Ambiente

Ambiente (72)

Lunedì, 07 Aprile 2014 00:00

Buccia d'impresa

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La saggezza contadina insegnava come del maiale non si buttasse via niente, ma evidentemente questa virtù non è un'esclusiva del mondo animale. Le arance, per esempio non sono da meno.

L'ultima sul loro conto racconta di un utilizzo della buccia davvero fantasioso. Niente a che vedere con la sfera del gastronomico e del commestibile, bensì una trovata a metà tra moda e bellezza.

Due giovani ragazze siciliane, Adriana Maria Santanocito ed Enrica Arena, hanno pensato di utilizzare gli scarti di questo agrume per produrre capi di abbigliamento vitaminici, tonificanti per la pelle, grazie alle nanotecnologie.

"Trasformiamo uno scarto che è un costo per le aziende in un'opportunità di rilancio del tessile made in Italy – ha spiegato Enrica Arena nel salotto televisivo di "Porta a Porta" – grazie ad un tessuto vitaminico che quando viene indossato ha l'effetto di una crema cosmetica. Contiamo di presentare a maggio il prototipo finale del tessuto – ha anticipato la giovane– per procedere poi con la commercializzazione entro sei mesi".

Orange fiber, così si chiama quest'originale progetto, ha creato una comunicazione diretta tra i due estremi d'Italia, la patria delle due ideatrici e degli agrumi, la Sicilia, e il Trentino Alto Adige.

Con grande lungimiranza il Trentino ha infatti scelto di sostenere una startup siciliana: l'idea delle due ragazze è stata co-finanziata da Provincia autonoma di Trento e Comunità Europea tramite il bando Seed Money-FESR e sarà seguita nei suoi primi passi dai servizi di sostegno all'avvio di impresa di Trentino Sviluppo.

In un momento di evidente difficoltà del fare impresa in Italia abbiamo avuto un assaggio concreto di quanto la creatività e l'approccio ecologico rappresentino la strada vincente.

Mercoledì, 09 Aprile 2014 00:00

La piscina BIO

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Biopisscina è una parola nuovissima, che racconta però una realtà che anche in Italia si sta sempre più diffondendo. Si tratta di piscine in cui non si utilizzano agenti chimici per la depurazione e che si inseriscono nell’ambiente in maniera sostenibile grazie alla fitodepurazione.

Nel nord e centro Europa queste particolari strutture acquatiche sono già una realtà consolidata (le prime sono state create in Austria oltre 30 anni fa), con migliaia di esempi di ogni tipologia, forma ed utilizzo. Ma da pochissimi anni in Italia hanno iniziato a fare la loro comparsa laghetti e piscine ad uso balneabile, meno fintamente azzurre di quelle tradizionali e meno odoranti di cloro ma sicuramente più naturali e, soprattutto, ambientalmente sostenibili.

La particolarità di questi specchi d'acqua artificiali deriva dal fatto che la depurazione non avviene con i sistemi artificiali e tradizionali di trattamento chimico delle acque, quali ad esempio quelli utilizzati per le classiche piscine, ma attraverso l'impiego di elementi naturali, principalmente piante e ghiaia, in grado di rendere le acque balneabili.I biolaghi e le biopiscine nel nostro Paese si stanno affermando in particolare in contesti quali case di campagna, agriturismi, bed and breakfast e agriturismi e, in generale, in tutte quelle realtà che si affidano a scelte eco-sostenibili per ridurre l'impronta ecologica delle attività umane.

Va precisato che, perché una biopiscina possano dirsi realmente tale e la sua creazione possa essere di utilità all'ambiente e non possa comportare qualche danno, si devono però rispettare alcune caratteristiche molto importanti: sono banditi i trattamenti coi raggi ultravioletti, che distruggono la biologia dell’acqua e la vita presente in essa. L’impianto, inoltre, non deve fare uso di prodotti commercializzati per “naturali” ma in realtà a contenuti chimici. Altrettanto non ecologici sono quegli impianti ad aspetto “naturale” o naturalizzante ma in realtà a depurazione chimica.  Una regola è basilare: l'ecosistema creato dalla biopiscina deve essere in grado di risolvere autonomamente i problemi che possono comprometterne l'equilibrio.

A oggi i centri italiani che hanno piscine naturali pubbliche sono 10, non molti ma pur sempre un inizio. Ecco l'elenco dei primi comuni virtuosi: Comune di Campo Tures (Bz), Comune di Dobbiaco (Bz), Comune di Luson (Bz), Comune di Corvara (Bz), Comune di Monclassico (TN), Comune di Roana (VI), Comune di Mercallo (Va), Comune di Castelnuovo - Val di Cecina (PI), in costruzione un impianto ad IVREA (TO). 

Ieri l’ambiente ha ottenuto una grande vittoria. Con 539 voti a favore, 51 contrari e 72 astensioni, Il Parlamento Europeo con una voce sola ha detto basta ai sacchetti di plastica per la spesa. L'inquinamento causato da questi sacchetti, infatti, rappresenta un grave problema ambientale, poiché inquina i bacini idrici e, in particolare, gli ecosistemi acquatici. Come è ben dimostrato dalla comunità dei biologi marini, il maggior danno provocato dai sacchetti di plastica non è tanto conseguenza degli elevati consumi di petrolio per la produzione materiale, la fabbricazione e il trasporto dei sacchetti di plastica, quanto piuttosto dal loro smaltimento finale e soprattutto dalla dispersione dei sacchetti nell'ambiente a causa della loro elevata volatilità e della loro persistenza (per decenni, se non per secoli) nell'ambiente. Senza dimenticare che molto spesso questi sacchetti vengono ingeriti dai pesci perché scambiati per cibo e causandone quindi la morte.

Nel 2010, si stima che ogni cittadino UE abbia fatto uso di 198 sacchetti di plastica, il 90% dei quali erano leggeri. In futuro si prevede che il consumo di sacchetti di plastica sia destinato ad aumentare ulteriormente. Sulla base della valutazione d'impatto della Commissione, oltre otto miliardi di sacchetti di plastica sono stati gettati nel 2010 nell'Ue. Era quindi estremamente necessario fare qualcosa.

"I deputati hanno votato per rafforzare in modo significativo i progetti di norme comunitarie volte a ridurre l'uso dei sacchetti di plastica. Come i paesi che hanno iniziato tale processo prima hanno dimostrato, ridurre drasticamente il consumo di questi sacchetti di smaltimento è un obiettivo facilmente raggiungibile con una politica coerente. Eliminando rapidamente tali sacchetti è una soluzione facilmente applicabile al problema pervasivo dei rifiuti plastici nell'ambiente," ha dichiarato la relatrice Margrete Auken (Verdi/ALE, DK).

Con orgoglio possiamo dire che è stato proprio il nostro Paese il pioniere della riduzione massiccia dei sacchetti di plastica. “Sugli shopper e a difesa dell'ambiente l'Europa si allinea all'Italia, che è stata battistrada nel mettere al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili", ha commentato soddisfatto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti. "Quella del nostro paese - prosegue il ministro – è stata una battaglia di avanguardia vincente che ci ha portato nel 2011 a vietare l'uso dei sacchetti di plastica inquinanti. Una legge che ha consentito di contrastare una fonte di inquinamento del territorio e del mare dagli effetti gravi anche sulla fauna, specie quella ittica".

“Il "modello italiano"- conclude Galletti - diventa modello europeo dando una mano all'ambiente e stimolando la filiera della chimica verde alla produzione e alla ricerca sui sacchetti di matrice organica, che rappresentano un'altra delle sfide virtuose della green economy".

Ma andiamo a vedere più nel dettaglio i vari passaggi per questa riduzione: entro il 2017 dovrà essere ridotto il 50% delle buste di plastica e l’80 % entro il 2019. Questione prioritaria riguarda i sacchetti di plastica in materiale leggero, ovvero con uno spessore inferiore a 50 micron, meno facilmente riutilizzabili dei sacchetti di spessore superiore e con un maggior rischio, quindi, di essere gettati e inquinare l'ambiente. Gli Stati membri dovranno almeno dimezzarne il consumo entro il 2017 e ridurlo dell'80% dopo due anni. Si possono utilizzare misure quali imposte, tasse, restrizioni o divieti di commercializzazione per evitare che i negozi forniscano gratis i sacchetti di plastica, fatta eccezione per quelli ultraleggeri, utilizzati per avvolgere alimenti sfusi come carne cruda, pesce e prodotti lattiero-caseari.

Per quanto riguarda i sacchetti di plastica utilizzati per avvolgere alimenti come frutta, verdura e dolciumi, questi dovranno essere sostituiti entro il 2019 da sacchetti di carta riciclata o sacchetti biodegradabili e compostabili. 

Mercoledì, 02 Aprile 2014 00:00

Ecocucina e non si butta via niente

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Non è una nuova moda passeggera e forse non è (ancora) un neologismo, l’ecocucina potrebbe definirsi un vero e proprio stile di vita. Soprattutto se qualcuno ha deciso di dedicare le proprie energie nell’ideare e studiare tecniche per creare ricette realizzate con tutto quello che siamo soliti gettare nella spazzatura.

Lisa Casali, che sul sito di ecocucina si fa chiamare Lisca, scrive che la cucina e l’ambiente sono il suo pane quotidiano. Cibo e fornelli la sua passione. Tutto legato a doppio nodo l’ambiente:  prima il tema dei suoi studi poi del suo lavoro.

Ecocucina è nato un po’ per caso.

Dopo anni e anni di sperimentazioni, è nato in Lisa, stanca di acquistare passivamente, il desiderio di  saperne di più sui prodotti che metteva nelle buste della spesa.  Voleva eliminare gli imballaggi inutili, ma soprattutto si domandava quanto e perché fosse necessario buttare via così tanto?

 Tutte quelle parti che i libri di cucina dicono di scartare sono davvero da buttare via o sono solo più difficili da preparare?

Sperimentando, girando e confrontandosi con esperti di nutrizione, chef e amici Lisa ha scoperto che non solo queste parti sono commestibili, ma che in molti casi non hanno nulla da invidiare alle parti “nobili”. Da qui l’idea di Ecocucina.

Scarti, soprattuto vegetali, come foglie esterne di carciofo, gambi di asparagi, bucce, torsoli, baccelli e ogni cosa che, quotidianamente, finisce nella spazzatura. Un pizzico di creatività, oltre ai più usuali, buoni ingredienti: basta questo per preparare ottime pietanze.

Venerdì, 07 Marzo 2014 00:00

A Roma ci sono più automobili che residenti

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Roma da Caput Mundi dell'umanità a Car City dei giorni oggi. I dati sul traffico capitolino è davvero preoccupante o meglio da record. Sono infatti 2 milioni e 800 mila le auto nella Capitale rispetto a 2 milioni e 700 mila abitanti. Quello che molti supponevano, ovvero che a Roma ci sono più auto che persone da oggi è realtà. Questo è solo uno dei dati allarmanti che vengono fuori dalla tappa romana del Treno Verde di Legambente. Nel suo viaggio da sud a nord il passaggio a Roma è stato importante per testare la qualità dell'aria e non solo.

Il traffico non solo è la principale fonte di inquinamento dell'aria capitolina, ma anche l'inquinamento acustico è decisamente oltre soglie accettabili sia nelle ore diurne che in quelle notturne. A Roma i monitoraggi, effettuati dal Laboratorio Mobile Qualità dell'aria di Italcertifer, sono stati effettuati in Corso Sempione, uno dei posti più trafficati di tutta la città. In 72 ore di rilievi sono stati registrati i valori di PM10, benzene raccogliendo informazioni sulle concentrazioni nell'aria di biossido di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo e ozono.

I volontari del Treno Verde hanno condotto anche un monitoraggio itinerante, passeggiando per le vie della città grazie a uno strumento, messo a disposizione da Italcertifer, in grado di rilevare in tempo reale le concentrazioni nell’aria delle polveri sottili, simulando, quindi, i livelli di inquinamento che si “respirano” muovendosi. L’esperimento è stato condotto dalle ore 11 alle ore 14 di giovedì 6 marzo da via Trionfale, passando per via dei Monfortani, via di Torrevecchia, via di Boccea, piazza Irnerio, via Baldo degli Ubaldi fino alla metro Valle Aurelia, facendo registrare tre medie orarie di PM10 pari 29 µg/m3 microgrammi al metro cubo nella prima ora, di 35 µg/m3 nella seconda e di 38 nella terza.
“Dall’inizio dell’anno l’aria a Roma e nel Lazio è stata per diversi giorni irrespirabile, fuorilegge per la concentrazione media delle polveri sottili PM10 – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente -. A partire da Frosinone Scalo dove la centralina dell’Arpa Lazio ha già registrato 40 sforamenti del limite delle polveri sottili, già oltre la soglia dei 35 superamenti annui stabilita dalla legge. L’inquinamento dell’aria resta uno dei principali problemi per la salute delle persone e per la salvaguardia dell’ambiente, a Roma come in tutt’Italia. Si tratta di una vera e propria emergenza da affrontare al più presto con una nuova capacità politica, non più basata su provvedimenti tampone, che punti su una mobilità sostenibile che renda protagonista il trasporto pubblico, la mobilità pedonale e ciclabile e il trasporto su ferro per ridurre il parco auto circolante, che nel nostro Paese raggiunge da sempre livelli da primato rispetto al resto d’Europa”. Dai rapporti redatti dal Comune di Roma, infatti, restano fortemente critiche le condizioni per i pedoni, nel 2012 risultano 56 morti (il 36% del totale dei decessi a Roma) e oltre 2mila feriti, con un aumento del 27% dei decessi rispetto all'anno precedente e una riduzione minima del numero dei feriti (-3%). Crescono i rischi anche per i ciclisti: per lo stesso anno di riferimento è aumentato il numero di veicoli coinvolti del 9%, passando dai 226 del 2011 ai 246 del 2012. Secondo una classifica redatta dalla facoltà di Ingegneria Civile di Roma 3, le strade con il più alto tasso di incidentalità sono la Colombo (978 incidenti dal 1 gennaio 2012 al 18 giugno 2013), via Casilina (930), via Prenestina (912) ed è poi altissimo il numero di vetture in circolazione: su 2 milioni e 700 mila abitanti vi sono 2 milioni ed 800 mila veicoli immatricolati, più di uno a testa, mentre a Londra con 7 milioni e mezzo di abitanti le vetture sono 3 milioni e Parigi, stessi abitanti di Roma, ha un milione di vetture.

In collaborazione con il laboratorio mobile di Ferrovie dello Stato Italiane, Legambiente e il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Mare la campagna Treno Verde è giunta ormai alla sua XXVI edizione. Il treno partito da Palermo ha toccato Cosenza, Potenza e Caserta prima di giungere nella Capitale. Da stasera sarà a Pescara per poi risalire lo Stivale e fermarsi ad Ancona, Verona, Milano, Varese e Torino.

Lunedì, 03 Marzo 2014 00:00

L‘Agricoltura è donna?

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L’ultimo Censimento Istat dell’Agricoltura ha confermato il ruolo centrale, per la Provincia di Lecce, dell’economia agricola e il suo indotto. Nel complesso la superficie agricola utilizzata dalle aziende agricole della provincia di Lecce corrisponde al 54,2% dell’intera superficie territoriale provinciale; le aziende agricole censite nella provincia di Lecce sono 71.060, corrispondenti al 4,4% del totale nazionale. Lecce è la provincia che registra il maggior numero di aziende sul totale regionale (26,1%). La manodopera femminile si attesta intorno al 41,2%, percentuale più alta rispetto alla media pugliese (36%) e nazionale (37,1%).

La complessa fase di trasformazione che oramai da alcuni anni interessa l’agricoltura ha condotto alla individuazione di nuovi obiettivi quali il mantenimento e la preservazione del paesaggio, la protezione dell’ambiente e la gestione durevole delle risorse; l’economia agricola si apre oggi a nuove sfide che orientano gli operatori, da un lato verso tecniche e tecnologie di miglioramento quali-qualitativo della produzione e massimizzazione della produttività e, dall’altro, verso il turismo ed i servizi ecocompatibili  che offrono, agli operatori agricoli, interessanti scenari competitivi e di miglioramento della redditività in un’ottica di sostenibilità.

La presenza femminile nel settore dell’agricoltura può ragionevolmente essere considerata una risorsa chiave all’interno delle sfide con cui il settore è chiamato a confrontarsi. Il ruolo delle donne nel mondo agricolo ha subito importanti modifiche di carattere qualitativo nel corso del tempo; in particolare, dalla metà degli anni ’90 le donne hanno dimostrato un rinnovato impegno e di essere molto attive nel migliorare la qualità del loro lavoro e delle aziende che conducono, all’interno di un panorama di profonda trasformazione. Il lavoro in agricoltura, infatti, non ha più come fine predominante quello della produzione ma vanno emergendo con insistenza temi quali la salvaguardia dell’ambiente, del territorio e la qualità degli alimenti.

In funzione del ruolo chiave della donna nelle prossime sfide che l’agricoltura si trova ad affrontare, la Consigliera di Parità ha condotto una indagine “donne e agricoltura in provincia di Lecce” per delineare il profilo delle donne salentine impegnate nel settore agricolo (in qualità di semplici lavoratrici e di titolari e/o socie di aziende agricole,) allo scopo di fotografare la situazione preesistente, di attenzionare l’esistenza di eventuali discriminazioni e/o disparità di genere, evidenziarne le tutele, al fine di  individuare e suggerire ai policy maker possibili spunti di miglioramento, in un’ottica di pari opportunità e valorizzazione della differenza di genere, delle politiche occupazionali, retributive, di job & enterprice creation e di conciliazione dei tempi di vita e lavoro.

Per questo, domani 28 febbraio presso il Carlo V di Lecce, la Consigliera di Parità della Provincia di Lecce Avvocato Alessia Ferreri partendo dallo scenario Europeo del settore dell’Agricoltura, passando poi a quello Nazionale e a quello Regionale presenterà la situazione provinciale con i risultati emersi dall’indagine.

L'iniziativa è promossa e organizzata dalla consigliera di Parità della Provincia Alessia Ferreri, con il patrocinio del Comune di Lecce, Ordine degli avvocati di Lecce, Ordine dei consulenti del lavoro di Lecce, in partnership con Cia, Copagri, Coldiretti, Ugl, Cisl,Cgil, Uil.

Lunedì, 03 Marzo 2014 00:00

L’ecoquartiere Flavors Orchard

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Si chiama Flavors Orchard ed è un eco quartiere ideato per il distretto cinese di Kunming in Cina. Presentato dall’architetto Vincent Callebaut con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica cinese su stili di vita più ecosostenibili, si tratta ancora di un’idea in fase progettuale, ma sicuramente molto innovativa e che potrebbe cambiare decisamente gli assetti della città del futuro. Ma di cosa si tratta? Il progetto prevede 45 ville definite passive, cioè capaci di produrre energia, grazie alla installazione di impianti fotovoltaici e turbine eoliche. Non solo: grazie ad una serie di sistemi automatizzati, l’energia prodotta dalle turbine eoliche e dal fotovoltaico, verrà reindirizzata non solo verso le case stesse, ma andrà ad alimentare anche le auto elettriche della città (le uniche ammesse nell’area urbana).

Tutto ciò letteralmente immersi in frutteti e giardini che hanno lo scopo non solo di aumentare il verde ma soprattutto di produrre il cibo necessario al proprio sostentamento. Delle vere e proprie urban farm, quindi: in questo modo si cerca di integrare città e campagna con lo scopo di arrestare l’esodo verso le campagne a cui si sta assistendo in questi ultimi anni in Cina.

Le ville progettate sono di tre tipologie: la Villa Mobius, la Villa Mountain e la Villa Shell. La prima ha una struttura a forma di nastro con un tetto verde, che contiene camere da letto, bagni, uffici, biblioteche e sale giochi. La Mountain ha una forma a cupola concepita per seguire il percorso del sole. La Villa Shell invece, a forma conica, si appoggia su pilastri in acciaio e supporta turbine eoliche. 

Il cambiamento climatico rappresenta una delle maggiori sfide che l’uomo deve affrontare. Purtroppo siamo ancora impreparati ad affrontarli. Ad affermarlo uno studio internazionale pubblicato su Climate Change Letters a cui ha collaborato anche l’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Finanziato dal programma multidisciplinare europeo COST TU0902, lo studio si è posto l’obiettivo di analizzare gli strumenti elaborati e attuati da 200 città medio-grandi in 11 stati europei per fronteggiare i cambiamenti climatici.

Si tratta del primo studio di questo genere in quanto non si basa su criteri di autovalutazione (questionari o sondaggi sociali) bensì su un’attenta disamina dei documenti programmatici e di pianificazione strategica adottati a scala urbana. Se la situazione in Europa non è certamente delle migliori, in Italia è ancora peggio: su ben 32 città analizzate solo una, Padova, può vantare un piano di adattamento.

“Abbiamo analizzato gli strumenti elaborati e attuati da 200 città medio-grandi in 11 stati europei, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna”, hanno spiegato le ricercatrici Cnr. “Le aree urbane hanno un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi dell’Unione Europea in tema di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, in particolare dai target fissati dalla “Energy Roadmap 2050” che tra l’altro prevedono la riduzione dell’80% delle emissioni europee di gas serra entro il 2050 per evitare l'aumento della temperatura media globale di 2° C rispetto ai livelli pre-industriali”.

La gran parte delle città europee sono lontane dal fronteggiare le nuove sfide poste dal cambiamento climatico. “Il 35% non ha provveduto a redigere alcun piano di adattamento né di mitigazione e appena un quarto si è dotato di entrambi, il 72% ha solo il piano di mitigazione e nessuna ha prodotto solo quello di adattamento”, hanno affermato le ricercatrici del cnr. Ma vediamo più nel dettaglio la situazione nel vecchio continente: il primato spetta al Regno Unito con ben il 93% delle 30 città analizzate con un piano di mitigazione, contro l'80% di quelle olandesi e tedesche, il 56% di quelle italiane e il 43% delle città francesi. Anche per quanto riguarda l’adattamento, si distingue la Gran Bretagna con 24 città, contro 13 su 40 città tedesche e 5 su 26 spagnole. La più virtuosa è la città di Groningen (Olanda) che punta a ‘zero emissioni’, anche attraverso l’incremento di fonti rinnovabili e la piantumazione di nuovi alberi, già nel 2025 in anticipo sul previsto traguardo del 2050.

Nonostante l’impegno di molte città, l’Europa è ancora lontana dal raggiungimento dell'80% entro il 2050 previsto dall’Energy Roadmap 2050.

Maltempo fa rima, purtroppo, con dissesto idrologico. Quando si parla di maltempo, infatti, torna in auge puntuale come sempre il problema del dissesto idrogeologico. Il rischio idrogeologico è fortemente condizionato dall’azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano, aumentando l’esposizione ai fenomeni e quindi il rischio stesso.

Ma com’è la situazione del nostro territorio? A farci una fotografia della fragilità dello Stivale è “Ecosistema Rischio 2013”, il dossier annuale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile che ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali italiane. E la situazione non è certamente positiva. “Sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, si legge nel rapporto, l’82% del totale e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni.

1.109 sono i comuni dove sono localizzate abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Nel 32% dei casi si tratta invece di interi quartieri. Per quanto riguarda i fabbricati industriali, nel 58% dei casi si trovano in luoghi dove non dovrebbero essere, con tutto quello che comporta, in caso di calamità, per la vita dei dipendenti ma anche per l’ambiente stesso nell’ eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Nel 18% dei comuni intervistati sono state costruite in aree a rischio strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive che commerciali.

Nel contempo, soltanto 55 amministrazioni hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e in appena 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.

 “Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.

Cambiamenti climatici e pacchetto clima-energia al 2030 dell'UE: questi i temi del convegno annuale di Kyoto Club, organizzato a Roma il 14 febbraio. La scommessa sulla sostenibilità del futuro passa necessariamente per la trasformazione delle città in smart city, non può che essere altrimenti, lo dicono i dati.
Le città sono responsabili del 45% dei consumi energetici e del 50% dell'inquinamento atmosferico, il 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane: le città del mondo accolgono ogni anno 60 milioni di persone in più e entro la metà del secolo più dei due terzi dell'umanità vivrà in città. Per questo trovare soluzioni innovative per la gestione e la crescita dei centri urbani diventa una necessità oltre che una sfida.
Oggi, diversamente rispetto al passato, il concetto di smart city viene percepito come un’unica cornice che capace di contenere tanti aspetti che fino a oggi sono stati affrontati separatamente. Si pensa alla città come a un insieme di reti interconnesse, quali la rete dei trasporti, la rete elettrica, la rete degli edifici, la rete della illuminazione, la rete delle relazioni sociali, la rete della pubblica illuminazione, dell’acqua e dei rifiuti. È l’integrazione di tali reti in un disegno coordinato a rendere possibile nuovi servizi, impensabili fino al decennio scorso, e aprire possibilità di trasformazione progressiva della città. L'elaborazione di una strategia, che tenga conto dei cambiamenti climatici e sia economicamente efficiente, condivisibile e accettabile dai cittadini, per le città attuali è in cima alla lista delle priorità di molti smart city planners.
Anche gli obiettivi UE al 2030 – con la proposta della Commissione europea di puntare entro quella data a una riduzione vincolante delle emissioni climalteranti del 40% rispetto ai livelli del 1990 – indicano che la strada è tracciata. Ora bisogna solo percorrerla a passi spediti e sicuri.

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