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Quando la santità diventa ideologia politica In evidenza

Scritto da   Domenica, 21 Maggio 2017 17:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font
Quando la santità diventa ideologia politica

Roma e l’Italia sono state il centro dell’impero romano prima e della Chiesa poi, ed è per questo che oggi il nostro Paese può godere di un patrimonio artistico e culturale immenso. Patrimonio che non è fatto solo di monumenti e opere d’arte, ma di un’identità collettiva che nel corso dei secoli si è costruita intorno alle vite dei filosofi e degli imperatori romani così come sull’esempio delle vite dei Santi della Chiesa.
Il tema della santità è legato a doppio filo alla storia italiana tanto che in determinati contesti storici il potere politico ha attinto a questo universo simbolico per autolegittimarsi.

Su "A Conti Fatti" ne parliamo con Daniele Menozzi, professore di storia contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e autore per Treccani del volume “L’Italia e i Santi, Agiografie, riti e devozioni nella costruzione dell'identità nazionale”, recentemente presentato al Salone del Libro alla presenza dell’ arcivescovo metropolita di Torino monsignor Cesare Nosiglia.

 

Professore una parte interessante del volume “L’Italia e i Santi” che lei ha curato, riguarda l’utilizzo che in diverse occasioni è stato fatto della devozione a fini politici. Questo in particolare nell’800 quando l’alternarsi dei regnanti e la definizione dei moderni stati nazionali veniva accompagnata e rafforzata utilizzando anche lo strumento della devozione
L’’800 è  un periodo in cui si costruiscono gli stati nazionali, alcuni esistevano già, altri non esistevano, e a questo scopo si ritiene che tutte le risorse vadano messe in campo. Tra le varie risorse che si ritiene di poter mobilitare vi sono anche quelle del simbolico e dunque si attinge al deposito della religione per connotare con il vocabolario del sacro tutti gli aspetti che caratterizzano la costruzione degli stati nazionali; la patria ad esempio viene sempre qualificata come santa, la guerra per l'indipendenza nazionale viene qualificata come crociata, i caduti in queste battaglie diventano martiri.
In questo esiste certamente una dimensione strumentale: c’è consapevolezza che la religione cattolica è ampiamente diffusa e che per poter far penetrare nel mondo cattolico, soprattutto nelle classi più popolari, le idee nazionali è necessario colorarle, dipingerle con gli aspetti del religioso.
Si attinge dunque al patrimonio della Chiesa con questo intento di strumentalizzazione politica, ma c’è anche di più, c’è la vera e propria costruzione di una religione della nazione, che si vuole sostitutiva del cristianesimo come fattore coagulante della comunità politica e dunque si costruisce una religione alternativa che ha i suoi riti, i suoi miti, i suoi simboli e che ha anche i suoi santi ed i suoi martiri.

 

Caso emblematico di uso politico della santità è la figura di San Napoleone.
Questo è un caso particolarmente interessante perché San Napoleone è un santo inventato, non esiste nel martirologio fino all'inizio delll'800 e nasce per la decisione del governo imperiale di collocare una festa prossima al genetliaco, il compleanno, dell'Imperatore e prossima alla stipula del concordato per sacralizzare la figura stessa dell'Imperatore ed organizzare il consenso nei suoi confronti.
È evidente che ci troviamo davanti ad un ricorso al simbolico, in questo caso addirittura inventato, per costruire l’organizzazione del consenso al potere.
Data la situazione storica di quel momento e le difficili condizioni della Chiesa, che usciva dalla rivoluzione francese, da uno scontro che era stato percepito come una volontà di cancellare la Chiesa stessa ed il cristianesimo, in queste circostanze storiche si realizza una forma di collaborazione, seppur parziale e non priva di contrasti, tra il potere politico imperiale e l'istituzione ecclesiastica per promuovere la festa di San Napoleone.
Non vi sarà mai un consenso papale nei confronti di questa festa, ma non vi sarà neanche mai una denuncia; si preferirà lasciarla via via cadere nell'oblio.
Fu il legato pontificio in Francia, il Cardinal Caprara, a sostenere la collocazione nel calendario civile e nel calendario religioso del 15 agosto come festa di San Napoleone, un santo tutto politico, che per altro ha avuto il consenso di settori non solo del mondo politico, ma anche del mondo ecclesiastico.


Lei in particolare ha scritto il saggio relativo alla figura di San Giuseppe; in che modo è cambiata tra 800 e 900?
Anche questo è un fatto abbastanza interessante perché qui non ci troviamo più difronte a un potere politico che costruisce una santità funzionale all'organizzazione del consenso nei suoi confronti, ma ci troviamo davanti a una risemantizzazione di un culto tradizionale e profondamente diffuso da parte del papato, dell'autorità ecclesiastica, per cercare di convogliare determinati messaggi.
Il culto di San Giuseppe si era diffuso dalla Controriforma in poi come forma devozionale legata alla buona morte e nel corso dei primi decenni dell'800, proprio sotto questa forma, aveva avuto una particolare diffusione.
Pio IX di fronte al manifestarsi della volontà di indipendenza italiana e alle guerre di indipendenza lanciate dallo stato sardo contro lo stato della Chiesa decide di promuovere una particolare inflessione di questo culto, contando sulla sua diffusione presso vari strati,
presentando San Giuseppe come il patrono della Chiesa attaccata dalla rivoluzione.
Il santo che protegge la buona morte diventa il santo che protegge la Chiesa dagli attacchi che vorrebbero abbatterla; naturalmente questo non vuol dire che le forme tradizionali del culto vengano sostituite, ma è significativo che si cerchi di collegare queste forme tradizionali con una nuova inflessione legata a delle circostanze politiche.
Che fosse un fatto contingente lo dimostra poi chiaramente la nuova risemantizzazione del culto di San Giuseppe che avvenne con Leone XIII, che non accentua più la dimensione del Santo come protettore della Chiesa universale aggredita dalla rivoluzione, ma come il patrono dei lavoratori.
Dunque una chiesa che in un tempo diverso, in un momento diverso, ricorre ai simboli, ai riti e ai culti per avere una diversa presenza nella società contemporanea.

 

Abche il nostro tempo è testimone di un uso strumentale della religione per fini politici, penso in particolare ad alcune readicalizzazioni presenti nel mondo musulmano.
Assistiamo in questo momento storico ad un uso strumentale del religioso, da parte delle correnti radicali dell'islamismo, le quali tendono appunto a presentare la violenza bellica come una guerra voluta e benedetta da Dio.
Nella coscienza religiosa contemporanea con Papa Francesco in particolare, ma ormai negli ultimi pontificati è diventato un tratto saliente, il nome di Dio è collegato al nome della pace, non al nome della guerra.
Vi è indubbiamente un uso strumentale della religione e proprio per questo credo che guardare al passato ci dia gli strumenti per meglio cogliere quello che avviene nel presente.
C’ è tutta una tradizione che ha cercato, collegando la santità al paradigma martirologio, di definire santi come martiri di cause politiche, basta pensare ai martiri del Risorgimento, per arrivare ai martiri della grande guerra, della rivoluzione fascista, ma anche ai martiri della Liberazione; la lunga serie del martirologio potrebbe continuare e questo ci dice qualcosa sulla capacità evocativa del paradigma della santità, della risorsa simbolica. Questa risorsa è talmente forte nelle nostre società che si cerca di utilizzarla a fini contingenti, a fini politici, e riconoscendo come nel passato come questo fenomeno sia stato un fenomeno diffuso, siamo in grado di meglio decifrare, relativizzare e cogliere la natura fondamentalmente ideologica di quello che avviene oggi.

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