu - Associazione Nazionale Vittime dell'Usura
  • Monica Nassisi, presidente Anvu
Un Fondo di Solidarietà per la Chiesa è fondamentale in Africa, perché "il Paese deve far fronte a barriere sociali ed economiche derivanti dal debito enorme, epidemie, povertà estrema, e disordini politici". La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti motiva così l'iniziativa "Un appello di Solidarietà con l’Africa", che si fonda sui principi dell’appello lanciato da San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Ecclesia in Africa. "Nonostante queste sfide e la difficoltà che ne deriva- spiegano i vescovi degli Stati Uniti - la Chiesa in Africa è quasi triplicata come numero di fedeli negli ultimi 30 anni. Tuttavia, è difficile per la Chiesa sostenere la sua crescita e mantenere un essenziale impegno pastorale". 
Il Fondo fornisce sovvenzioni per finanziare progetti pastorali tra cui programmi di sensibilizzazione e di evangelizzazione, scuole e formazione per il clero e i ministri laici. La nostra solidarietà è necessaria per aiutare la Chiesa "sale della terra" in Africa a realizzare il suo potenziale come "luce del mondo", afferma il comunicato ripreso dall’agenzia Fides.
La Repubblica Democratica del Congo (Rdc) - nonostante le innumerevoli risorse naturali - è ad esempio uno dei Paesi più poveri del mondo. Molte persone non hanno accesso ad acqua potabile, a strutture sanitarie adeguate, e a servizi sociali di base, come l’istruzione o l’assistenza sanitaria. Il tasso di analfabetismo nel Paese è alto e colpisce soprattutto le donne. 
Proprio in virtù di queste difficoltà uno dei progetti finanziati attraverso una sovvenzione del Fondo di solidarietà per la Chiesa in Africa (Sfca), è il Centro Naomi di Kisantu, nella Repubblica Democratica del Congo, per fornire formazione professionale ed educazione religiosa ai giovani migranti e alle madri analfabete. Kisantu ha un’alta popolazione di migranti e rifugiati di guerra provenienti dai Paesi confinanti, e così il centro lavora per creare opportunità per giovani madri e migranti indifesi, con programmi di alfabetizzazione e di sviluppo che offrano la speranza di una vita dignitosa. Con il finanziamento aggiuntivo da parte dell’Sfca, il Centro Naomi offrirà corsi di alfabetizzazione, cucito e di "Life Skills" per rafforzare l’autostima e l’esperienza lavorativa per 140 donne. 

 

"Con voi rendo grazie al Signore per l’odierna firma della Dichiarazione comune, che sancisce la lieta conclusione della fase riguardante la vita sacramentale". Lo ha detto Papa Francesco ai membri della Commissione Mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira dell’Oriente. Il Pontefice - scrive  FarodiRoma - si è detto felice per quello che sembra un nuovo passo verso "quel giorno benedetto e tanto atteso, nel quale avremo la gioia di celebrare allo stesso altare la piena comunione nella Chiesa di Cristo". Un ulteriore passo che è innanzitutto un ulteriore avvicinamento tra le due Chiese dopo la storica Dichiarazione cristologica firmatanella Capitale nel 1994. "Confessata la stessa fede nel mistero dell’Incarnazione" - ha ricordato il Papa nel suo messaggio - la Commissione mise in programma due fasi: una sulla teologia sacramentale e una sulla costituzione della Chiesa. Il Pontefice ha particolarmente messo in evidenza l’importanza del segno della croce in questo cammino ecumenico comune, simbolo esplicito di unità tra tutte le celebrazioni sacramentali: "Facendo il segno della croce, richiamiamo le piaghe di Cristo, quelle piaghe che la risurrezione non ha cancellato, ma ha riempito di luce. Così pure le ferite dei cristiani, anche quelle aperte, quando sono attraversate dalla presenza viva di Gesù e dal suo amore, diventano luminose, diventano segni di luce pasquale in un mondo avvolto da tante tenebre". "Quando guardiamo alla croce o facciamo il segno della croce - ha detto ancora il Papa - siamo anche invitati a ricordarci dei sacrifici sofferti in unione con quello di Gesù e a stare vicini a quanti portano oggi una croce pesante sulle spalle". "Alcuni autori della Chiesa Assira dell’Oriente hanno inserito il segno della croce tra i misteri sacri, nella convinzione che ogni celebrazione sacramentale dipenda proprio dalla Pasqua di morte e risurrezione del Signore". Una "bella intuizione" dice ancora Papa Francesco, perché "il Crocifisso Risorto è la nostra salvezza e la nostra stessa vita" e "dalla sua croce gloriosa" "sgorga l’unità tra i sacri misteri che celebriamo, ma anche tra di noi, che siamo stati battezzati nella stessa morte e risurrezione del Signore".

Da domani, 1° dicembre, sarà possibile fare domanda per il "Reddito di inclusione". Il Rei che oggi ha un valore complessivo di 1,7 miliardi di euro - spiega il quotidiano La Stampa - è un beneficio che inizialmente riguarderà le famiglie con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e gli over 55 disoccupati. La misura riguarderà per ora 500 mila famiglie per un totale di 1,8 milioni di persone e avrà un tetto di 485 euro al mese – 5 mila e 800 l’anno – nel caso di famiglie in difficoltà con almeno cinque componenti (solo 187,5 euro invece per una persona sola).
La misura viene riconosciuta a nuclei con un Isee non superiore a 6 mila euro e un valore patrimoniale (diverso però dall’abitazione) non superiore ai 20 mila euro. È inoltre necessario risiedere in via continuativa in Italia da almeno due anni, e possono richiederlo cittadini europei o extra Ue con permesso di lungo soggiorno. Le domande potranno essere presentate da inizio dicembre ai Comuni, che invieranno le informazioni all’Inps entro 15 giorni. Una volta controllati i requisiti, l’istituto di previdenza potrà o meno riconoscere il diritto al reddito.
Il reddito di inclusione, inoltre, può durare al massimo 18 mesi ed è necessario che trascorrano almeno sei mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo chiedere per una seconda volta. Chi avrà diritto al beneficio riceverà - spiega ancora La Stampa - una carta di pagamento delle Poste – la Carta Rei – simile ad una prepagata su cui viene caricata l’ intera somma. Potrà essere usata anche per fare prelievi in contante, ma solo per la metà dell’ importo: una novità quest’ ultima, visto che finora era previsto l’ uso solo per acquisti in supermercati o farmacie.
Non sarà però assistenzialismo. Infatti è stato introdotto per i beneficiari l’obbligo di seguire dei progetti personalizzati, per superare la condizioni di povertà e tentare di reinserire nella società e nel mondo del lavoro i più poveri. Inoltre, il beneficio verrà dimezzato o anche sospeso se i componenti della famiglia sostenuta dal Rei non si presentano alle convocazioni nei Comuni di residenza.

Una esenzione dall’innalzamento previsto per il 2019 del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia e del requisito contributivo per la pensione anticipata per le 11 categorie già individuate ai fini dell’Ape sociale e 4 categorie aggiuntive. Questo, in sostanza, quanto prevede  il documento del governo sulle pensioni presentato ai sindacati. Le 11 categorie che potranno beneficiare delle pensioni anticipate ci sono operai dell’industria estrattiva, edilizia e manutenzione edifici; conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni; conciatori di pelli e di pellicce; conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante; conduttori di mezzi pesanti e camion; personale delle professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni; addetti all’assistenza personale di persone non autosufficienti; insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori degli asili nido; facchini; personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia; operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti. A queste categorie, l’esecutivo ora ne aggiunge altre quattro: operai e braccianti agricoli, marittimi, addetti alla pesca, siderurgici di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti ad alte temperature. Il testo precisa che l’esenzione è condizionata allo svolgimento di attività gravose da almeno 7 anni nei 10 precedenti il pensionamento, nonché, al fine degli effetti per il requisito anagrafico, al possesso di un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni. 

Su "A Conti Fatti" si parla di scorie nucleari.

Intervengono:

  • Fabio Chiaravalli, Sogin
  • Jacopo Giliberto, Sole 24 Ore
  • Vincenzo Balzani, Università di Bologna
Un messaggio che ha rovesciato "il punto di vista della visione ormai dominante nelle nostre società" quello fatto da Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale della Pace. Lo ha detto Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, durante una conferenza stampa presso la Sala Stampa della Santa Sede. Iacomini ha aggiunto, riprendendo i discorsi del Pontefice che il discorso fatto: ha visto "i flussi migratori come elemento e alimento della pace, e non della paura o del pericolo", spostando l’attenzione "dall’aspetto esteriore del fenomeno – milioni di persone in marcia evocano ataviche paure d’invasione e sconvolgimento della propria realtà – a quello interiore, alle motivazioni profonde e inderogabili che hanno spinto ciascun individuo ad abbandonare la propria casa, al bisogno di ognuno di vivere in serenità e sicurezza la propria esistenza terrena". Il che è un esercizio solo "apparentemente facile" perché, in realtà, richiede una cospicua dose di "coraggio". Iacomini - scrive FarodiRoma - ha poi aggiunto che "pensare al migrante come a una persona è l’esercizio opposto rispetto al trasformare le persone in numeri" e "ci costringe a fare i conti con ciò che ci rende simili all’altro", ovvero "il nostro desiderio di pace" e di amore, che a ben vedere "è lo stesso". "Guardare alla persona provoca empatia, guardare alle masse induce terrore", ha proseguito il portavoce Unicef osservando a tal proposito come l’immagine di un solo bambino, il piccolo Aylan Kurdi riverso sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, nel 2015, "scosse le coscienze dell’Europa più del milione di profughi siriani in marcia attraverso i Balcani".
Secondo Iacomini, il Papa grazie alle sue parole ha dato "un monito preciso e ineludibile a fare accoglienza e inclusione sociale sul serio", cosa completamente diversa dal solito (e "banale") "aiutiamoli a casa loro". Oggi - riporta ancora il sito FarodiRoma.it - ha osservato ancora il portavoce, "se chiediamo all’uomo della strada quali siano i problemi che lo affliggono, troveremo regolarmente la parola ‘invasione’ in cima alla lista delle preoccupazioni": "questo è il velenoso prodotto di quelli che il Papa definisce apertamente fomentatori di paura e seminatori di violenza". Eppure, "il mondo intero è in movimento, e noi italiani ed europei nonostante le percezioni catastrofiste restiamo ancora ai margini di questo fenomeno", ha proseguito Iacomini rivelando come dei quasi 6 milioni di civili fuggiti dalla Siria in guerra, "solamente il 15% sono arrivati in Europa, e addirittura lo 0,2% in Italia". "Paesi come Libano o la Giordania sopportano un peso inimmaginabile per noi, con una quota di rifugiati siriani che arrivano a circa un quarto della popolazione residente!", ha esclamato il rappresentante Unicef chiarendo di più a quali Paesi si riferisca Bergoglio quando nel suo messaggio parla di "famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo, anche dove le risorse non sono abbondanti, aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, con creatività, tenacia e spirito di sacrificio". Ha poi concluso con una domanda Iacomini: "il vero nodo che il Papa ci pone davanti è un altro: quanto contano davvero i valori della solidarietà nelle visioni politiche che si confrontano oggi? Quanto si salva del nostro patrimonio etico, civile e culturale quando le proposte e le decisioni con cui affrontiamo il fenomeno migratorio sono finalizzate al consenso di breve termine delle prossima prossima scadenza elettorale?".

In Italia bambino su otto vive in una condizione di povertà assoluta, il 14% in più rispetto all’anno scorso. Nel nostro Paese, infatti, vivono 669 mila famiglie con minori in condizione di povertà assoluta che - una volta sostenuti i costi per la casa e per la spesa alimentare - possono spendere solo 40 euro per la cultura e 7,60 per l’istruzione al mese. È un fenomeno che investe tutta la Nazione: i bambini in questa situazione – 1.292.000, il 14% in più in un anno – rappresentano il 12,5% del totale dei minori (il 12% al Nord, l’11,6% al Centro, il 13,7% al Sud). Il dato allarmante emerge dal rapporto de l’Atlante dell’Infanzia a rischio 2017 di Save the children, giunto all’ottava edizione e per il secondo anno consecutivo edito da Treccani. Il rapporto è dedicato al mondo della scuola e intitolato significativamente – a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani – “Lettera alla scuola”. Infatti i dati fanno riferimento al nostro Paese dove anche la scuola è in difficoltà e non sempre riesce a colmare le disparità socio-economiche. "La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che sono gettate le basi del loro futuro", ha detto il direttore generale dell'organizzazione umanitaria, Vittorio Neri il giorno della presentazione ufficiale del rapporto, a Roma, aggiungendo che "continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità". Di qui la necessità che "sia riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale ed economico in cui vivono", ha concluso Neri. In questa cornice, la correlazione tra condizione socio-economica e successo (o insuccesso) scolastico è più forte che in altri Paesi europei: nelle scuole caratterizzate da un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, mentre la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. Negli ultimi decenni sono stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente. Tuttavia, se il dato nazionale è oggi pari al 13,8%, la Sicilia detiene il primato negativo del 23,5%, seguita dalla Sardegna (18,1%). Secondo l’associazione, il fenomeno continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti perché ogni anno oltre 130mila ragazzi sono a rischio dispersione scolastica. Una sfida alla quale Save the children risponde con Fuoriclasse in movimento, iniziativa nata dallo sforzo congiunto dell’organizzazione e dei docenti delle scuole di primo e secondo grado, che mette in rete 150 istituti in tutta Italia, raggiungendo in modo diretto 20mila minori e coinvolgendo attivamente circa 2mila insegnanti e 1.000 genitori. Obbiettivo, cambiare le politiche scolastiche, partendo dal dialogo tra docenti, studenti e famiglie: strumento centrale in questo percorso sono i Consigli fuoriclasse, tavoli di confronto per definire insieme soluzioni e azioni di cambiamento. Grazie al programma, soggetto a valutazione di impatto e illustrato oggi insieme all’Atlante, in questi primi due anni nelle scuole secondarie aderenti il numero di assenze medio è stato dimezzato, i ritardatari cronici sono stati ridotti dell’8,6%; il 5% degli studenti ha migliorato il rendimento. Risultati positivi, infine, si sono registrati anche nelle primarie.

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