Abbandoni scolastici in diminuzione, ma ancora molta strada da fare

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Abbandoni scolastici in diminuzione, ma ancora molta strada da fare

“Studiare, studiare, ma dopo la morte a cosa serve?” cita un noto detto latino. Se alla parola studiare che può avere il sapore di nozioni stantie, faticose interrogazioni ed insegnanti arcigni si sostituisse applicarsi con passione, allora la domanda perde tutta la sua carica provocatoria.Il paese affronta un periodo di cambiamento che richiederebbe elevatissime dosi di slancio ed impeto soprattutto nei giovani e da sempre l’istruzione è un fattore chiave per migliorare le prospettive di un popolo, che vanno anche al di là della speranza di vita di ognuno di noi.

Qualche dato sui risultati dell’Italia in questo ambito.
Negli ultimi venti anni la partecipazione al sistema scolastico dei giovani ha mostrato una continua crescita: il tasso di scolarità nella fascia di età 14-18 anni è aumentato dal 1991 ad oggi di circa 24 punti percentuali, manifestando una crescita più dinamica negli anni Novanta e stabilizzandosi in quelli successivi. Nel 2011, 92 su 100 ragazzi risultano iscritti alla scuola secondaria di II grado, rispetto ai 68 rilevati nell’anno 1991.
La componente che ha maggiormente trainato questa crescita è stata quella femminile. Lo svantaggio femminile che storicamente caratterizzava il sistema scolastico italiano è stato colmato agli inizi degli anni Ottanta fino all’attuale definitivo “sorpasso”. Infatti, il tasso di partecipazione scolastica delle ragazze ha raggiungendo il 93 per cento, contro il 91,5 dei ragazzi.
Anche le competenze acquisite sono in miglioramento. L’ultima edizione di uno studio effettuato nel 2009 sugli studenti quindicenni dall’OCSE ha mostrato un incremento nella preparazione degli italiani  rispetto alle precedenti edizioni dell’indagine.
Su questi andamenti positivi della istruzione in Italia pesa però ancora un posizionamento sostanzialmente non soddisfacente rispetto agli altri paesi Europei. Ciò che maggiormente penalizza l’Italia sono i forti tassi di abbandono dei giovani e la bassa percentuale di laureati.
 Nel 2011 la quota di giovani che ha interrotto precocemente gli studi  è pari al 18,2 per cento, in diminuzione rispetto agli anni precedenti, ma ben lontana dall’obiettivo della riduzione al 10 per cento fissato nella Strategia Europa 2020.

Stesse dinamiche hanno caratterizzato il mondo dei laureati con numeri in sostanziale crescita ma anch’essi lontani dall’obiettivo 2020 di una quota del 40 per cento di giovani in età 30-34 anni che conseguono una laurea; nel 2010, infatti, tale quota risulta ancora al di sotto del 20 per cento.
Su queste dinamiche che il sistema educativo italiano non riesce ad invertire, pesa ancora il forte condizionamento della situazione socio economica di partenza: la scuola italiana non riesce ad evitare la cristallizzazione dei giovani nelle classi sociali da cui provengono. Infatti anche per la generazione più recente, solo il 12,5 per cento dei figli della classe operaia raggiunge la laurea, contro più del 40 per cento dei figli della borghesia così come avveniva nei decenni passati.
Da alcune indagini svolte recentemente dall’ISFOL, risulta che l’applicazioni di metodi educativi innovativi riesce a migliorare il dato degli abbandoni soprattutto per gli studenti di medie e superiori. Il coinvolgimento esperienziale rispetto alla didattica curriculare, il percorso personalizzato svolto attraverso il coinvolgimento di esperti esterni, non docenti, produce effetti molto positivi capaci di alimentare l’affrancamento sociale dei giovani in condizioni di disagio.
L’innovazione quindi come parola chiave per rivedere percorsi scolastici capaci di recuperare la percentuale crescente dei disillusi, coloro che non curano la loro formazione né lavorano, i cosiddetti NEET, il pericolo più pernicioso di questa crisi: i giovani senza speranza in netta ascesa che rappresentano a oggi il 23% dei giovani tra i 15 e i 19 anni.

Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro
tabella neet

Quindi un’istruzione innovativa che travalica la nozione, porta l’esperienza nei circuiti educativi e mantiene viva la passione perché come sosteneva Plutarco i giovani  "non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere".

Magari investendo  più del misero 4,8 per cento del nostro PIL che ci mette al 29° posto nella classifica dei trentasei paesi dell’OCSE.

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