Emigranti italiani: quel santo patrono in valigia In evidenza

Scritto da   Domenica, 18 Giugno 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
La processione per la XXVI festa di san Gennaro in Mulberry Street, nella Little Italy di New York, con in testa al gruppo, tra gli altri, alti rappresentanti dei Vigili del Fuoco e delle Poste, 20 settembre 1952

Anche noi italiani siamo stati un popolo di migranti. Dalla fine dell’800 migliaia di nostri connazionali hanno varcato l’oceano verso le Americhe alla ricerca di un futuro migliore, ed anche loro, come i migranti di oggi, avevano bisogno non solo di accoglienza, ma anche di ritrovarsi attorno a delle radici comuni, radici che puntualmente si ritrovavano nella Chiesa e nei culti delle regioni di origine.È questo un fenomeno che descrive bene il volume Treccani “L'Italia e i Santi, agiografie, riti e devozioni nella costruzione dell’identità italiana” che dedica un capitolo proprio a “Santità e migrazioni”.

Tra i curatori del volume il professor Daniele Menozzi che interviene sul tema all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di economiacristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Quali sono state le fasi dell’emigrazione italiana e che caratteristiche ha avuto?
L'Italia è stato un paese caratterizzato da una forte ondata migratoria, conseguenza dello squilibrio tra la crescita demografica e le risorse disponibili per cui l'emigrazione costituiva una inevitabile valvola di sfogo a fronte di una situazione di povertà e di miseria.
Il fenomeno ha avuto diverse ondate: la prima si è avuta al momento dell'unità d'Italia a seguito della formazione di processi di politica economica a carattere protezionistico che non hanno favorivano la crescita e lo sviluppo del paese. Quelli tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 sono stati decenni a forte emigrazione.
Una successiva ondata si è avuta dopo la Grande Guerra a causa del difficile clima politico, ma anche a fronte di una situazione economica che era aggravata con riconversione dell'industria bellica in industria civile e con i processi di depauperizzazione che questo fenomeno comportava.
Infine possiamo identificare una terza ondata successiva alla seconda guerra mondiale e anche qui il problema del paese era la povertà in seguito alle distruzioni della guerra e si vedeva la possibilità di risolvere queste difficoltà attraverso un espatrio all'estero.

 

Che ruolo hanno avuto i culti dei santi patroni dei paesi di origine per i nostri connazionali dell’epoca?
Il Santo patrono è stato un punto di riferimento importante, fondamentale per mantenere un legame con la patria, l'identità del proprio luogo natio. Dalle ricerche che sono state condotte emerge la presenza dell'immagine del santo patrono del luogo di provenienza nelle case della prima e seconda generazione di emigrati negli Stati Uniti e in Australia,.
Le indagini non sono molte e non sono ancora andate in profondità quindi è difficile operare delle generalizzazioni, ma questo elemento sembra una costante, almeno per la prima e per la seconda generazione di coloro che si trovavano negli stati anglosassoni, Stati Uniti e Australia, e ha costituito l'elemento identitario per le comunità italo/americane, italo/australiane e probabilmente anche italo/brasiliane e italo/argentine.

 

Qual è stato l'atteggiamento della chiesa locale verso queste forme devozionali?
Inizialmente l'atteggiamento è stato molto diffidente, parlo in particolare per la situazione su cui abbiamo più informazioni, ossia quella nord americana; qui ci si è trovati di fronte a un clero cattolico, di provenienza prevalentemente nord irlandese, che considerava gli immigrati italiani, che proponevano questo culto del santo patrono locale anche come forma di identità, come una religiosità deviante, una religiosità considerata eterodossa, addirittura in alcune forme paganeggiante, anziché sforzarsi di capire che si trattava di un'altra forma di religiosità attraverso la quale si manifestava un bisogno identitario, di appartenenza comunitaria ed anche di autonomia etica individuale.
Questo scontro tra autorità ecclesiastiche locali e religiosità popolare manifestata dagli emigranti si è protratto per alcuni decenni fino a quando si è capito che non ci si trovava di fronte ad una manifestazione pagana, ad una forma di cattolicesimo in cui si manifestavano i bisogni profondi di persone e di comunità.

 

Quali sono i culti più presenti nelle comunità emigrate italiane?
I culti sono molto vari proprio perché si richiamano ai patroni dei paesi locali. È interessante notare come certi culti siano riusciti ad uscire da singoli nuclei familiari o da comunità ristrette investendo più larghe sfere comunitarie e addirittura altri gruppi nazionali cattolici, come ad esempio gli irlandesi, che riuscivano a trovare in quel determinato santo elementi di riscontro della propria situazione e di soddisfacimento delle proprie aspirazioni. Un tipico è quello di San Giuda Taddeo, un santo il cui culto è tipico di alcune località dell'Italia meridionale, che negli Stati Uniti è riuscito ad allargarsi anche ad altre comunità cattoliche non di lingua o etnia italiana.
È l'apostolo delle cause disperate, il protettore di coloro che si trovano nelle situazioni più difficili e dalle quali si dispera di poter uscire e in questo santo trovavano l'aspirazione e anche la consolazione e in qualche modo la speranza di poter rimediare alla propria situazione drammatica gli emigranti di altre nazionalità cattoliche come irlandesi, tedeschi, persino spagnoli.

 

Oggi grazie alle nuove tecnologie è più semplice restare in contatto con il proprio paese di origine e le proprie tradizioni. Questo ha inciso sul modo di vivere il culto patronale all’estero?
Sebbene tutto vada relativizzato alle ricerche disponibili, che non sono molte e che dovrebbero essere incrementate per poter dare generalizzazioni convincenti, c'è un dato che mi pare singolare.
La religiosità identitaria delle comunità insediate in America e Australia dopo la prima e seconda generazione si è andata via via secolarizzando per cui anche la festa patronale ha perso il contenuto più spiccatamente religioso in cui si traduceva il bisogno identitario delle prime generazioni. Questo fenomeno si è registrato per gli emigrati della fine dell'800 e dell'inizio del '900 e man mano che le generazioni assorbivano il modo di vita secolarizzato del paese in cui si insediavano si secolarizzava anche la festa patronale, ma per le generazioni che si sono spostate dopo gli anni '50 e '60 e che hanno potuto fruire dei mezzi di comunicazione di massa e quindi restare più continuamente in contatto con il paese di origine questa dimensione religiosa del culto patronale è rimasta molto più forte ed incisiva.
Paradossalmente si potrebbe dire che, in questo caso, un mezzo moderno di comunicazione, come i social media, ha favorito il mantenimento più spiccatamente religioso del richiamo al santo patrono impedendo sia la secolarizzazione che alcune infiltrazioni, che talvolta si sono viste nei film dei registi italo/americani, dei gruppi malavitosi.

 

Il nuovo media ha quindi generato una forma devozionale più matura?
Ha generato la continuità dell'aspetto religioso tipico della festa patronale che l'emigrazione, con l’integrazione nell’american way of life, aveva allontanato.
Un mezzo tipicamente moderno e di per se non certo religioso, come mezzo di comunicazione sociale, ha favorito il mantenimento di quel tratto originario.

La processione per la XXVI festa di san Gennaro in Mulberry Street, nella Little Italy di New York, con in testa al gruppo, tra gli altri, alti rappresentanti dei Vigili del Fuoco e delle Poste, 20 settembre 1952 Fred Morgan/NY Daily News/Getty Images

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