La fine dell'individualismo Boom economico e individualismo
La cavalcata individualista è stata la grande stagione che ha caratterizzato lo sviluppo italiano: la voglia di affermare se stessi e la propria libertà, di essere padroni della propria storia e artefici del proprio destino, ha sprigionato e moltiplicato milioni di energie individuali, che, attraverso una miriade di catene di trasmissione hanno fatto crescere il Paese, distribuito il benessere e garantito l’occupazione.

Pensiamo a quella profonda modernizzazione socioeconomica fatta di proliferazione imprenditoriale, crescente mobilità sociale, persistenti migrazioni verso i centri urbani e, poi, ancora, scolarizzazione di massa, tipiche fenomenologie di un paese in rapida crescita.
E ancora alla fase delle famiglie con reddito combinatorio: dal doppio lavoro, all’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, dai lavoretti stagionali ai lavori informali e dell’economia sommersa, la struttura delle fonti di reddito delle famiglie va progressivamente articolandosi.
Senza tanta soggettività e tanto soggettivismo non ci sarebbero stati, il boom della piccola impresa, del lavoro autonomo, della mobilità territoriale, dello sviluppo delle libertà individuali; del progressivo arbitraggio personale dei consumi, della moltiplicazione del volontariato, dell’articolazione degli orientamenti religiosi. Una ricchezza un po’ disordinata, ma di dinamica sociale, di fluida composizione sociale.

“Faccio come mi pare”
È così che si afferma il primato della personalizzazione, del lento affermarsi del se stesso come principio di ogni ambito del mondo, del “io faccio come mi pare”, affermazione un po’ adolescenziale che contagia un po’ tutti e così ciascuno impara a fare “come gli pare” in tutte le circostanze: faccio il lavoro che mi pare, pago le tasse come mi pare, costruisco la casa dove mi pare, nel matrimonio faccio come mi pare e metto su una famiglia come mi pare.
L’individualismo, quindi, è lo straordinario motore dello sviluppo di massa, ma diventa anche il modo di essere, di percepire la propria esistenza ovunque, non solo nell’economia e nell’impresa.
Il primato dell’io tracima dall’ambito economico e diventa un primato del soggetto da affermare ovunque, oltrepassando tutto ciò che fa argine rispetto a questo processo.

Fine della spinta e ricerca di altro
Ma nessuna cavalcata può essere illimitata e la corsa del soggettivismo si è scontrata coi suoi limiti, il disagio antropologico di questi anni, fatto di sfrenatezze insensate, di solitudini e ripiegamenti in se stessi, di perdita e nostalgie di punti di riferimento, di immobilismo nel presente senza desideri e ambizioni, sembra rappresentarne il triste epilogo.
Oggi ci troviamo in questa specie di limbo: abbiamo perso la spinta dell’affermazione individuale, la quale un po’ si è spenta per autocombustione e un po’ è degenerata in eccessi sterili, solipsisti e autodistruttivi; ma non abbiamo ancora trovato nulla con cui sostituirla.
Enzo Bianchi tempo fa citava questi versi: “Quando l’uomo s’affaccia sul limite o vede l’abisso o sente l’invisibile”.
La cavalcata individualistica s'è affacciata al suo limite, ma non ha scelto l'abisso, non si è cioè portata oltre il limite, nell’autodistruzione, né però si è arresa ad alcuna pedagogia etica calata dall’alto, la società cerca l’invisibile, ne ha nostalgia e bisogno, ma ancora non lo trova.

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