La legalità del "noi": uniti si sconfiggono le mafie

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Il focus prende spunto dall'omonimo libro, raccolta di storie esemplari ed esperienze di battaglie civiche, scritto a quattro mani dal magistrato antimafia Giuseppe Gatti e dal giornalista RAI Gianni Bianco, che abbiamo intervistato per "A Conti Fatti"

Come è nata la collaborazione con il magistrato Giuseppe Gatti, coautore del libro, e qual è stato il suo contributo a quest'opera?
La collaborazione è nata da un’amicizia di lunghissima data. Ci conosciamo fin da bambini: abbiamo condiviso le partite a pallone, le prime cotte, i segreti e tante attività di volontariat. Diventando grandi abbiamo condiviso il giorno in cui fu ucciso Falcone, il 23 maggio del '92. Anni dopo abbiamo ricordato che quel giorno eravamo insieme ad apprendere in diretta la notizia, con altri amici che con noi condividevano un'esperienza di volontariato. Quando lui è diventato un magistrato dell'antimafia di Bari ed io giornalista del TG3 RAI, è nato il desiderio di dare seguito alla voglia di riscatto che quel 23 maggio ci aveva dato. Questo libro ci ha dato l'opportunità di andare in tante scuole, associazioni, parrocchie a parlare di legalità organizzata.

 

Il vostro libro presenta storie esemplari: persone e associazioni che con successo hanno combattuto l'illegalità; si può citare qualche esempio?
Sicuramente tra quelle che citiamo a modello, alcune sono entrate nella letteratura dell'antimafia. Ad esempio quella della Calcestruzzi Ericina Libera, azienda confiscata al boss Virga a Trapani, che grazie all'intervento dello Stato e di Libera, è tornata in mano ai suoi dipendenti e sta cercando faticosamente di restare sul mercato. O ancora quella dei commercianti di Ercolano, una terra di camorra dove il mettersi insieme è diventata una speranza. Per ultima citerei, però, una storia che abbiamo solo accennato nel libro: quella di Vieste, nel territorio turistico del Gargano. Negli anni si era stabilizzato un forte clan che taglieggiava gli albergatori. Pian piano c'è stata una rivolta civile dei commercianti, che si sono messi insieme e si sono presentati compatti il giorno del processo, con i pullman addirittura, a Foggia. E' stato un evento per quella città e per quel territorio. Quell'esperienza, con grande fatica e sacrifici, è una testimonianza esemplare di come ci si può mettere insieme per combattere la criminalità organizzata.

 

Avete riportato storie di persone che sono riuscite a reagire alla criminalità. Qual è la formula per vincere la legittima paura di una persona onesta che si trova minacciata da organizzazioni criminali?
Abbiamo visto che il modello di associazionismo antiracket, messo in campo e sperimentato negli anni a partire da Capo d'Orlando con Tano Grasso, fornisce una risposta che è forse uno dei riassunti di questa “legalità del noi” di cui parliamo e che queste persone hanno vissuto sulla propria pelle. A Capo d'Orlando si concretizza il rapporto con uno Stato che sostiene il cittadino che si prende la responsabilità della denuncia: il cittadino non è inerte rispetto alla minaccia che riceve, ma può reagire sapendo che è in rapporto con altri commercianti e colleghi. Nasce questo spirito di comunità e di associazione che dà il coraggio di denunciare. Quella denuncia prenderà la forma di una testimonianza in un processo penale.

 

Qual è il ruolo delle istituzioni in questo processo di reazione civica? Lo Stato svolge a pieno il loro ruolo?
No, sicuramente non lo fa sempre, non lo fa al meglio. Lo scioglimento per mafia di tante amministrazioni comunali, non più solo al sud ma anche al nord, di recente in Lombardia, Liguria, Piemonte, dice che le istituzioni non sempre sono al loro posto; e certamente quell'esempio non funziona da volano per un riscatto o per una voglia di ribellione da parte della cittadinanza. A livello centrale, istituzioni come il Parlamento e il legislatore possono fare di più per migliorare la gestione dei beni confiscati e quella dei testimoni di giustizia.

 

In quali zone d'Italia è più facile per i cittadini unirsi e combattere il pizzo, e in quali è più rischioso?
Certamente, guardando alla storia recente, distaccarsi da un'organizzazione criminale e dai suoi legami risulta più difficile dove ci sono anche legami di parentela con i boss e con i rappresentanti apicali delle cosche. Per questo ancora adesso la battaglia anti mafia è più difficile in territori come la Calabria; ma lo è anche in territori meno raccontati, come il foggiano, dove da anni non ci sono collaboratori di giustizia. Ci sono, però, anche storie che danno speranza. Di recente abbiamo raccontato come, anche in Sicilia, a Corleone, paese simbolo di Cosa Nostra, ci siano stati commercianti che, con le loro denunce, hanno portato all'arresto dei loro estorsori.
Anche in zone dove si parlava unicamente il linguaggio dell'omertà, negli ultimi anni c'è stato un risveglio anche per i commercianti, legato alla crisi e alle difficoltà di portare avanti l'impresa e di rialzare la testa.

 

Piaghe come la "terra dei fuochi" hanno reso lampante il rapporto tra degrado ambientale e crimine organizzato; ritiene che dalla parte opposta sia altrettanto stretto il legame tra ambientalismo e antimafia? C'è collaborazione tra associazioni e istituzioni che tutelano l'ambiente e magistrati, associazioni e cittadini che contrastano le mafie?
Io credo di si. Da questo punto di vista sollevando, ancora di più lo sguardo, potremmo arrivare a Papa Francesco che, da un lato scrive un'enciclica come la "Laudato si'" sull'ambiente, dall'altro non perde mai occasione di scomunicare i mafiosi; come nella piana di Sibari e come il 21 marzo, insieme ai ragazzi di Libera. Questo legame stretto c'è: lo si vede in associazioni come Libera i cui dirigenti spesso vengono dalle fila di Legambiente, per la continuità di azione e di lavoro su questi temi.

 

Come si svolgerà l'incontro "La legalità del noi" al Villaggio per la Terra?
Tra i relatori ci sarà Tano Grasso, presidente onorario del FAI, che negli ultimi anni ha ribadito con più forza la necessità che sia il “noi” a muovere la lotta antimafia. Ci piaceva però che ci fossero tante voci, proprio perché il “noi” è fatto di tante storie: per questo ci saranno dei ragazzi che seguono un progetto con i detenuti a Rebibbia, qui a Roma; altri ragazzi che si impegnano a portare avanti i temi della Costituzione in realtà difficili del territorio; altri che nelle scuole hanno partecipato a progetti sulla “legalità del noi”; e ancora quelli che, in un quartiere come Corviale, attraverso il calcio sociale portano i ragazzi sulla strada della legalità.

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