Il turismo è una delle industrie più importanti del nostro Paese, ma è possibile fare di più?
Per Emilio Casalini, giornalista e scrittore, evidentemente sì. Nel suo libro “Rifondata sulla Bellezza” scrive infatti “Cresciamo sì, ma non quanto potremmo e i numeri del turismo nel Mezzogiorno stanno lì a indicarlo [...] Esempio principe del paradosso che stiamo vivendo, tra potenzialità e realtà è la Sicilia: nel 2014, ci sono stati 7 milioni di pernottamenti di turisti stranieri, contro 83 milioni nell’isola spagnola di dimensioni simili, le Canarie”.

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Paesaggi belli e variegati, buon cibo e un patrimonio artistico che non ha eguali al mondo costituiscono i pilastri su cui si basa l’offerta turistica italiana, per un comparto tra i più importanti per l’economia del nostro paese, in grado di generare secondo gli ultimi dati Iriss-Cnr valore aggiunto per oltre 100 miliardi di euro.

Il presidente di Federturismo, Gianfranco Battisti, interviene all'interno di "A Conti Fatti", trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, per fare il punto sulla stagione turistica ormai alle porte.

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“Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.”

Questo messaggio di papa Francesco, diffuso ai giovani di tutto il mondo in vista della prossima Giornata Mondiale della Gioventù del 25 marzo, esorta all’impegno e all’azione, all’incontro e alla solidarietà. La nostra società è composta anche da una miriade di persone che non solo chiedono il cambiamento, ma agiscono concretamente per determinarlo: associazioni, comunità, gruppi e singole persone che meriterebbero di essere portate più spesso alla ribalta dell’opinione pubblica. Daniel Tarozzi, già regista, autore televisivo e scrittore ma soprattutto giornalista, si è assunto il compito di viaggiare nel Paese nel paese reale delle buone pratiche, e di raccontarlo dalle pagine del suo sito Italiachecambia.org.

 

Si teorizza spesso che il giornalismo dovrebbe interessarsi di più alle cosiddette good news, le buone notizie ele buone pratiche, per non avvilire troppo l'opinione pubblica e dar conto di quanto di buono succede. Lei ha messo in pratica questo concetto, e tutto è iniziato con un camper. Ci può raccontare la genesi di “Italia che cambia”?

Si, è iniziato nel 2012 con un camper e con un viaggio nato proprio dalla voglia di andare a vedere se l'Italia era solo ed esclusivamente decadenza, corruzione, mediocrità, come mi dicevano tutti i media. Forse c'era qualcos'altro. All'epoca avevo trentaquattro anni ed ero indeciso se rimanere in questo paese. Sono partito con l'idea di fare questo viaggio nell'Italia che cambia; il mio obiettivo era incontrare persone che provassero a cambiare concretamente le cose: non idee astratte ma progetti concreti. Ero convinto di non trovare niente, ho pensato: “ci sarà qualcosa in Toscana e in Emilia, o poco altro”. In realtà è stato un viaggio straordinario: sette mesi e sette giorni in tutte le regioni Italiane. Ovunque andassi il mio problema non è mai stato trovare esperienze interessanti, ma scegliere tra tutte quelle che mi segnalavano. È stato un viaggio che ha cambiato per sempre la mia vita, perché fino a quel momento ero convinto che intorno a me ci fosse gente mediocre, che in Italia non si potessero fare le cose. Quella emersa da questo viaggio è un'Italia completamente diversa: ovunque, in tutte le regioni dal Friuli alla Sicilia, incontravo progetti che funzionavano, che mettevano al centro la sostenibilità sociale, ambientale, umana, e aumentavano fatturati, assumevano; giovani che tornavano a coltivare la terra; insegnanti che realizzavano progetti straordinari, nonostante le varie leggi folli; nelle periferie delle grandi città progetti di integrazione: a Scampia, Roma, Palermo, Milano. Insomma un'Italia davvero incredibile, che non solo aveva la follia di sognare, ma la capacità di realizzare i propri sogni, grazie a individui che si attivavano per cambiare le cose, ma anche grazie a una straordinaria rete umana di persone che continua a premiarli. Perciò so che l'Italia non è come pensiamo, e tornato da questo viaggio ho scritto un libro, “Io faccio così”. Era la risposta che mi davano quelli che incontravo: “io faccio così… nonostante la crisi… nonostante chi non mi capisce… nonostante non abbia i soldi”. Poi ci siamo detti: “E tutte le storie che non stanno in quel libro?”. Così, con un gruppo di colleghi e colleghe, Italiachecambia.org è diventato il nostro giornale; un giornale che racconta ogni giorno queste storie, riportandole su una mappa che ora raccoglie 1800 progetti e pubblica 200 video; e che cerca di mettere in rete queste straordinarie realtà.

Possiamo fare degli esempi concreti? Chi è stato il primo alfiere del cambiamento che lei ha incontrato, e chi le ha lasciato un ricordo particolare?

L'indagine è iniziata in Piemonte, quindi i primi incontri sono stati in questa regione. È molto difficile per me ricordare il primo, perché già dai primi giorni è stato un affollarsi di incontri, uno dopo l'altro. I primi ricordi che mi sono rimasti impressi sono relativi a una rete di imprenditori che ho incontrato vicino Torino, in Val di Susa. Si chiama Etinomia, imprenditoria etica: micro imprenditori che, mettendo al centro valori di eticità e sostenibilità, venivano premiati dalla comunità che li sceglieva proprio per questo. A distanza di sei anni, dopo altre centinaia di incontri, è quasi impossibile dire chi mi sia rimasto più impresso. Ci sono uomini e donne, giovani, anziani, di tutte le età, che faticosamente, nonostante tutto cambiano le cose. All’epoca mi sono ripromesso una sorta di missione: non vi tradirò, racconterò le vostre storie, non vi lascerò soli. Quindi li porto tutti nel cuore. Mi viene in mente una straordinaria coppia nel Cilento, che nonostante l'isolamento sta cercando di costruire un micro sistema agricolo, economico e alimentare.

Le storie raccontate sul sito parlano di decrescita, di baratto, di microimprese, anche in comparti cruciali per un paese, come quello agricolo. Se tutto questo diventasse sistemico non si rischierebbe di penalizzare un paese come l'Italia, comunque legato ai grandi flussi finanziari e politici globali?

Decrescita, baratto, etc. sono alcune delle esperienze che raccontiamo; ma raccontiamo molto anche di imprenditoria, di reti di imprenditori, di cooperazione che vince sulla competizione: aziende che si mettono insieme e cooperando riescono ad aumentare i fatturati. In realtà è proprio un altro sistema economico che sta già funzionando: mentre un sistema crolla un altro emerge. Non credo che questo penalizzerebbe l'Italia, anzi. [Sarebbe] un'Italia sensata, basata sul turismo sostenibile e responsabile, sull'agricoltura locale, sui fablab (laboratori digitalizzati per la fabbricazione in serie su piccola scala di oggetti e meccanismi, ndr.), sulle stampanti 3D, sull'ingegneria, sulla cultura. Non parliamo solo di agricoltura, ma anche di modernità. Un'Italia che mettesse al centro queste cose, secondo me primeggerebbe in Europa e nel mondo. Chi lo sta facendo viene premiato già oggi: tutti i progetti che abbiamo raccontato, a distanza di sei anni stanno continuando ad andare bene. Quello che vedo è un altro tipo di sistema. Il problema con la politica non è che non appoggia questi progetti, ma che li frena. La burocrazia è davvero devastante. Perfino nei territori delle mafie, quando chiedevo: “Qual è la più grande difficoltà che incontri?”, rispondevano certamente “la mafia”, “non ho i soldi”, “nessuno mi capisce”, ma anche: “Il più grande problema è la burocrazia, la follia delle leggi Italiane che mi impediscono di fare le cose. Quindi, piuttosto che aiutarmi - mi dicevano - vorrei che lo Stato non mi ostacolasse”; e assicuro che questi non sono liberisti.

Di che cosa hanno bisogno questi Italiani che vogliono cambiare? Più comunità, più finanziamenti, più credito dalle banche?

Secondo me hanno bisogno di un altro immaginario. L’economia non è il vero problema: su italiachecambia.org raccontiamo di molti progetti che hanno trovato i soldi “dal basso”, anche tanti. Ciò che frena le persone è il sentirsi strani, soli, isolati; non sapere che si possono fare le cose ed essere convinti che in Italia non si possa fare niente, che gli Italiani non vogliono cooperare, che sono mediocri e ladri. Di conseguenza una persona, magari giovane, è spinta a non fare le cose, perché tanto non si può fare niente. La realtà è che si può fare, magari con difficoltà e con fatica. Se se ne ha conoscenza si possono anche copiare i modelli sostenibili. “Comuni virtuosi”, una delle realtà che raccontiamo, ha uno slogan bellissimo: “Vietato non copiare”. Se ci sono persone che realizzano progetti perché non posso farlo anch'io, magari in un altro territorio?

“Italia che cambia” non è soltanto il racconto di queste pratiche ma anche la trasmissione delle esperienze attraverso dei corsi che organizzate. Ce ne può parlare?

A un certo punto abbiamo deciso di affiancare al racconto giornalistico anche quello offline, con una serie di corsi. Abbiamo due filoni. Il primo è “Italia che cambia, dalla teoria alla pratica”, in cui cerchiamo di trasmettere come si affronta il cambiamento individuale e collettivo. Il secondo è “Progettare il cambiamento”, un percorso in tre mini soggiorni residenziali in cui si parla dei paradigmi di pensiero di questa Italia che cambia; delle tecniche di facilitazione; nel terzo weekend, che tra l'altro sarà marzo, si mette in pratica questo tipo di approccio, nel caso specifico per costruire un eco-villaggio, ma è qualcosa che si può applicare a tutti i campi della vita. Quindi c’è davvero un'Italia diversa da quella che vediamo ogni giorno. Andate a vedere su Italiachecambia.org; guardate i video, le 200 storie; guardate la mappa, le campagne che abbiamo realizzato: cento attori del cambiamento si sono messi intorno a 17 tavoli tematici per dirci concretamente che cosa possiamo fare per cambiare le cose dal basso. Possiamo farlo adesso. Chiunque governerà, il cambiamento vero parte da noi; quindi smettiamo di delegare, di rinunciare alla nostra autodeterminazione, e attiviamoci. Possiamo farlo ora.

Pubblicato in Buone Pratiche

L’estate che appena conclusa è stata contrassegnata da una straordinaria ondata di siccità. In compenso alla prima, forte perturbazione temporalesca grandi città come Roma sono andate in crisi, mentre in Toscana si è assistito a esondazioni e allagamenti che hanno addirittura causato delle vittime.

Sia la siccità, sia le precipitazioni violente sono fenomeni che in Italia stanno diventando sempre più frequenti. Che cosa sta succedendo al clima? Lo abbiamo chiesto ad Antonello Pasini, climatologo dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR e Vicepresidente della Società Italiana per le Scienze del Clima.

 

La siccità, questa estate e le prime piogge dell’autunno spingono i media ad affermare che il clima è definitivamente cambiato. È cosi? L’Italia non è più un paese a clima temperato come si è sempre studiato a scuola?

Probabilmente si. Eravamo abituati, 20 o 30 anni fa, al famoso anticiclone delle Azzorre, di cui raccontava tanto il colonnello Bernacca, che proteggeva l'estate italiana con un clima mite non troppo caldo. Adesso stiamo assistendo a un andamento diverso della circolazione atmosferica in estate: con questo anticiclone africano libico feroce, molto più caldo, che arriva più volte verso nord, alternato magari a un'ondata fredda. Succede che quando il mare si riscalda così tanto, come durante questa estate, poi, all'inizio dell'autunno, quando arriva un'ondata fredda succedono dei disastri; perché quest'aria fredda porta delle perturbazioni che vanno a scorrere su un mare molto caldo, che fornisce più vapore acqueo all'atmosfera e soprattutto più energia. Purtroppo l'atmosfera, per delle leggi fisiche e termodinamiche, non può far altro che scaricare violentemente quest’energia sul territorio, con conseguenze come quelle che abbiamo visto in questi giorni.

C'è un movimento di negazionismo internazionale sui cambiamenti climatici che fa notare come fenomeni di alluvioni e siccità siano sempre esistiti, anche a memoria d’uomo, ed anche nel nostro paese. Che cosa c’è di diverso adesso? Che cos’è questo “allarme clima”?

È vero: determinati fenomeni sono sempre accaduti; ma quello che vediamo è l'aumento della virulenza e della continuità di questi fenomeni. Purtroppo il riscaldamento globale ha fatto aumentare di circa un grado la temperatura dalla fine dell'800, e questo comporta che determinati fenomeni diventano più probabili e anche più violenti. Non che questi fenomeni non ci sono mai stati in passato, però adesso la tendenza è verso un fenomeno più violento e magari delle ondate di calore più persistenti, più durature e più feroci.

Il Papa, durante un recente viaggio in aereo, si è rivolto ai giornalisti presenti e, riferendosi a uno studio universitario, ha detto che  bisogna “tornare indietro” perché entro pochi anni si passerà il punto di non ritorno (testualmente: “Io non so se davvero abbiamo soltanto tre anni oppure no, ma che se non si torna indietro andiamo giù è senz'altro vero”). È così? Si va verso un punto di non ritorno?

Non so se siano tre, dieci o vent’anni, ma effettivamente il concetto è questo: bisogna fare in fretta. Dobbiamo agire sull'anidride carbonica, la cosa che crea, in massima parte, il riscaldamento globale. Stiamo scontando adesso quello che abbiamo immesso trenta o quarant’anni fa, perché l'anidride carbonica ha un grande tempo di permanenza in atmosfera; quindi dobbiamo fare in fretta, perché di quello che facciamo oggi vedremo i benefici magari tra venti o trent’anni. Soprattutto perché la macchina climatica ha questa inerzia: è partita verso il riscaldamento ed è difficile fermarla; soprattutto perché si sono riscaldati gli oceani, che hanno una grande capacità termica: si riscaldano difficilmente, con molto sforzo, ma una volta caldi, rimangono caldi molto a lungo.

Papa Francesco ha anche detto una frase poco considerata ma molto “potente”: bisogna ascoltare gli scienziati per intraprendere la strada giusta da seguire. Qual è questa strada?

Il Papa ha ragione, perché tanti non danno retta a quello che oggi dice la scienza. La strada giusta da seguire è proprio questa: ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera; smettere con la deforestazione del pianeta; e creare un pianeta più equo, perché l'equità internazionale va insieme a queste azioni per mitigare il cambiamento globale.

Il clima non causa soltanto problemi diretti, come la siccità e le alluvioni. Recentemente lei ha pubblicato un libro che mette in luce un “effetto collaterale” dei cambiamenti climatici.

Il diplomatico italiano Grammenos Mastrojeni ed io, abbiamo scritto un  libro che abbiamo intitolato "Effetto Serra, Effetto Guerra, clima, conflitti, migrazioni: l'Italia in prima linea", un po' anche sull'onda della “Laudato Sì” (l’enciclica di papa Francesco sui temi ambientali e sociali ad essi legati, ndr.) che dice che bisogna considerare un pensiero ecologico integrale, che mette insieme il benessere della natura e il benessere dell'uomo. Tenendo presente queste cose che dice papa Francesco, siamo andati a vedere che in effetti è vero: alcuni fenomeni, come le migrazioni, nascono in territori desertificati, come quelli africani. Gran parte della migrazione viene dalla fascia del Sael dove ci sono, infatti, dei cambiamenti climatici molto forti che inaspriscono questi fenomeni: con l’ulteriore perdita di raccolti rispetto al passato, alla fine arrivano conflitti locali, terrorismo e anche migrazioni verso le nostre latitudini. La cosa interessante che noi scopriamo è che risolvere i problemi della fame dell'Africa, e di queste migrazioni che arrivano, sarebbe un modo anche per risolvere il cambiamento climatico, il riscaldamento globale: perché vorrebbe dire recuperare queste terre desertificate, che adesso sono degli emettitori di CO2, farle diventare nuovamente foreste o campi coltivati, quindi nuovamente degli assorbitori di anidride carbonica. Da un lato faremmo del bene al clima, dall'altro alle popolazioni che sono lì, e fermeremmo un po’ anche queste ondate migratorie verso i nostri territori.

 

Pubblicato in Ambiente

Ricorre oggi la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore, celebrazione promossa dall'UNESCO per promuovere la lettura e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright.
Una ricorrenza che quest’anno viene ricordata anche al Villaggio per la Terra con il patrocinio di un’istituzione della cultura italiana come Treccani.

Pubblicato in L'Italia e i Santi

Spesso si sente dire che con la cultura non si mangia. Ben lontano da questo luogo comune sono i dati che emergono dallo studio Italia Creativa, realizzato da Ernst&Young(EY) e presentato il 20 gennaio 2016 a Milano: quasi 47 miliardi di euro e un milioni di occupati.

Pubblicato in Economia

Forti gli impatti sui cambiamenti climatici: la cementificazione galoppante ha comportato dal 2009 al 2012, l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2

Pubblicato in Ambiente
La ripresa nel settore turistico c'è e si vede, nonostante i costi e nonostante i servizi non sempre all'altezza. Nel primo trimestre 2015, gli arrivi negli esercizi ricettivi sono stati oltre 16 milioni di unità e le presenze quasi 49 milioni, con aumenti, rispetto al primo trimestre del 2014, dell'1,4% e dello 0,3%. La ripresa arriva dopo sette anni consecutivi col segno meno.  
Pubblicato in Attualità e Politica

Cresce il numero delle “imprese immigrate”, diventando sempre più un motore importante per l'economia italiana come di quella europea. A dirlo è il rapporto “Immigrazione e Imprenditoria” presentato il 10 luglio 2014 a Roma e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con Unioncamere, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, Camera di Commercio Industria e Artigianato di Roma, MoneyGram e con il supporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Pubblicato in Intercultura

Sono oltre 3 milioni nel mondo le morti infantili sotto i 5 anni delle quali la malnutrizione è una delle cause principali. A rischio sono complessivamente 165 milioni di bambini, ben uno su quattro sotto i 5 anni, i quali hanno 9 volte in più di probabilità di morire rispetto a chi ha la possibilità di nutrirsi in maniera adeguata e corretta. Questi sono alcuni dati che spiccano dal rapporto "Bambini e adolescenti tra nutrizione e malnutrizione. Problemi vecchi e nuovi in Italia e nel mondo in via di sviluppo" presentata presso la sede dell'Unicef a Roma il 6 dicembre 2013.

Pubblicato in Società
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