I compromessi e il lavoro

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I compromessi e il lavoro

Il dibattito acceso sull’art. 18 degli ultimi giorni ha posto i riflettori sui giovani e sui compromessi che sono disposti a sostenere per avere un lavoro.
CeSAR (Centro Studi Accademici sulla Reputazione) ha fatto una ricognizione sui sondaggi più interessanti pubblicati in questi giorni sull’argomento.


Un sondaggio realizzato dall’ISPO di Mannheimer per il Corriere della Sera analizza il lavoro sognato dai nostri giovani; e la sicurezza e la stabilità del posto costituiscono senza dubbio, ancora oggi, l'elemento più attrattivo in un lavoro per la maggior parte dei giovani italiani. Per averlo l'84% è disposto a guadagnare meno e oltre il 70% è pronto ad allontanarsi da casa per un impiego sicuro.
In un’altra indagine di Euromedia Research svolta per Panorama i giovani ci dicono anche perché. Il 52% dei giovani dichiara che il posto fisso rappresenta una sicurezza per creare una famiglia. Ora nella pratica di tutti i giorni se i giovani nella loro mente dovessero scindere le proprie prospettive di lavoro senza far riferimento ai propri desideri, il 76% accetterebbe comunque un lavoro precario e in un’altra indagine di Datagiovani il guadagno medio desiderato è circa 900 euro al mese.
Il quadro che emerge da queste ricerche delinea un giovane che sogna l’impossibile, il posto fisso, ma molto realista, disposto ad accettare compromessi e soprattutto a rinunciare ai propri sogni. Fare famiglia è spesso la prima rinuncia, lo dicono tutte le statistiche sulla natalità in Italia.
Potremmo dire, senza ombra di smentita che i giovani hanno quindi più che interiorizzato la flessibilità del lavoro come una necessità strutturale del mercato. Come sempre più spesso avviene la società e le persone adottano strategie di sopravvivenza con più largo anticipo rispetto alle istituzioni che dibattono in questi giorni sull’art. 18.
Ora semmai bisognerebbe spiegare come è possibile accettare la flessibilità del lavoro senza nel contempo riflettere su un welfare adeguato a sostenerla. Occorrerebbe quindi porsi definitivamente il problema di come un giovane flessibile, disposto a molte rinunce personali per partecipare alla costruzione di questo paese e a sopravvivere a questa crisi possa però comprarsi casa aprendo un mutuo o possa fare a meno del sostegno della propria famiglia per crescere i figli lontani dalla propria città.

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