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Emilio Casalini, “Identità, coscienza e rispetto, le chiavi per far funzionare il turismo” In evidenza

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Emilio Casalini, “Identità, coscienza e rispetto, le chiavi per far funzionare il turismo”

Il turismo è una delle industrie più importanti del nostro Paese, ma è possibile fare di più?
Per Emilio Casalini, giornalista e scrittore, evidentemente sì. Nel suo libro “Rifondata sulla Bellezza” scrive infatti “Cresciamo sì, ma non quanto potremmo e i numeri del turismo nel Mezzogiorno stanno lì a indicarlo [...] Esempio principe del paradosso che stiamo vivendo, tra potenzialità e realtà è la Sicilia: nel 2014, ci sono stati 7 milioni di pernottamenti di turisti stranieri, contro 83 milioni nell’isola spagnola di dimensioni simili, le Canarie”.

Il libro è un invito al popolo italiano a rinsavire e a investire definitivamente nell’unico settore in grado di ricreare occupazione e far rinascere l’economia. Non solo un elogio al turismo e un viaggio in Italia, ma un “vero e proprio manifesto politico”, come lo definisce l’autore stesso che interviene all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio vaticana Italia.

 

Cominciamo con qualche dato: nel 2014 a Bolzano 19,6 milioni di pernottamenti stranieri, contro 1,6 in Calabria e 7,1 in Sicilia. Cosa stiamo sbagliando?
La cosa interessante è che paradossalmente, quelli sono dati del 2014, i dati dicono che c’è stato addirittura un calo in alcune regioni. C’è qualcosa di molto strano nel fatto che il turismo cresce in tutto il mondo e da noi riesce addirittura a calare.
Il fatto è che non abbiamo idea di come fare accoglienza per il turista del nuovo millennio. Facciamo semplicemente affluire le masse mentre quello che servirebbe davvero non viene strutturato in Italia, almeno ad oggi.

 

Sentiamo dire da decenni che potremmo vivere di turismo. Nel tuo libro cosa proponi di così rivoluzionario?
Dobbiamo offrire qualcosa di alta qualità, non solo nell’accoglienza pura, quella dell’alberghiero, dell’enogastronomico, ma soprattutto nella narrazione dell’identità, che deve essere prima scoperta e poi offerta. Quella italiana è un’identità che il mondo cerca, ma che noi per primi non conosciamo. Addirittura, non abbiamo nemmeno l’abilità di raccontare nel modo giusto quel poco che conosciamo, indifferentemente, da Nord a Sud.

Puoi spiegare meglio il concetto di identità di cui ti parli? Ti riferisci all’identità che il mondo riconosce all’Italia e alla difficoltà di capire come popolo ‘chi siamo’?
Abbiamo la fortuna di avere una biodiversità culturale oltre che enogastronomica e paesaggistica in ogni angolo del nostro Paese. Tuttavia, escluse alcune eccezioni, tutta l’Italia è appoggiata a una dimensione vecchia, passiva.
Identità significa non solo una chiesa o un prodotto tipico, significa storie, leggende.
Come mai ad Acireale, che secondo la leggenda è la terra di Polifemo, nulla parla del gigante con un solo occhio, se non un centro commerciale che si chiama Al Ciclope?
Perché non parliamo dei luoghi di Dante, ad esempio, o delle nostre riviere, montagne o delle nostre colline?
Quanta storia e tradizione abbiamo ancora depositata nei secoli che non viene raccontata nel modo giusto? 
Raccontare l’identità significa anche offrire storie diverse in ogni luogo e attirare persone provenienti da tutto il mondo per scoprire, per conoscere, per essere conquistati da questa identità che è di qualsiasi tipo: storica, architettonica e culturale.

I temi Ambiente e Cultura, hanno spazio sufficiente nel contratto che ha dato vita al nuovo Governo?
Il contratto di Governo appena firmato è molto generico su questi temi. Abbiamo davvero bisogno di sanare tutto il sistema dell’accoglienza, a partire dagli abusi che ci sono anche nell’extra alberghiero. Concretamente ci sono delle misure da attuare come, ad esempio, lavorare nelle aree interne, o valorizzare il territorio minore perché ha un potenziale straordinario.
È necessario capire se il nuovo Governo disporrà delle risorse, o se darà almeno attenzione a questi temi.
Non si tratta solo di soldi: a volte, per semplificare, bastano delle normative come per esempio una legge nazionale sull’albergo diffuso, che permetta di andare verso l’albergo di comunità in cui interi borghi, non solo i privati, diventano proprietari e offrono un’accoglienza comunitaria.
Fin quando non si riformerà il titolo V della Costituzione, in base al quale oggi le Regioni legiferano in materia di turismo, saremo sempre in difficoltà. La prima cosa è riportare il turismo a una materia organizzata dal Governo centrale.

Nel tuo libro parli anche di una visione strategica, degna delle migliori aziende, che per esempio mettono in pratica in Cina progettando con una visione a lungo termine. Secondo te questo è fattibile in Italia?
Fino ad ora non si è verificato, speriamo nel futuro. Il ministro Franceschini ha sicuramente dato una buona spinta in questa direzione, ma c’è veramente ancora tanto da fare, non è un modo di dire.
La visione cinese programmata sui 30/40/50 anni significa investire, cominciare a partire dalle basi come ad esempio la formazione dei nostri ragazzi che è arretrata.
L’accoglienza non è solo portare un piatto o rispondere a una persona “Benvenuto”. C’è un modo diverso di accogliere.
Le nuove tecnologie spazzeranno via molti servizi come quello della reception: non ci sarà più bisogno di una persona dietro un banco per darti una chiave, basterà un lettore di QR code da un cellulare. Sarà importante, invece, avere una persona che, all’ingresso di una struttura ricettiva, possa salutarti dicendo: “Benvenuto Emilio, questo è quello che noi siamo e vogliamo offrirti”. È un'altra forma di concepire sia il turista sia l’accoglienza di chi viaggia, coinvolgendo tutta la realtà di un territorio.


La tua proposta di inserire in un preambolo della nostra Costituzione “Fondata sulla Bellezza” credi sia davvero realizzabile?
Perché no? È una proposta sicuramente azzardata, ma mi piacerebbe davvero che la parola bellezza entrasse nella nostra Costituzione.
Non toccherei minimamente gli articoli della nostra Costituzione, perché almeno i primi dieci stanno benissimo così come sono e già ci sono dei riferimenti alla tutela del paesaggio e della nostra Cultura.
“Rifondata sulla bellezza”, perché la bellezza incarna quell’elemento che Vitruvio identificava come fondante, assieme alla Firmitas e all'Utilitas (la solidità statica e materiale e l'utilità funzionale n.d.r.) per creare qualcosa che duri nel tempo come un edificio. Per sostenere l’edificio dell’Italia nel tempo, noi abbiamo bisogno di capire il valore della bellezza nella quotidianità. E questo significa anche non buttare una sigaretta a terra, per rispetto dell’ambiente e del territorio in cui viviamo e che viene visitato dagli altri.
Mettere la parola bellezza in cima alla Costituzione credo possa essere un segnale simbolico importante sia per gli italiani sia per il resto del mondo.