Eroi, caduti, vittime. L’utilizzo dei martiri tra fascismo e liberazione In evidenza

Scritto da   Domenica, 06 Agosto 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Eroi, caduti, vittime. L’utilizzo dei martiri tra fascismo e liberazione

I simboli e i linguaggi tipici del martirologio cristiano sono stati abbondantemente usati durante uno dei periodi più controversi e difficili della storia italiana come il ventennio fascista e la successiva lotta di liberazione. Dal primo dopoguerra all’ascesa e caduta del fascismo, alla resistenza partigiana e all’Italia post seconda guerra mondiale il ricorso al tema del martirio fu uno strumento fondamentale per aggregare una popolazione sempre più disorientata.
Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di economiacristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, il professor Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e curatore del volume Treccani “L'Italia e i Santi. Agiografie, riti e devozioni nella costruzione dell’identità italiana” che contiene un approfondimento ad hoc su questo particolare periodo storico.

Nella propaganda del regime fascista che uso fu fatto del concetto di martire?
Indubbiamente un uso molto diffuso. Il fascismo nel corso del tempo tende sempre di più ad assumere il volto di una religione sostitutiva del cattolicesimo e, in quanto religione sostitutiva, ha bisogno a scopo propagandistico di offrire dei riferimenti che possano diventare elemento di coagulo, di aggregazione, di mobilitazione. In questa chiave i martiri della rivoluzione fascista diventano uno degli elementi su cui si basa la costruzione del fascismo come totalitarismo. Martire è colui che accetta consapevolmente il sacrificio supremo della vita per testimoniare la verità della sua fede e nella misura in cui il fascismo vuole essere una fede, come spesso detto dallo stesso Mussolini,  il richiamo alle figure dei martiri, cioè di coloro che hanno dato la vita per testimoniare la verità di questa fede, costituisce uno degli elementi che dal punto di vista propagandistico viene ad assumere maggiore efficacia e non è un caso che nella mostra della rivoluzione fascista del 1931/1932 la sala conclusiva del percorso al piano terra fosse proprio il sacrario dei martiri della rivoluzione fascista.


Mussolini era però piuttosto prudente nell’utilizzo del termine martire, preferendogli spesso un più generico “caduto”. Come mai?
Credo che le ragioni siano fondamentalmente due. La prima è dovuta al fatto che Mussolini è perfettamente consapevole che la capacità dei simboli di incidere sui comportamenti individuali e collettivi è molto forte, ma può anche essere facilmente usurata e dunque il richiamo ai martiri va distribuito nel corso del tempo proprio perché vi è la consapevolezza che una sua inflazione potrebbe diluirne la capacità mobilitativa.
In secondo luogo Mussolini tende fortemente a utilizzare il richiamo ai martiri della rivoluzione fascista in funzione di determinati obiettivi politici, quando ritiene che gli obiettivi che in quel momento intende perseguire siano coerenti con l'uso del simbolo e l'uso del termine martiri, infatti il  richiamo a questo termine lo si trova in particolare all'inizio dell'esperienza politica del ventennio e alla sua fine, i momenti in cui è particolarmente necessario utilizzare fattori di mobilitazione e di aggregazione come è l'appello al fascismo sostenuto da coloro che sono morti per la sua vittoria.


Dopo la fine della guerra tutta l’Europa dovette interpretare quel che era successo tenendo conto di fatti nuovi come i bombardamenti, le deportazioni, le guerre civili in alcuni paesi, come l’Italia stessa durante la resistenza partigiana. Come si ricostruì un’identità di patria in questo contesto?
Dopo le tragedie della guerra si trattava di fondare un nuovo patto di cittadinanza. Le sollecitazioni per giungere a questo erano molto diverse, ma uno degli elementi che vennero più fortemente messi in campo per sostenere il nuovo patto sociale repubblicano è quello dei martiri della libertà, cioè di coloro che hanno dato la loro vita per costruirlo, e non a caso lo troviamo fortemente espresso in giornate particolarmente rilevanti come le feste del 25 aprile, del 2 giugno e del 4 novembre.


La figura del martire per la patria cambia i suoi connotati, passando dal concetto di eroe a quello di una figura moto più mite, a volte vittima degli eventi
Da questo punto di vista è significativo il cambiamento che si ha nell'iconografia del martire, in particolare di colui che è caduto in guerra dopo il primo e dopo il secondo conflitto mondiale. Pur con le dovute eccezioni, in genere dopo il primo conflitto mondiale la raffigurazione è quella della morte eroica per cui si giunge alla vittoria attraverso il sacrificio che si esprime attraverso le forme più alte possibili di dedizione e attraverso  manifestazioni sovrumane che vanno al di là delle proprie forze.
L'iconografia del martire caduto nella seconda guerra mondiale è profondamente diversa, non è l'eroe, ma piuttosto una vittima le cui fattezze nella rappresentazione monumentale sono addolorate, straziate, sono quelle di colui che in qualche modo muore per espiare una colpa. Vi è nel nuovo patto sociale fondato sui martiri della libertà la convinzione che le enormi sofferenze che si sono dovute subire per giungere a questo nuovo assetto della vita sociale si siano rese necessarie per espiare una colpa, probabilmente quella di una società che non aveva saputo resistere nel momento in cui avrebbe potuto alla tentazione di darsi al fascismo, ad un assetto autoritario.


Che ruolo ebbero le nuove arti figurative e cinematografiche in questo contesto?
Tutte le arti figurative accompagnano la costruzione dei nuovi modelli e dei nuovi paradigmi martiriali, si va dalle arti  più di consumo, alle arti più elevate. In questo percorso la nuova arte cinematografica ha una diffusione ed una capacità di attrazione amplissima ed è a lei che si affida la trasmissione di questi messaggi. Tutti ricordiamo la scena di "Roma città aperta" quando il sacerdote Aldo Fabrizi sostiene Anna Magnani il cui volto straziato dà proprio l'idea di questa nuova forma di martirologio che è quello della vittima che va ad espiare colpe che non sono nemmeno sue.

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