Ambiente, italiani confusi e ostili

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In Europa tutti ormai si preoccupano dell’ambiente. In una recente indagine che ha approfondito le opinioni dei cittadini sul cambiamento climatico, alla domanda sui problemi che affliggono il pianeta, la maggioranza degli europei cita la scarsità dell’acqua (28%) e il cambiamento climatico (20%) come principali preoccupazioni.

Problemi più pressanti della situazione economica (16%), il terrorismo internazionale (11%), i conflitti armati e la diffusione di malattie infettive globali (entrambi 4%).
Gli italiani sono in controtendenza: sono in generale più preoccupati della congiuntura economica che dei danni ambientali creati al pianeta terra.

Il cambiamento climatico è di fatto diventato una delle maggiori sfide della Comunità Europea e i suoi cittadini pensano che i governi nazionali (41%) seguiti dall’Unione Europea e il mondo produttivo (entrambi 35%) siano i principali responsabili nell’affrontare il problema. Il 21% dichiara però che si tratta anche di un problema di responsabilità personale.
In Italia invece la società non sa individuare chiaramente un responsabile: per il 38% si tratta di una non meglio specificata responsabilità collettiva, solamente poco più del 20% della popolazione attribuisce chiaramente ai governi nazionali, alla UE o alle imprese l’onere di affrontare il grattacapo. Ma il dato preoccupante è che solo il 5% pensa di essere personalmente responsabile del cambiamento climatico. Come a dire, tutti responsabili, nessuno responsabile.
In questo quadro non sorprende quindi che gli italiani siano più pessimisti dei loro colleghi europei sulla diffusione delle energie rinnovabili, sull’abbattimento dei consumi energetici, sulla sostituzione di auto a benzina e diesel con sistemi più efficienti e puliti e che siano meno propensi a modificare le loro abitudini e i comportamenti dannosi all’ambiente.

 

L’unica strategia italiana consolidata sembra essere quella del no. L’Osservatorio Nimby sulle contestazioni ambientali in Italia (nimby è un acronimo che significa not in my backyard, non nel mio giardino) registra 331 progetti, Tav a parte, che nel 2011 hanno subito proteste e polemiche con un incremento del 3,4% rispetto al 2010.
Il dato che sorprende in questo caso è che in prima fila sul fronte della protesta non ci sono più i Comitati (che si attestano al 18,9%, contro il 25,4% del 2010) ma i soggetti politici locali, che si fanno promotori di contestazioni nel 26,7% dei casi (nel 2010 esprimevano il 23%).
Significativo, a questo proposito, il ruolo giocato dai Comuni, al secondo posto tra i soggetti contrari agli impianti (19,7%) e contemporaneamente al primo posto nella classifica dei più attivi nell’appoggiare le opere contestate (22,5%). Questa posizione delle Autorità Locali come ago della bilancia nell’approvazione dei progetti potrebbe essere un dato positivo se accompagnato da una forte partecipazione del territorio e da una coscienza profonda delle persone che lo abitano.
Ma i segnali in questo senso, come dimostrato sono piuttosto deboli, non si trovano grandi appigli che facciano pensare ad un sistema di relazioni positive che aiuti gli italiani ad uscire da un pregiudizievole appoggio/diniego preconcetto e uno sterile individualismo senza prospettive sia di chi sostiene i progetti sia di chi li contesta.

Forse servirebbero più Giornate della Terra all’anno.


Eurobarometer – Special Eurobarometer 372 EB 75.4 Climate Change 
Forum Osservatorio Nimby

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