Intercultura

Intercultura (125)

Le terre di Missione sui Cinque Continenti, sono Territori dove il Cristianesimo s’è diffuso recentemente; i Cristiani sono ancora una minoranza e si tenta di “diffondere il Vangelo” costituendo nuove Comunità.

Una missione difficile perché il Messaggio evangelico e la Persona di Cristo impegnano tutto l’uomo, in una visione del destino umano radicalmente diverso da quello proposto dalle differenti culture. La scelta d’essere cristiani implica spesso eroismi e martirio. Una vita a rischio. Cristo parlò chiaro: Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.
Spesso mi è stato possibile entrare nelle situazioni concrete e nelle tensioni segrete, dei rispettivi popoli.

Mi vorrei soffermare brevemente sull’Africa.

Mi sembra che il Continente Africano abbia tre anime. Per leggerle, non si deve partire da una laicità ormai abituale nel nostro Occidente; il quale tende ad alienare l’aspetto religioso, innanzitutto privatizzandolo e poi combattendolo come non conforme ad un umanesimo, che attraverso le acquisizioni scientifiche e psicologiche, progredirà verso una sua felice pienezza che non avrà bisogno di trascendenze indimostrabili, di un Dio. Per l’Africa, si deve invece partire da una “connaturale e pervadente” dimensione religiosa che ha come substrato “la religiosità ancestrale”, trasmessa oralmente per secoli dagli antenati, ed assorbita, recentemente, dalle religioni così dette “rivelate”: il cristianesimo e l’islam.
Duemila anni fa, tutto il Nord Africa mediterraneo divenne cristiano. Si riempì di Martiri, di Dottori, di Contemplativi. Basti pensare ai Monaci d’Egitto incominciando da S. Antonio Abate e S. Cirillo di Alessandria (Egitto), a S. Cipriano di Cartagine, ai 49 martiri di Abitene, a S. Agostino di Tagaste. Sono la punta di un Iceberg. Tutta questa civiltà fu travolta dalle truppe Islamiche nel settimo ottavo secolo; e l’Islam si affermò come ultima rivelazione di Dio presentandosi prima con blandizie poi con la forza. Fino a Si salvò soltanto l’Etiopia. Oggi esso insiste a dire che l’Africa è per sua natura Islamica.
Nel Sud Sahara, è prevalso il cristianesimo diffusosi recentemente attraverso la Colonizzazione occidentale, con la diffusione, non certo felice, del frammentato Protestantesimo nordeuropeo, ancora causa di smarrimenti e confusioni.
E’ comunque l’ancestrale sentimento religioso dell’Africano a fare da coagulante socio-politico e a permettere un dialogo sia pure minimo tra le religioni così dette “monoteiste”.
Perciò, non possiamo neppure parlare di laicità e democrazia, di separazione tra Chiesa e Stato, tra etica civile e morale religiosa, come si parla in Europa. Per l’Africano, sono un tutt’uno o quasi. Lo Stato non può essere a-religioso. L’uomo politico deve fare professione religiosa pubblica più degli altri. In un certo senso è anche capo religioso. Ha una sua sacralità intangibile. Un Arcivescovo mi osservò quanto “ sia corrotta la democrazia occidentale quando elegge un Presidente per dimetterlo dopo appena 5 o 7 anni”. La democrazia occidentale non è ancora entrata nella mentalità africana. Di qui, le soluzioni furbe da parte di molti Presidenti, pur di rimanere in carica a vita, avvalendosi addirittura della dimensione religiosa.
L’effetto più immediato è il clientelismo famigliare, etnico o religioso dei Politici. Il secondo effetto, un arricchimento esorbitante attraverso una catena di privilegi famigliari, sociali, politici, perfino religiosi, dei più influenti. Nei paesi a maggioranza islamica la discriminazione verso i non islamici è fortissima, con ingiustizie socio-economiche e politiche, impressionanti. E si trasforma in studiata pressione proselitistica. O ti converti o non ottieni, anche se tu ne hai tutti i diritti.
Chi vuole inserirsi come imprenditore, deve considerare prima questo contesto.
L’Africa di conseguenza presenta, due anime, cristiana ed islamica, in qualche maniera, in dialogo principalmente per merito di un sottofondo religioso ancestrale.
C’è un altro elemento da cui non prescindere: il tribalismo o etnismo. I Confini degli Stati africani sono frutto di un’imposizione colonialista orientata soltanto a dividersi i territori come fossero delle proprietà. Sono confini assolutamente artificiali, che hanno spaccato in due, Etnie, tribù, famiglie, condizionandone la lingua: anglofona, francofona, lusitano fona, ecc., o, al contrario, hanno costretto in un unico Stato realtà diversissime per, discendenza, tradizioni o religione, come in Sudan… Con ciò, si capiscono sia l’instabilità politica, sia le guerre civili, sia il bisogno di un pugno di ferro da parte dei governi.
Le ideologie che hanno insanguinato l’Europa rivoluzionaria degli ultimi secoli, non hanno inciso come si pensava sulla mentalità africana anche se hanno contribuito a scatenare guerre. Infatti, le guerre sono finite in tutt’altra direzione da quella desiderata dalle Nazioni Occidentali. Le quali hanno guadagnato in vendita di armi ma non nel resto.
Al di là di tutto, dopo le guerre in ogni stato ho constatato in diverse nazioni, un boom economico notevole, come dopo la seconda guerra mondiale in Italia e in Germania. Non manca chi sottolinea che il boom è portato avanti da arricchimenti indebiti di alcuni, specialmente dei politici che hanno saputo pilotare o approfittare dei marasmi nazionali e del potere.
A partire dal SudAfrica, c’è un risveglio impensabile, data anche la ricchezza incredibile di materie prime in alcune zone: dal petrolio (tutta la costa atlantica, dalla Nigeria alla Namibia; il Sudan, la Libia, ecc.) ai minerali rari, ai diamanti. Basti pensare al famoso “copper belt”, dal Congo al SudAfrica.
Le Nazioni che più stanno investendo per la loro estrazione sono le due Potenze Asiatiche: Cina e India. Sono presenti ovunque. Anticipano denaro liquido, senza condizioni né economiche né ideologiche; e si fanno pagare, estraendo loro stesse materie prime, per un valore non facilmente quantificabile, certamente moltiplicato rispetto al denaro prestato.
Ma non possiamo neppure trascurare le risorse idriche, eoliche e gli stessi deserti come ambiente ideale per il “Fotovoltaico”. Una potenzialità elettrica per la desalinizzazione delle acque dei mari attorno e per l’irrigazione dei deserti stessi.
L’Africa, purtroppo, manca di scienziati e d’una classe imprenditoriale a livello industriale; non ha brevetti tecnologici suoi, non ha attrezzature universitarie per eventuali “ricercatori”. Forse manca una predisposizione alla ricerca e alla invenzione oltre che la volontà politica per favorirle.
Si pensa che l’Africa non potrà sfuggire ad una nuova colonizzazione; questa volta, asiatica; non più politica ma tecnologica, più sofisticata ma non meno rapace. E rimarrà depauperata, finché le Università in loco non formeranno una classe di imprenditori e dirigenti d’alto livello capaci di concorrere nei mercati internazionali e non formerà politici esperti, saggi e onesti. Tre aggettivi che basterebbero per dichiarare “santo” un Capo. Come si sta facendo per il primo Presidente della Tanzania, Julius Nyerere.

Don Giuseppe Magrin - Incaricato del Settore Formazione del Clero Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli

L’enciclica sociale Caritas in Veritate è un dono prezioso di Benedetto XVI per illuminare il nostro cammino di imprenditori e dirigenti cristiani, in questo tempo di crisi in cui occorre pensare a un nuovo modello di sviluppo per la costruzione del bene comune e di un mondo migliore soprattutto per le giovani generazioni.

Il Santo Padre fa capire che dobbiamo andare verso una nuova economia e una nuova scienza economica, se vogliamo salvare gli uomini promuovendo lo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità. E’ un messaggio che Benedetto XVI rivolge non solo ai credenti ma a tutti gli uomini di buona volontà.

La Dottrina Sociale della Chiesa non ha modelli economici da suggerire, ma si preoccupa che le costruzioni umane siano rispettose dei valori naturali della libertà, della responsabilità, della dignità e della creatività dell’uomo. Questo è un principio che è sempre stato presente nell’insegnamento sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 alla recente Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

L’enciclica sociale di Benedetto XVI si caratterizza per la forte tensione teologica perché lo sviluppo basato sulla carità nella verità si colloca ad un livello più elevato dello sviluppo giusto, in forza del rapporto filiale tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa fa parte della teologia, come ebbe già a sottolineare in modo incisivo Giovanni Paolo II, nel suo alto insegna,mento sociale. Ma l’enciclica Caritas in Veritate è anche molto attenta alla dimensione storica della Dottrina sociale della Chiesa per il discernimento morale degli atti umani.

Nell’affrontare le problematiche dei nostri tempi, fra cui la crisi economica, occorre appellarsi a quella che rappresenta la maggiore forza a servizio dello sviluppo: un nuovo umanesimo cristiano che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio.

La cultura cristiana è vocazione allo sviluppo basato sui valori della solidarietà e della sussidiarietà per la costruzione del bene comune. Significative appaiono a questo riguardo le parole che leggiamo al punto 16 dell’Enciclica: “Dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall’altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo”.

Una riflessione sulla Responsabilità Sociale d’Impresa, indirizzata agli operatori economici che devono prendere decisioni a livello manageriale.

La Responsabilità Sociale d’Impresa è una categoria fondamentale dell’etica, attraverso cui si comprende la convenienza - anche economica - di una condotta illuminata.

Antonio Livi, in collaborazione con Sergio Fornai, analizza la nascita di questa categoria dal Summit di Rio de Janeiro nel 1992, in cui le Nazioni Unite invitarono le grandi imprese a definire accordi commerciali che prendessero in considerazione i diritti umani fondamentali ed ambientali e il termine esatto adottato in questo frangente fu Corporate Social Responsibility.

Oltre ai documenti giuridici, la responsabilità sociale di impresa è entrata nella cultura del nostro tempo come manifestazione della volontà delle grandi, medie e piccole imprese di gestire autonomamente le problematiche etiche e sociali.

L’autore, per approfondire la tematica, utilizza le riflessioni di Vittorio Merloni: “Un’ impresa ha bisogno di valori etici e morali di riferimento, altrimenti non può durare nel tempo”, spiegando così che non è sufficiente lavorare esclusivamente per il tornaconto economico. Occorre guardare con attenzione al tessuto della comunità dove l’impresa è inserita. Infatti se essa opera in modo corretto sono in tanti a beneficiarne:gli operai, gli azionisti, i fornitori, ma anche la collettività in termini di servizi, scuole, infrastrutture.

Ovviamente negli anni si sono susseguite, critiche ed obiezioni alla Corporate Social Responsibility. Nel 1989 il filosofo Noroberto Bobbio pose in essere varie riflessioni che si possono riassumere tutte nella tesi che l’unica responsabilità sciale dell’impresa è incrementare i profitti.

Sono state e sono tante le riflessioni e gli studi di economisti cattolici, anche alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Antonio Livi riporta ad esempio gli studi di Stefano Zamagni, secondo cui i principi di autoleggittimazione del mercato non sono uguali a quelli dell’impresa. Infatti, le regole del mercato richiedono rapporti orizzontali e simmetrici tra loro, mentre nell’impresa ci sono regole gerarchiche verticali. Quindi è impossibile ridurre la responsabilità sociale ad una riflessione meramente legata al “ciò che è legale è lecito”

L’Eticità non si può rilegare al concetto di legalità perché essa si costruisce mediante la “compatibilizzazione”degli interessi di tutti coloro che cooperano nell’impresa alla creazione di valore. E’ necessario quindi, che da ogni impresa giunga l’Ethos necessario per contribuire al Bene Comune.

Solo da pensatori che si interrogano, da imprenditori che si pongono ogni giorno problematiche etiche, dai lavoratori che fanno concretamente l’impresa, nascono le best practices capaci di costruire “cultura nuova”.

Antonio Livi , in collaborazione con Sergio Fornai, Etica dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di valutazione e la dottrina sociale della Chiesa, Leonardo da Vinci editore.

Lunedì, 09 Marzo 2009 01:00

Vittorio Bachelet: era solo ieri

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“I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che dovrebbero educarli al senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno da adulti in una società molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere.

Donde la necessità di una formazione […] sempre più legata ai valori e ai principi essenziali e nello stesso tempo sempre più staccata e insieme sempre più sensibile ai concreti contenuti storici, che l’evolversi della convivenza umana viene dando all’ideale concreto di bene comune”.

Vittorio Bachelet era un uomo concreto e profondo, che faceva del bene comune la missione di ogni uomo, e soprattutto di ogni cattolico. Ma prima di tutto di se stesso.

Nella piena consapevolezza della propria vocazione, secondo Bachelet, ognuno è chiamato a mettere a frutto il proprio talento, qualunque esso sia, al servizio degli altri, per cooperare alla costruzione del bene comune. E per far questo “è necessaria la fatica della preparazione, l’educazione delle doti personali e soprattutto la partecipazione viva al travaglio dell’umanità nel momento storico in cui si trova a vivere e ad operare”.

Bachelet riponeva particolare speranza nella formazione. E le riconosceva una responsabilità maggiore, che doveva sentire personalmente ed individualmente lo studente così come l’insegnante. Ecco allora il ruolo fondamentale delle Università di formare la persona umana a tale scopo: “avere il privilegio di fare l’Università vuol dire ricevere alcuni talenti di più di cui bisogna rispondere, vuol dire avere una responsabilità maggiore, non solo di fronte a Dio, ma di fronte al prossimo, cui l’Università sarà chiamata a dare un aiuto particolare e una guida”

Bachelet insegnava Diritto Amministrativo alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, ma era soprattutto il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.

Secondo il suo pensiero illuminato, le istituzioni e lo stato devono essere i primi garanti credibili e coscienti del bene comune. La sua fu un’opera scientifica e appassionata in tal senso, che ricercava la concretezza della vita nella Costituzione, attraverso “l’attenzione alla persona, alle formazioni sociali e naturali in cui la persona si esprime, fra esse in modo particolarissimo per la famiglia” . Il suo fu un riferimento continuo ai principi costituzionali in difesa della dignità umana e dei diritti fondamentali dell’uomo. La norma etica si accompagnava e fondeva con l’amore responsabile per il proprio lavoro e con l’attenzione sensibile al dialogo e al confronto.

La politica, diceva, deve farsi interprete delle “attese, speranze e angosce dei cittadini” per realizzare il bene comune.

Dunque un uomo di prima fila della complessa democrazia di allora, ma anche un uomo che per anni aveva guidato l’Azione Cattolica, dimostrando una fecondità spirituale indirizzata alla gioia del servizio e del paziente lavoro quotidiano, concreta testimonianza di “immersione nel mondo, senza essere del mondo”

Un uomo attento al prossimo e che in esso riponeva speranza, cercando in “ciascuno un tesoro da portare alla luce”.

Tanto da rinunciare alla scorta, pure in anni difficili per l’Italia. Per non mettere a repentaglio la vita di altri uomini e per testimoniare il coraggio della quotidianità, aveva detto.

Quella mattina, una mattina “qualunque”. Quegli anni, gli anni della “violenza terroristica”. Bachelet aveva appena finito la sua lezione nell’aula Aldo Moro di Scienze Politiche. Camminava verso l’atrio della facoltà dialogando con alcuni studenti, quando una giovane donna lo avvicina e gli spara tre colpi. Poi un ragazzo spara l’ultimo colpo. Era il 12 febbraio 1980. Forse chi aveva compiuto quell’atto pensava di mettere fine alla vita di quell’uomo. Ma proprio allora Bachelet parlò di Vita, con la vita.

L’Italia scoprì l’”uomo” Bachelet, padre di famiglia, amico sincero e “martire” laico. Scoprì i frutti di colui che aveva lavorato silenziosamente al campo che Dio gli aveva affidato. Perché quel giorno “parlò la vita, e parlò del chicco di grano che solo quand’è nel buio della terra comincia a portare frutto”

Intervista a Eulalia Crespo, coordinatrice e rappresentante della Comunità Latinoamericana a Roma, da 15 anni al servizio dell’integrazione dei cittadini stranieri in Italia.

COME DEFINIREBBE IL LIVELLO RAGGIUNTO DAI CITTADINI STRANIERI RESIDENTI IN ITALIA PER QUANTO RIGUARDA IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE ?

IL livello raggiunto è medio –basso perché la società stessa non permette l’integrazione, non è molto accogliente. In particolare, dal punto di vista lavorativo, la comunità latinoamericana appare agli italiani come relegata principalmente in ruoli assistenziali. Ad oggi non esiste un riconoscimento giuridico/normativo che possa garantire l’Integrazione e soprattutto il riconoscimento delle professionalità di ciascuno garantendo pari opportunità professionali.

SECONDO LEI , COSA MANCA AD UN CITTADINO STRANIERO CHE VIVE E LAVORA IN ITALIA , PER ESSERE REALMENTE INTEGRATO E FRONTEGGIARE AUTONOMAMENTE LE DIFFICOLTA QUOTIDIANE?

La cosa che manca è l’esistenza di punti di riferimento affidabili, di luoghi e persone adeguatamente formate con cui poter affrontare le differenti problematiche e magari con cui poter comunicare nella lingua di origine. E’ necessario investire nella formazione degli operatori affinché siano in grado di fornire soluzioni corrette e complete e di gestire l’immediatezza. Parlando di integrazione sociale sicuramente c’è ancora molto da fare e la via da percorrere è quella di un lavoro comune tra italiani e comunità straniere.

QUALI DIFFICOLTA’ RISCONTRA UN CITTADINO STRANIERO NELL’ ACCESSO AI SERVIZI DÌ PUBBLICA UTLITA’?

Posso sicuramente parlare della mia comunità ma, credo che le stesse difficoltà possano essere generalizzate a tutta la popolazione straniera. In generale, si riscontrano molte difficoltà sul piano burocratico per accedere ai servizi nei municipi, all’anagrafe, negli ospedali, nelle scuole ed in questura.

QUALI SERVIZI potrebbero essere attivati PER FAVORIRE UN’INTEGRAZIONE REALE?

Quando parliamo di stranieri, dobbiamo ricordarci che anche per coloro che sono da diversi anni in Italia possono permanere difficoltà linguistiche. Per questo motivo, la cosa importante sarebbe attivare servizi in lingua, quali ad esempio sportelli presso le principali istituzioni, chat in lingua, portali web, call center e numeri verdi dedicati.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE SPECIFICHE DELLA SUA COMUNITA’?

In genere, mi dispiace ammetterlo, credo che la nostra comunità sia poco comunicativa e dovrebbe “aprirsi” di più al dialogo. E’ questo uno degli aspetti sui quali mi impegno quotidianamente e su cui cerco di guidare la mia comunità.

Immaginare, condividere, agire. Con queste tre parole si presenta l’Università del Bene Comune. L’obiettivo è di promuovere la cultura del “bene comune”, vale a dire un modo nuovo di fare educazione alla cittadinanza nella triplice dimensione immaginare, condividere ed agire, centrata sull’apprendimento del vivere insieme.

L’Università del Bene Comune (UBC) è un progetto educativo che nasce nel 2001 a seguito dei lavori del Gruppo di Lisbona, che parte dal principio che la “conoscenza” è un patrimonio dell’umanità, che fa parte dei “ beni comuni”, cosi come l’acqua è fonte di vita.

Il progetto è il risultato dell’elaborazione di un gruppo internazionale di docenti e di esperti impegnati nella promozione di alternative alla mercificazione della “conoscenza e dell’educazione”.

Una Università “particolare”, che non prevede facoltà usuali ma la facoltà dell’Acqua.

Sede principale delle lezioni è il Monastero de Bene Comune. Una realtà, quella del Monastero, da cui è partito un appello per il diritto all’acqua firmato da rappresentanti italiani di diversi confessioni religiose e tradizioni morali: è “La proposta di Sezano”, una iniziatva nata nell’ambito dei corsi organizzati dalla Facoltà dell’Acqua (“Università del Bene Comune”) e dall’Associazione Monastero del Bene Comune presso l'antico Monastero di Sezano sulle colline di Verona. l'Associazione MONASTERO DEL BENE COMUNE, sostiene e promuove molteplici iniziative (dal sociale alla crescita umana, dal dialogo tra le fedi alla creatività) in collaborazione con la Comunità Stimmatini di Sezano a Verona.

L’appello, firmato da cattolici, anglicani, luterani, metodisti, valdesi, ortodossi, buddisti, ebrei, musulmani, sikh e rappresentanti delle tradizioni africane, afrobrasiliane e andine, chiede l’inclusione del tema “acqua” nell’Agenda dei negoziati sul cambiamento climatico che si terranno alla conferenza di Copenaghen a dicembre.

“In tutte le confessioni religiose e tradizioni morali firmatarie, l’acqua è sacra come sacra è la vita – spiega l’economista Riccardo Petrella, promotore dell’iniziativa -. L’appello è una vera novità culturale e interreligiosa, non solo a livello italiano”. Nell’appello si chiede, inoltre, “che la Conferenza di Copenhagen riconosca l’urgenza di un Patto Mondiale per l’Acqua da porre sotto l’egida delle Nazioni Unite, concretizzato nel Protocollo, sottolineando a tal fine la necessità per la Comunità internazionale di disporre di uno strumento efficace di azione e di cooperazione mondiale quale una “United Nations Water Authority”.

Domenica, 13 Dicembre 2009 01:00

Ben-essere e “vita economica”

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Il progresso tecnologico di questi ultimi anni ha determinato numerosi mutamenti e tra i più importanti troviamo l’evoluzione del significato di benessere. Da sempre tale concetto si riferiva alla salute fisica e all’assenza di patologie, nel tempo però ha assunto un’accezione più ampia, arrivando a coinvolgere tutti gli aspetti dell'essere umano.

Lo “star bene” è un obiettivo da realizzare all’interno dei diversi “luoghi” di vita della persona, tenendo presente che la cura del contenuto e del processo relazionale garantisce la prevenzione del disagio e permette la valorizzazione delle competenze in un’ottica di qualità.

In economia, la tradizione utilitaristica definisce l’utilità, come il grado di soddisfazione che un individuo può percepire dal consumo di un bene. L’utilità diviene pertanto indicatore del livello di benessere della persona. In economia vale il principio secondo cui l’individuo mira alla massimizzazione del benessere/utilità e alla minimizzazione della pena/dolore. Riportando le teorizzazioni sui bisogni e sui desideri di Abraham Maslow al settore economico, troviamo che il bene soddisfa il bisogno dell’individuo e gli premette di conseguire il suo benessere. Ancora, il benessere sociale è dato dalla somma delle utilità dei singoli. L’individuo acquista beni e servizi per soddisfare le sue necessità; queste necessità dipendono da valutazioni soggettive e dal tenore di vita. La teoria dell’opulenza invece, associa il benessere al possesso di un certo volume di beni e servizi. Questa definizione, per quanto oggettiva sia, risulta essere limitante in quanto riduce il benessere a sole variabili economiche.

Più di recente Amartya Sen , economista indiano Premio Nobel per l'economia nel 1998, ha proposto la Teoria delle Libertà - intesa come libertà di fare e di essere - in cui si evidenziano i risultati acquisiti dall'individuo su diversi piani come ad esempio quello della salute, della nutrizione, della longevità, dell'istruzione. Il reddito, secondo Sen, è solo uno degli strumenti che concorrono al raggiungimento di un certo stato di benessere. Infatti, a parità di reddito, una persona che soffre di malattie croniche avrà un benessere inferiore rispetto ad una sana. Il benessere di un individuo dipende, inoltre, dalla libertà che egli ha, nel momento in cui lo desideri, di consumare beni e servizi e quindi di conseguire i propri obiettivi di vita.

In ambito economico e lavorativo oggi, l’evoluzione del significato di benessere e la maggiore attenzione alla sua attuazione nei luoghi di lavoro, permette di avere un capovolgimento di prospettive, considerando sempre di più il consumatore e il lavoratore non più solo come un “acquirente” o “risorsa”, ma come “individuo” definito da tante componenti che ne influenzano scelte ed azioni.

Nascerà a Roma, grazie al protocollo d’intesa firmato il 10 gennaio 2012 dal sindaco Gianni Alemanno e dal ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata, l’Osservatorio per la libertà religiosa nel mondo.

L’importanza della libertà religiosa nel nostro paese è sancita nella Costituzione dove all’art. 3 viene riportato “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”, e all’art. 8 si aggiunge: “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”. Eppure, nonostante queste premesse continuano ad esserci confusioni sul tema.

Trasferendo la riflessione sul piano mondiale, violazioni di questo diritto si registrano ancora oggi in molti Paesi, “come quelle recentemente subite in Nigeria dai cristiani, che nel mondo sono tra i primi a subire attentati alla propria libertà religiosa con minacce fisiche, omicidi e stragi.” – ha precisato Alemanno. “Il fatto di firmare il protocollo insieme alla Farnesina – ha poi aggiunto - dà carattere internazionale a questo Osservatorio, sottolineandone il valore”. Si tratterà infatti di uno strumento a disposizione degli appartenenti a qualsiasi confessione per difendere il diritto a professare la loro religione.

Il Ministro Terzi nel corso della cerimonia di firma dell’accordo ha ricordato i termini dell'impegno italiano in ambito Onu e nel quadro dell'Unione Europea, assicurando che “la promozione della libertà di culto e della pacifica convivenza tra le fedi continuerà a costituire un tratto qualificante della dimensione etica della politica estera italiana".

Mostrare sensibilità verso la “questione religiosa” diviene necessario in un momento storico-sociale come quello che stiamo vivendo considerando che i flussi migratori mondiali sono causa di un pluralismo che deve essere ascoltato, compreso ed integrato al fine di non generare ulteriori fattori di crisi e disgregazione.

Il primo operatore in lingua del progetto di mediazione interculturale "siDialoga" dell'Associazione Impresa Sant'Annibale, racconta la cultura dell'accoglienza e le difficoltà dell'integrazione.

Victoria, vivendo in Italia da molti anni, lei è perfettamente integrata con questa cultura. Rispetto al suo paese d'origine, l'Ecuador, quali sono stati i limiti che ha incontrato qui e cosa l'ha portata a diventare mediatrice culturale?

Sono arrivata in Italia 21 anni fa e oggi vivo in quella che considero la mia seconda patria con le mie due figlie. Conservo l'Ecuador nel mio cuore ma è in Italia che progetto il mio presente ed il mio futuro.

Quando ho lasciato il mio Paese, ho lasciato una cultura in cui le donne erano relegate per lo più ai lavori domestici e alla cura della famiglia, una cultura che non sentivo appartenermi, essendo da sempre curiosa del mondo e desiderosa di apprendere e lavorare.

In Ecuador, ero impiegata amministrativa in Banca e studiavo come logopedista. Terminati gli studi, ho deciso di regalarmi un viaggio in Italia, ma poi ho trasformato la mia vacanza in qualcosa di più definitivo.

Appena arrivata, ho intrapreso lavori saltuari in pizzerie, bar e poi come assistente familiare.

Devo dire che i primi anni sono stati molto difficili, ho avuto notevoli difficoltà con la lingua, con le abitudini e con una cultura diversa dalla mia. Ho anche avuto un incidente molto grave, proprio nel momento in cui scadeva il mio permesso di soggiorno. Mi sono dovuta scontrare con la burocrazia, avevo difficoltà nel comunicare e nel capire anche quello che mi dicevano i medici in ospedale. Rinnovare il permesso di soggiorno è stato complicato, non capivo in quali uffici andare e a chi rivolgermi. Naturalmente non posso dimenticare le problematiche insorte per trovare una casa in affitto o nel chiedere chiarimenti sulle bollette. Con pazienza e con l'aiuto di tanti amici la situazione si è sistemata.

Tutto questo mi ha spinto ad impegnarmi per aiutare i miei concittadini e tutti gli stranieri ad individuare le informazioni più utili per orientarsi nel Paese. L'occasione mi è stata offerta prima nel 2002 quando ho intrapreso il percorso per divenire Mediatore Transculturale Socio-Sanitario ed oggi dal progetto siDialoga.

Di cosa si occupa esattamente un mediatore trasculturale?

La parola trans - culturale, indica che si tratta di una figura che fa da "ponte" tra culture diverse.

In un società sempre più multietnica come quella odierna e soprattutto in una città poliedrica come Roma, non può mancare una figura preposta all'intermediazione. Il mediatore si occupa del buon inserimento degli stranieri nella società e nella cultura italiana considerando l'integrità di ognuno e facilitando le comunicazioni tra stranieri e istituzioni.

Come stranieri e poi come mediatori, conosciamo la lingua, la cultura, le abitudini, gli usi, le tradizioni, i codici di comunicazione verbale e non verbale, i problemi relativi alla migrazione, le difficoltà di inserimento sociale, di acceso ai servizi sanitari e istituzionali e dunque possiamo essere una reale risorsa per promuovere l'integrazione.

Cos'è nello specifico il progetto siDialoga?

Questo progetto prevede la creazione di servizi mirati all'intermediazione culturale e, nello specifico, la realizzazione di un call center multilingua altamente qualificato. Il Call Center si specializzerà di volta in volta in relazione alle esigenze di organizzazioni Pubbliche e Private che decideranno di avvalersi di tale strumento e che grazie ad esso adotteranno un approccio capace di fare sintesi tra le esigenze economiche da una parte e le emergenze sociali dall'altra.

Il Call Center e gli altri servizi integrativi intendono rispondere in maniera chiara all'urgenza di dialogo e di intermediazione soprattutto per quegli immigrati che si sono integrati, lavorano e producono benessere per la comunità. E' un progetto dedicato a chi, come me , è diventato "nuovo" cittadino italiano, utente, e consumatore a tutti gli effetti.

Il progetto siDialoga inoltre vuol favorire una più ampia accoglienza verso l'utenza straniera, valorizzando poi anche gli aspetti tecnici in una logica di "servizio ponte" verso l'operatore specializzato di lingua italiana. Ma, è anche una scelta volta a distinguere in modo chiaro il servizio offerto da ogni funzione tecnica preesistente non in grado di siDialogare con l'utenza straniera.

Quale sarà, secondo lei, l'impatto di quest'iniziativa sul modo di gestire i servizi in Italia?

Questo progetto offrirà una risposta concreta alla domanda di multiculturalità che si sta facendo sempre più importante e complessa e a cui le organizzazioni pubbliche e private governate da imprenditori e dirigenti devono porgere massima attenzione e capirne profondamente le peculiarità.

"Valorizzare le radici del multilinguismo significa creare risorse per tutto il paese"

Come nasce il progetto Roma Multietnica e quali sono le attività principali?

Il progetto è nato all'interno delle biblioteche di Roma, con l'obiettivo di consolidare e rafforzare la partecipazione straniera alla vita della città.

Alla fine degli anni '80 gli stranieri presenti a Roma erano già 200.000 mentre oggi il numero si aggira intorno ai 400.000. L'idea, nata dalla necessità di far conoscere tra loro le diverse culture e integrarle, è stata quella di dedicare dei veri e propri servizi mirati ai migranti all'interno delle biblioteche.

Per conseguire questi obiettivi, Roma multietnica ha realizzato una "guida alla città" che oggi conta tre edizioni di cui la prima nel '87 e l'ultima pubblicata nel 2008 a cui si è aggiunto il sito www.romamultietnica.it.

Tutta la ricchezza che le comunità migranti hanno creato da un punto di vista artistico, culturale ed imprenditoriale è stata dunque messa insieme. Anche perché la ricchezza di Roma sta anche nel suo essere a tutti gli effetti una città plurilingue, multietnica e multiculturale.

In base alla sua esperienza, quali sono i centri e i luoghi più attivi all'interno delle diverse comunità nella città?

A mio parere, ci sono due direttive sul protagonismo immigrato a Roma. Una si attiva nei luoghi di aggregazione. Ad esempio, per quanto riguarda la comunità latino americana, molto legata al culto della religione cattolica, sicuramente le parrocchie sono diventate dei veri e propri centri di accoglienza, dove si organizzano numerose attività, feste, ricorrenze, etc.

L'altra direttiva si muove proprio nel campo dell'intercultura un campo più laico dove italiani e stranieri collaborano nella costruzione di reti. Laddove le comunità non sono soltanto impegnate nel tenere vive le loro radici e la loro identità ma riescono anche, cosa importantissima, ad integrarsi in azioni e pratiche cha hanno degli obiettivi comuni; ad esempio, abbiamo organizzato un evento dal titolo "Progettare insieme reti che apprendono", progetto di rete in cui si esprimono sia la realtà delle scuole del quartiere Esquilino che quelle delle comunità immigrate.

Secondo lei, che cosa manca per un processo di integrazione che vada oltre la semplice accoglienza?

Ritengo che l'immigrato voglia innanzitutto salire nella piramide del mercato del lavoro. Soprattutto parlando di seconde generazioni, queste non potranno più accontentarsi di essere confinate alla base della piramide. Con queste parole mi riferisco ai lavori meno qualificati, intesi come quei lavori con scarse possibilità di crescita futura che la prima generazione di stranieri in Italia ha dovuto svolgere, pur possedendo in molti casi qualifiche ed un livello di studi elevato. È per questo motivo che troviamo ingegneri nel ruolo di assistente domestica, presidi e insegnati che lavorano come assistenti agli anziani.

Questo è un aspetto che le aziende e il mondo imprenditoriale in generale devono costruire perché l'emarginazione nel mondo del lavoro poi produce emarginazione sociale.

Il discorso sulle seconde generazioni è più complesso: questa gente ha specifiche aspettative, si sente italiana, è cresciuta in Italia, sta studiando nelle nostre scuole e nelle nostre università, ma rischia spesso, come è successo in altri paesi, di trovare delle barriere. La prima barriera è proprio quella della cittadinanza, che può essere conquistata soltanto a 18 anni. C'è una grandissima battaglia in corso, tra cui la campagna "L'Italia sono anche Io". Recentemente il presidente Napolitano si è pronunciato per un salto in avanti della nostra legislazione a favore della cittadinanza per i bambini nati in Italia, ma il problema riguarda anche i bambini arrivati con i ricongiungimenti. Loro si aspettano un paese che li consideri italiani, si aspettano un paese non che li accolga, ma che li inserisca a pieno titolo in un processo che riguarda tutti i giovani di questo paese.

Sul vostro sito sono pubblicate le novità sul concorso "Figli di tante patrie. Le seconde generazioni raccontano le prime". Ce ne vuole parlare?

Il nostro concorso è nato proprio per valorizzare una pratica, ci auguriamo buona, che noi chiamiamo "del doppio binario". Si tratta di una pratica nata all'interno delle biblioteche di Roma e che conduce alla valorizzazione delle proprie radici e del proprio multilinguismo intese come risorse. Per questo, le biblioteche lavorano sia sul multilinguismo che sull'italiano come accrescimento. Per i ragazzi, valorizzare le proprie radici e non rinnegarle, raccontare la loro famiglia di origine può rappresentare uno spunto per riflettere e per ripensare alla propria storia in maniera positiva.

Attraverso il concorso, i ragazzi potranno raccontare la propria famiglia per mezzo di foto, racconti brevi o video, e tutto questo può essere uno spunto per pensare la propria doppia appartenenza come "appartenenza al mondo e non ad una sola patria". Il concorso è aperto ai giovani dai 14 fino a 36 anni. Molte scuole ci hanno già dimostrato interesse per l'iniziativa.

Avventure nel Mondo, che ha scritto un po' la storia dei viaggi "diversi", ha sposato il nostro progetto, accettando di sponsorizzare questo concorso e dando in premio un viaggio per i giovani vincitori.

Questa scommessa, che speriamo venga raccolta, è solo un primo passo per conoscere l'universo così variegato delle seconde generazioni.

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