La crisi non intacca il capitale culturale italiano

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L’Italia è il paese con il più vasto patrimonio culturale del mondo. Lo dicono le poche statistiche al riguardo e lo dicono i luoghi comuni ormai globalizzati. Per questo c’è da ringraziare moltissimo i nostri antenati, ma se è vero che La Terra non è un'eredità dei nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli (detto indiano recitato ormai come un mantra) verrebbe da chiedersi se le nostre progenie hanno ben riposto la loro fiducia.

Da una rapida ricognizione sulle statistiche culturali a disposizione verrebbe da dire che gli italiani non sono all’altezza dei loro padri e poco preparati per trasmettere sapienza ai loro figli, ma a spremere i pochi dati di questo settore un barlume di speranza sembra esserci, una scintilla che permetta di ricucire il passato con il futuro. Gli italiani vivono la cultura. Non la comprano, non la immagazzinano nel serbatoio del sapere ma la usano soprattutto per stare insieme. Anche in tempi di crisi.

Cerchiamo di dimostrare questa tesi, usando i pochissimi dati a disposizione e facendo qualche volo pindarico usando le ali dell’ottimismo.

Gli italiani spendono poco per la cultura. La prima considerazione riguarda la spesa in ricreazione e cultura: gli italiani spendono pochissimo rispetto ai loro colleghi europei in cultura, solo il 7% della spesa totale come Irlanda, Portogallo e Ungheria. Sicuramente meno della Gran Bretagna, Finlandia e Svezia che spendono il 12%. Indicatore in realtà di difficile interpretazione etica poiché racchiude accanto alle spese “nobili” per musei e libri anche le spese per il gioco d’azzardo e le lotterie in aumento negli anni (sic!).

Leggono pochi libri, ma scrivono molto. A fronte di una produzione di  3,5 copie di opere librarie per abitante nel 2011 solo il 45,3 per cento della popolazione dichiara di aver letto almeno un libro nel tempo libero nell’arco di dodici mesi. Un dato positivo viene dal confronto con gli anni precedenti che registra una tendenza all’aumento della quota di lettori, soprattutto dei lettori accaniti (quelli che leggono 12 o più libri all’anno). Un  dato che trasmette moderata allegria riguarda la quota di bambini e ragazzi da 6 a 17 anni che hanno letto almeno un libro nel tempo libero, è aumentata di 6,7 punti percentuali rispetto al 1995 (dal 50,2 al 56,9 per cento).

Leggono pochi quotidiani e producono poca informazione. Nel 2011  il 54,0 per cento ha dichiarato di leggere il giornale almeno una volta alla settimana e il dato ha subito una contrazione complessiva della quota di lettori superiore ai 4 punti percentuali nell’arco dell’ultimo quinquennio. Il dato dei quotidiani diffusi poi vede l’Italia tra gli ultimi posti in classifica in Europa.

Utilizzano poco Internet per informarsi. Nel 2011, in Italia solo il 25,1 per cento della popolazione dichiara di leggere o scaricare giornali, news o riviste dal web. Pochi decisamente, sotto la media europea, ma fortunatamente in aumento: nell’ultimo anno si registra un incremento dal 20,6 per cento del 2010 al già citato 25,1 per cento del 2011.

Usano la cultura per incontrarsi. In Italia nel 2011 il 53,7 per cento della popolazione va al cinema almeno una volta all’anno. Il 29,7 per cento segue le visite di musei e mostre. Il 28,4, segue gli spettacoli sportivi e con percentuali tra 22,9 e il 20,8 per cento visitano siti archeologici e monumenti, frequentano discoteche e balere, spettacoli teatrali e concerti di musica. Dati in costante crescita dal 1993 al 2011.

Lavorano per fare cultura. I lavoratori nel settore pur essendo pochi rispetto agli altri paesi europei, risultano sostanzialmente stabili semmai addirittura in leggero aumento e quindi in controtendenza con la crisi.


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