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Non sono ancora definitivamente passate di moda, ma sempre più marchi e aziende ne prendono le distanze. La pelliccia cosiddetta "naturale", ovvero di origine animale, non implica soltanto indossare animali morti, che perlopiù subiscono trattamenti atroci per essere sfoggiati in questa forma.
Anche in fase di lavorazione, infatti, implica trattamenti chimici con sostanze tossiche, che possono rimanere in forma residua sul capo indossato, oltre ad essere causa di elevato impatto ambientale durante le fasi di alimentazione e gestione degli animali in allevamento, così come per la manutenzione e pulizia del capo finito e indossato.
Per accrescere la sensibilità sulla questione è nato lo standard internazionale 'Fur Free' - che in Italia è coordinato dalla LAV (Lega Anti-Vivisezione) -, che fa sì che sui capi di abbigliamento in eco-pelliccia venga applicato, il cartellino "Fur Free Company", che permetterà ai consumatori di identificarli facilmente.
Ha appena aderito all'iniziativa Miniconf, azienda toscana di abbigliamento per bambini che continua nel suo impegno nel promuovere la moda sostenibile e dice addio per sempre alle pellicce di origine animale. In particolare l'azienda ha scelto di utilizzare prodotti tessili alternativi: in commercio esistono materiali (fibre sintetiche ma anche vegetali) che replicano con estrema accuratezza la pelliccia vera, assicurando anche una filiera produttiva più ecologica, come dimostrato dagli studi di LCA (Life Cycle Assessment) pubblicati dalla LAV nel 2011 e 2013.
"Una scelta di grande valore etico", commenta Simone Pavesi, responsabile LAV 'Campagna Pellicce', "che offre a Miniconf la possibilità di collaborare con la "Fur Free Alliance", la coalizione internazionale delle principali associazioni impegnate contro lo sfruttamento degli animali per la loro pelliccia, rappresentata in Italia dalla LAV. Con l'adesione allo standard, Miniconf è stata così inserita nell'elenco delle aziende virtuose e pubblicato sul sito tematico della LAV www.nonlosapevo.com e sul portale www.furfreeretailer.com".

Da tutto il mondo non fanno che arrivare appelli indignati per bloccare la cattura e mattanza di delfini nelle acque del Giappone. In  Italia l’Ente nazionale protezione animali (Enpa) ha presentato un appello al ministro degli Esteri Emma Bonino affinché anche il governo italiano faccia sentire la sua voce sulla questione.

Il detonatore che ha fatto scoppiare l’indignazione mondiale si è avuto nei giorni scorsi per la mattanza che si è consumata nella baia di Taiji, città del Giappone, dove ci sono oltre 250 i delfini catturati in maniera del tutto barbara.

La protezione animali dichiara ''Il mondo intero sta protestando contro questa ennesima mattanza, attori e personaggi della cultura e dello spettacolo stanno esprimendo il loro disappunto e il disgusto per questa pratica tanto barbara quanto incivile, da Yoko Ono ai report di tutti i principali telegiornali dagli Usa all'Australia'' chiedendo appunto che anche il nostro Paese prenda posizioni in merito.

A difesa dei mammiferi acquatici si è schierata anche l’ambasciatrice americana a Tokyo, Caroline Kennedy, che attraverso il suo profilo twitter dichiara ''Sono profondamente preoccupata per la disumanità dell'azione della caccia. Il governo degli Stati Uniti si oppone alla caccia dei delfini'', ha scritto su Twitter la figlia dell'ex presidente Usa John Fitzgerald Kennedy.

Ogni anno in Giappone la caccia dei delfini si ripete pressoché puntuale e sistematicamente la Sea Shepherd Conservation Society, associazione animalista che combatte da anni la caccia alle balene per uso scientifico, riporta i dati della carneficina. Secondo l’associazione sono stati strappati al mare più di 250 delfini nella baia di Taiji, tra i quali vi era un rarissimo cucciolo di femmina albina.

La baia giapponese da secoli pratica questa caccia. Le attenzioni internazionali si sono amplificate in seguito al documentario “The Cove”, vincitore dell’Oscar 2009, nel quale si racconta il sistematico massacro dei delfini durante il periodo della caccia.

In questi giorni il mondo della rete si è attivato facendo rimbalzare su siti e social network le foto dei delfini braccati e uccisi. Sea Shephard ha lanciato l’ashtag #tweetfortaiji con il quale si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale ad intervenire per poter evitare questo sistematico massacro. Dei delfini catturati la gran parte finirà sulle tavole, con il rischio di salute per l’uomo in quanto sono stati rilevati altissimi quantitativi di mercurio, mentre altri esemplari finiranno per essere attrattive in parchi acquatici.

Sabato, 07 Dicembre 2013 00:00

Abete in plastica? No grazie

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Ci siamo mai chiesti se per un Natale rispettoso dell’ambiente, l’albero è meglio tagliarlo oppure comprarlo finto? Probabilmente sfatando un luogo comune o demolendo una credenza radicata, è  cosa buona e giusta sottolineare e diffondere la notizia che l’abete di plastica ha un impatto ambientale maggiore degli alberi veri. A patto che siano coltivati e provenienti da boschi gestiti in modo sostenibile. Ecco i consigli degli esperti Pefc Italia, il sistema di certificazione per la gestione forestale sostenibile più diffuso in Italia e al mondo. Che ricordano: dopo le feste, no al rimboschimento “selvaggio”. Sì al riutilizzo nel giardino di casa o in vaso

Cerchiamo di capire se è meglio un albero finto o un albero vero: il vero vantaggio per ambiente e collettività è garantito se si acquista un albero vero, a patto che sia però coltivato in Italia e che si tengano a mente alcuni accorgimenti per comprare gli abeti giusti.

 “Pefc Italia consiglia di comperare un albero di Natale vero invece di quello di plastica, innanzitutto per un motivo ambientale: la plastica deriva dal petrolio e quindi ha costi ambientali e di smaltimento elevati; poi l'abete in casa respira, assorbendo anidride carbonica e rilasciando ossigeno, ma anche rilasciando oli essenziali che purificano e aromatizzano la stanza”, spiega Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia.

Inoltre esistono motivazioni di natura economica e sociale: “Gli abeti di origine italiana presenti sul mercato natalizio derivano per il 90% circa da coltivazioni specializzate, cioè da piantagioni di alberi create per questo scopo, che occupano stagionalmente oltre mille piccole aziende agricole in Italia. C’è poi un importante numero di piante (il restante 10%) che sono vendute senza radici, cioè cimali o punte di abete: queste derivano dalla normale pratica di gestione forestale che prevede interventi colturali di "sfolli” o diradamenti, operazioni indispensabili per lo sviluppo delle foreste più pulite e più fruibili”, rende noto il Pefc Italia. “Con queste piantagioni arboree e con queste operazioni selvicolturali si contribuisce a migliorare l'assetto idrogeologico delle colline e a contrastare l'erosione e gli incendi, perché gli abeti sono generalmente coltivati soprattutto in terreni marginali altrimenti destinati all'abbandono”.

Conseguenza diretta, l’aumento del potere d’acquisto delle famiglie di molte zone montane: “Con l’acquisto dell’abete si valorizza un’attività produttiva vivaistica che dà reddito a un migliaio di piccole aziende agro-forestali in aree marginali montane creando un’economia integrativa a tante famiglie che lavorano nelle Alpi e nell’Appennino”

Scegliere l’albero giusto è un gesto apparentemente piccolo ma che può essere un tassello fondamentale per creare stili di vita ecologicamente attenti. “È importante fare attenzione al tagliando che troviamo sull’albero o sul cimale: fra le informazioni riportate in etichetta deve esserci indicata la provenienza da coltivazioni specializzate, che ricordiamo garantisce un buon indotto e la valorizzazione per le zone marginali dove vengono coltivati; la nazionalità; la non destinazione per il rimboschimento, affinché non ci sia mescolanza genetica tra le specie autoctone e quelle provenienti dall’estero; l’età dell’albero, più è giovane e più è piccolo, maggiori sono le probabilità di sopravvivere, anche per un miglior rapporto tra quantità di chioma e di radici”.

Altro momento fondamentale è quando le feste sono passate e bisogna decidere cosa fare del nostro albero. Dobbiamo fare in modo che l’abete venga riutilizzato in modo corretto. Si pensa di solito che destinare l’albero al rimboschimento sia sempre la soluzione migliore, per fare un gesto amico della Natura. Ma non è così: “l’abete rosso (il Picea abies che rappresenta circa l’80% di quelli presenti sul mercato nazionale) è infatti un albero spontaneo solo sull’arco alpino e in alcune ‘isole’ dell’Appennino Tosco-emiliano”, ricorda Brunori del Pefc Italia. “Piantarli in boschi dove già è presente l’abete significa creare problemi di inquinamento genetico a prescindere, soprattutto se non conosciamo l’origine delle piante. Inserire l’abete in ambienti naturali dove invece non cresce spontaneamente crea una intrusione botanica che è negativa, per il paesaggio e l’ecosistema. Molto meglio quindi mettere l’albero nel nostro giardino di casa, ricordando però che è una specie ad apparato radicale molto superficiale, quindi destinato, prima o poi, a cadere”.

Niente da fare per l’Italia. Nonostante la naturale vocazione del Belpaese per le due ruote a pedali, non c’è nessuna città nostrana tra quelle che possono vantare il più alto tasso di penetrazione del sistema di 'bike-sharing'. Parola dell’Institute for transportation and development policy (Itdp) di New York, che ha condotto una ricerca, includendo 400 città di 5 continenti dove si stanno mettendo in pratica sistemi per implementare la condivisione delle biciclette.
Lo studio - raccolto nella prima guida “The bike share planning guide”, edita dall’Itdp, contenente le best-practices adottate nelle città che offrono questo tipo di servizio ai cittadini – rivela che le 7 città più avanti in questo senso sono Barcellona, Lione, Città del Messico, Montreal, New York, Parigi e Rio de Janeiro.
Il servizio, racconta lo studio, risolve in particolare il problema dell’ultimo miglio da percorrere senza auto per chi arriva in città in treno o con gli autobus e deve raggiungere il luogo di lavoro. È un servizio rapido, ideale per viaggi brevi e c'è enormemente bisogno nelle città, spiegano gli autori della nuova guida. “Un sistema ideale per migliorare lo stato dell'ambiente e ridurre il numero di miglia percorsi in automobile - spiega Colin Hughes, direttore del National policy and project evaluation dell' Itdp -. Ad esempio i 22.000 membri del car sharing di Washington hanno ridotto il numero di miglia fatti in auto di 4,4 milioni all'anno e molti studi dimostrano che 20 minuti di bicicletta al giorno hanno un impatto significativo sulla salute mentale e fisica”.
A dare la fotografia precisa del dato italiano – decisamente molto migliorabile – è la Federazione Italiana Amici della Bicicletta. Attualmente in Italia sono attivi circa 130 sistemi di bike sharing con una prevalenza nei Comuni del Nord e del Centro rispetto al Sud. In particolare le regioni in cui si rileva una maggiore presenza del bike sharing sono: Emilia Romagna (19) – Piemonte (16) – Veneto (15) – Lombardia (13). Seguono Marche, Puglia, Liguria e tutte le altre regioni, escluse Campania, Calabria e Basilicata.
Questi 130 sistemi possono essere suddivisi in due tipologie: meccanici a chiave e a scheda magnetica. Nel primo caso l’utilizzatore deve acquisire tramite uno sportello una chiave che inserita nel posteggio libera la bici e lo identifica; la bici dovrà essere riconsegnata, senza particolari limiti di orario, nello stesso stallo per poter ritirare la chiave. I sistemi a chiave sono in genere gratuiti e permettono l’utilizzo delle bici in città diverse con la stessa chiave.
I sistemi a scheda magnetica invece permettono la riconsegna in un qualunque altro posteggio e soprattutto permettono, mediante la regolazione tariffaria, di incentivare l’uso della bici per un breve periodo, in modo da riconsegnarla e permetterne l’utilizzo ad un altro utente: quindi poche bici per tante persone. I sistemi a scheda magnetica inoltre hanno la possibilità di registrazioni tramite internet e di pagamento tramite carta di credito o telefoni portatili; sono inoltre i sistemi che, come vedremo, aprono le nuove prospettive dell’integrazione tariffaria tra i vari sistemi di trasporto. Su circa 130 sistemi attivi ad oggi 2/3 sono chiave e 1/3 a scheda, con una distribuzione territoriale molto legata alla localizzazione d’origine e alla conseguente penetrazione commerciale delle due aziende fornitrici. C’entro in bici che ha sede a Ravenna è prevalente nelle zone dell’Emilia e del Veneto, mentre Bicincittà è di Torino e ha la prevalenza nel Nord Ovest; Bicincittà è inoltre presente anche sul mercato internazionale con i sistemi di Pamplona e Losanna. Questa forma di duopolio legato a una partizione territoriale tra sistemi tecnicamente diversi è sintomo di come il bike sharing in Italia sia ancora giovane e debba ancora evolvere verso una molteplicità di offerta caratteristica di un mercato più maturo.

È la corrispondenza più odiata dai cittadini e spesso aprendola non ci si capisce molto, a parte quanto dobbiamo “scucire”. Stiamo parlando della Bolletta. Che sia dell’energia elettrica o del gas, spesso capire cosa si sta pagando diventa un’impresa e capita che molti neppure controllino le varie voci di spesa che contiene, ma paga e basta.

Dal primo gennaio 2014 per quanto riguarda la bolletta dell’acqua arrivano nuove regole che dovrebbero renderla “più trasparente”. L’Autorità per l’energia, entro la fine del 2013 delibererà sull’entrata in vigore di un nuovo Metodo tariffario idrico. L’obiettivo è quello di favorire costi più efficienti e investimenti mirati affinché si evitino perdite a discapito di portafoglio e inquinamento ambientale.

Nel DDL Ambiente è previsto anche il bonus fiscale dal quale l’Autorità prevede agevolazioni tariffarie per le famiglie in difficoltà economiche. Il Garante Pietro Bordoni, durante la seconda Conferenza nazionale sulla regolazione dei servizi idrici ha dichiarato: “Non dobbiamo dimenticare  che stiamo operando in un contesto di crisi, quindi sono previsti 'bonus sociali', basati sull'Isee, che consentano di alleviare la spesa idrica per le fasce sociali che vivono in condizioni disagiate'' Intanto quest'anno si è registrato un incremento medio in bolletta ''contenuto al 2,7%'', rispetto al 2013, ha aggiunto il Garante, spiegando che si tratta di un valore inferiore al limite previsto dall'Authority per evitare aumenti indiscriminati.

Per il prossimo biennio “non è possibile fare una stima degli aumenti”, spiega sempre Bortoni, in quanto i nuovi criteri prevedono quattro diversi tipi di schemi tariffari rispetto ai quali ogni gestore individuerà le soluzioni più efficaci da proporre. “Le tariffe terranno conto degli investimenti, ma vi saranno anche bonus sociali per le famiglie meno agiate” ancora il Garante , come riportiamo dal sito dell’ANSA.

Un problema importante riguarda la morosità delle bollette, che ha raggiunto una media del 4,5% con punte di addirittura il 20% rispetto alla totalità delle emesse. La Direttiva sulla trasparenza renderà le bollette più comprensibili, fornendo maggiori informazioni sui diritti dei consumatori.

Insomma sognando il giorno in cui la bolletta sparirà per sempre dalle nostre cassette della posta, quella dell’acqua diventa più trasparente, non sarà lo stesso ma intanto aiuterà a capire i Perché dell’uscita dei nostri soldi e potrà incentivarci ad aiutare gli sprechi.

Cefalù fa sul serio per quanto riguarda il green, e dopo le diverse attività culturali e di pulizia ambientale si appresta a partecipare da protagonista alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, e con la Campagna nazionale “Porta la Sporta” che si terrà, in tutta Italia, dal 16 al 24 novembre 2013.

Il comune siciliano è stato selezionato dal comitato promotore composto da: Ministero dell’Ambiente, Federambiente, Rifiuti 21 Network, Provincia di Torino, Provincia di Roma, Legambiente, AICA, E.R.I.C.A. Soc. Coop., Eco delle Città).  Il programma della manifestazione, ideato da Daniela D’Anna e adattato ai criteri europei richiesti, è stato ritenuto valido e rappresentativo di una efficace azione di sensibilizzazione del tema della riduzione dei rifiuti, promossa da un ente pubblico locale.

L’iniziativa si conferma oggi come la principale e più vasta campagna d’informazione e sensibilizzazione dei cittadini, circa l’impatto dei loro stili di vita e dei loro consumi sull’ambiente e sui cambiamenti climatici.

L’obiettivo principale della “Settimana” , che si avvale del sostegno della Commissione Europea, è quello di promuovere il coinvolgimento di istituzioni, mondo produttivo e consumatori circa le strategie e politiche di prevenzione dei rifiuti dell’Unione Europea e degli Stati membri. In Italia la manifestazione è realizzata sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio della Camera dei Deputati, della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco e del Commissario Europeo all’Ambiente Janez Potocnik.

Il Comune di Cefalù, in occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti 2013, e in concomitanza con la Campagna Nazionale ‘Porta la Sporta’ (per promuovere l’uso di borse riutilizzabili in sostituzione dei sacchetti di plastica), organizza una sei giorni, dal 18 al 24 novembre, articolata in laboratori del riciclo creativo, una Mostra Mercato in cui si potranno trovare le eco-bag (le sporte della campagna nazionale) e apertura dell’ “Angolo del Baratto” come appuntamento di scambio mensile, oltre al “Clean Up Day” e alla “Green Mobility D”, in collaborazione con Daniela D’Anna, Rosalia Liberto, l’Associazione Avulss di Cefalù, Bricocenter Palermo e ‘La Galleria’ Ristorante, coordinati da Salva Mancinelli, Esperta Green Economy del Sindaco di Cefalù Rosario Lapunzina.

Sul sito del Comune di Cefalù nei prossimi giorni sarà possibile scaricare sia il programma della manifestazione sia la scheda di partecipazione alla Mostra Mercato e all’’Angolo del Baratto” (MMAB Cefalù 2013), che si terranno entrambe presso la Corte delle Stelle in Corso Ruggero. Collaborano alle iniziative anche  Cefalù EcoTour, Cefalù by Segway e Noleggio Easy Walk.

Per info https://www.facebook.com/events/227848434056743/?previousaction=join&;ref_dashboard_filter=upcoming&source=1

Ancora una volta una delusione. Ancora una volta un flop. Ancora una volta si è deciso di non decidere. A Varsavia si è parlato di energie rinnovabili, scegliendo quelle fossili con il risultato di non cambiare nulla in positivo ma forse per quanto  possibile addirittura peggiorare la situazione.

A Varsavia i lavori si sono svolti con il chiaro obiettivo di non entrare nel merito delle questioni portando tutto ad un rinvio. Tutto posticipato alla primavera 2015 quando si dovrà necessariamente partorire qualcosa in preparazione alla sottoscrizione del nuovo accordo globale sul clima, in programma a Parigi nel dicembre dello stesso anno.

In questi mesi serve assolutamente che l’Europa si impegni affinché si riprenda una leadership che sembra non voler più sostenere. Le posizioni del vecchio continente, qualora vengano rivolte seriamente al problema climatico, sono le uniche in grado di poter dare nuova linfa ai negoziati a livello mondiale. Fondamentale sarà anche l’apporto del nostro Paese, dato che sarà italiana la presidenza europea che presenzierà alla prossima Conferenza di Lima nel dicembre del prossimo anno, tappa essenziale in vista di Parigi 2015. Anche in Italia la questione fossili-rinnovabili sembra polarizzarsi in maniera negativa.

Legambiente sottolinea come continuino anche da noi ad essere pesantemente incentivate le risorse fossili, per un totale che sarebbe addirittura di oltre 12 miliardi l’anno. Questo in risposta alle dichiarazioni di Flavio Zanonato, Ministro allo Sviluppo, che aveva dichiarato “Se l'energia costa cara è perché "c'è il problema delle rinnovabili che costano quasi dodici miliardi l'anno".  Da qui lo scontro.

Secondo il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini i sussidi alle fonti fossili neppure vengono trattate nel dibattito pubblico e politico nazionale, tanto da non apparire neppure nella Strategia Energetica Nazionale approvata quest’anno. Le cifre però non sono da poco. Si tratta di ben 4,4 miliardi di sussidi diretti che vengono distribuiti tra autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, ai quali si aggiungono 7,7 miliardi di sussidi indiretti che vanno a finanziamenti di strade, autostrade, sconti e trivellazioni. Il totale supera i 12 miliardi di euro per petrolio, carbone e altre fonti inquinanti, responsabili principali di cambiamenti climatici e per la salute dei cittadini.

La Onlus da rilievo ai costi del Cip6 ( delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 1992 che stabiliva i prezzi incentivati per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili). Il problema era sorto nel momento in cui, oltre alle fonti rinnovabili che potevano usufruire dei benefici, è stata aggiunta la dizione  “fonti assimilabili”. Ciò ha permesso di far rientrare nelle assimilabili, tecniche che di rinnovabile hanno ben poco. Complessivamente, ricorda in un dossier Legambiente, sono 40.149 milioni di euro che in 11 anni sono stati regalati in questo modo ad impianti a fonti fossili. Secondo alcuni dati del Gse (Gestore dei Servizi Energetici), nel solo 2012 il sussidio a centrali fossili  è stato pari a 2.116 milioni di euro di cui 724,4 milioni usciti dalle tasche dei cittadini. Si stima che fino al 2021 saranno altri 4.880 milioni gli euro che saranno “donati” dalla collettività. Oltre il danno economico anche la beffa. Infatti nella proposta del famoso “Decreto del Fare 2” è previsto un incentivo per la costruzione di una centrale a carbone “pulito” nel Sulcis, di circa 60 milioni annui, per un totale di 1,2 miliardi di euro che usciranno dai costi sulle bollette di tutti i consumatori.

Altri sussidi indiretti alle fonti fossili, sono le particolari scontistiche riservate ai grandi consumatori di energia, in antitesi al bisogno di efficienza nella riduzione di consumi. Questi sconti particolari arrivano a 600,4 milioni di euro l’anno. Altro sussidio particolare è quello che riguarda la disponibilità di alcune aziende ad interrompere l’uso di energia in caso di bisogno dovuto a problemi di rete. La possibilità di poter attuare questa esigenza a favore della comunità, è costata ai consumatori 736,5 milioni di euro solo nel 2013.

Sempre Legambiente afferma che non sono le associazioni ambientaliste, forse anche ideologicamente schierate,  le uniche a denunciare questi sussidi alle fossili, ma anche la IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia). Secondo il suo ultimo rapporto il dominio di petrolio, carbone e gas nei consumi mondiali è sostenuto da una quota sempre crescente di sussidi. Solo nel 2011 i sussidi a livello mondiale hanno raggiunto i 532 miliardi di dollari, esattamente il 30% in più rispetto l’anno precedente.

"Occorrono scelte chiare a partire dall'Italia –dichiara sempre Zanchini -  Scegliere di cancellarli è una straordinaria occasione per dimostrare una seria intenzione di frenare i cambiamenti climatici e fare della green economy la strada maestra per uscire dalla crisi. Per questo, chiediamo al governo Letta il coraggio e la lungimiranza di mettersi a capo di una coalizione internazionale per cancellare questi sussidi e assumere un ruolo da protagonista nel semestre di Presidenza dell'Unione Europea che spetta al nostro Paese a partire da luglio 2014".

 Ai dati di Legambiente ha replicato il Ministro Zanonato. "Non esistono sussidi per 'fossili' per 12 miliardi. L'unico sussidio è il Cip6 che ho ridotto". Sempre il ministro ci tiene a puntualizzare: "Abito a Padova e mi piace Roma, ma non sostengo che è più vicina di Mestre; si è credibili con dati veri, il rapporto di Legambiente somma mele con pere, che c'entra l'autotrasporto con l'elettricità?".

Intanto il tempo passa, il caos cresce e di soluzioni per l’ambiente se ne vedono ben poche.

Sembra una strana coincidenza mentre nelle Filippine si cerca di fare una stima delle vittime del passaggio del tifone Haiyan a Varsavia si apre la "XIX Cop", conferenza delle Nazioni Unite per la difesa della stabilità del clima.  L’ultimo rapporto IPCC ha cancellato qualsiasi dubbio alle teorie che vogliono questi mutamenti repentini frutto del caso o dovute a ciclicità varie. Il rapporto sancisce che il 95% di probabilità delle variazioni climatiche è dovuta all’impatto che la specie umana ha avuto sul clima modificandolo. Un vero e proprio continuo “progresso” verso la distruzione delle possibilità di vita sulla Terra e per la Terra.

Il tempo rimasto non va assolutamente sprecato. Per questo fine si stanno studiando dei sistemi per la difesa degli ecosistemi a lungo termine, basandoli in primis sulla Green Economy. Il passaggio a politiche economiche che prescindano  dal rapporto con l’ambiente non è più una possibilità percorribile. In questo settore si è sviluppato un modello molto semplice, nella forma e nella sostanza, dal quale poter operare ogni scelta che si basa sul  principio ineludibile del: chi inquina paga. Partendo da questa “prima pietra” si possono strutturare tutte le scelte politiche, e sono queste le tematiche che verranno affrontate dai Paesi ONU in Polonia.

Il rilancio dell’ormai famigerato Protocollo di Kyoto non può essere, come sempre è stato finora, solo uno specchio per le allodole. Da quando è stato firmato le emissioni serra sono aumentate, dal 1990 addirittura del 32%. Inoltre in questi anni il cambiamento geografico industriale ha  mutato le aree di inquinamento globali, fatto che dimostra come le politiche per l’ambiente vadano concertate sempre a livello mondiale per poter ottenere dei risultati apprezzabili.In questo senso si possono analizzare anche diversi dati che dimostrano come il tempo che resta per poter realmente salvare genere umano e natura si stia assottigliando.

 Il livello dei mari nel 2013 crescerà di 3,2 millimetri che sembrerebbe irrisorio, ma che in realtà corrisponde al doppio rispetto gli aumenti annuali che si registravano lo scorso secolo e che non superavano 1,6 millimetri. Conferma ulteriore dei mutamenti in atto è quella che riguarda le temperature.  Il 2013 entrerà nella”top ten” degli anni più caldi registrati dal 1850. Su questi numeri si deve ragionare attentamente, anche perché sempre più spesso le cronache mondiali ci costringono a fare i conti con migliaia e migliaia di persone che periodicamente pagano con la vita il conto che madre natura implacabile fa pagare alla sua specie più intelligente che ospita, che purtroppo si sta rivelando anche la più parassitaria.

Sono andati in archivio gli Stati Generali della Green Economy del 2013. Durante l’Ecomondo, svoltosi alla Fiera di Rimini, si sono svolti convegni e dibattiti cercando di ampliare i risultati ottenuti e proporre nuove fasi del percorso di modernizzazione del settore ambientale nelle politiche economiche del Paese.

Per quanto riguarda le sessioni del Consiglio nazionale della Green Economy si sono affrontati tutti i temi per lo sviluppo di proposte che portino a misure innovative che, senza toccare debito pubblico o pressione fiscale, possano essere in grado di ridurre i costi sia ambientali che economici, con la capacità di attivare un nuovo sviluppo che possa essere durevole.  Si è così varato un nuovo pacchetto di misure per uno sviluppo di green economy in grado di attivare un vero New Deal per l’Italia.

Questo pacchetto prevede 10 punti ben precisi.

Punto 1: “Attuare una riforma fiscale ecologica che sposti il carico fiscale, senza aumentarlo, a favore dello sviluppo degli investimenti e dell’occupazione green.”  Gli obiettivi sono l’eliminazione degli incentivi di attività economiche impattanti negativamente sull’ambiente, con l’adozione di misure  di fiscalità ecologica, riducendo il cuneo fiscale per il lavoro ed in particolare per quello delle attività di green economy.

Punto 2: “Attivare programmi per un migliore utilizzo delle risorse europee e per sviluppare strumenti finanziari innovativi per le attività della green economy”.  L’obiettivo di questo punto è quello di attivare un programma nazionale che riesca a migliorare l’utilizzo dei fondi europei. La crescita della presenza dei progetti italiani finanziati dalle risorse comunitarie è da incentivare il più possibile a partire dalle attività di Green Economy. Per la loro realizzazione è essenziale promuovere la progettazione e la sperimentazione di strumenti finanziari innovativi o meccanismi come il crownfunding.

Punto 3: “Attivare investimenti che si ripagano con la riduzione dei costi economici, oltre che ambientali, per le infrastrutture verdi, la difesa del suolo e le acque.” Imprescindibile è ridurre le emissioni di gas serra, oltre alle quali vanno investite risorse di attenuazione  e di adattamento per ridurre rischi e costi della crisi climatica puntando sullo sviluppo di infrastrutture verdi. Queste nelle città diventano utili non solo per attenuare la crisi climatica, ma possono essere progettate e gestite in maniera da tutelare la biodiversità e fornire un ampio spettro di servizi ecosistemici.  L’acqua diventa il bene comune sempre più importante e gli investimenti sulla sua tutela, evitando sprechi ed aumentarne la potabilità diventano quindi operazioni fondamentali da attuare.

Punto 4: “Varare un programma nazionale di misure per l’efficienza e il risparmio energetico”. La riqualificazione energetica è un obiettivo importantissimo e l’innalzamento al 65% degli interventi per la riqualificazione energetica va reso permanente. Con il recepimento della Direttiva Efficienza Energetica 27/2012 diventa l’occasione per promuovere una Roadmap con obiettivi vincolanti al 2030 per l’efficienza energetica che preveda la riqualificazione del parco edilizio per attrezzarsi per tempo alfine di garantire il raggiungimento dell’obiettivo di riqualificazione annuale del 3% degli edifici governativi.

Punto 5: “Attuare misure per sviluppare le attività di riciclo dei rifiuti”. Modificare l’attuale impostazione della TARES (l’imposta sui rifiuti), evitare di assorbire i costi della gestione dei rifiuti in una service tax, estendere invece una tariffazione “puntuale” per la gestione dei rifiuti urbani, premiando chi fa la differenziata incentivandola e favorendo l’effettivo riciclo. Assicurare i pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, sviluppare la ricerca, migliorare le normative, fornire un quadro certo, semplificare le procedure, comprese quelle del fine rifiuto, in modo da incoraggiare il riciclo dei rifiuti.

Punto 6: “Promuovere il rilancio degli investimenti per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili”.Alleggerire il carico sulle bollette, evitando misure con effetti retroattivi che scoraggiano gli investitori, fissando come obiettivo lo sviluppo nelle rinnovabili al 2030 agendo su piani diversi come: istituire un fondo di garanzia con il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti; introdurre un meccanismo basato sulle detrazioni fiscali che favorisca l’aumento di investimenti e occupazione; integrare gli strumenti  di incentivazione per l’incentivazione per l’efficienza energetica con quelli a favore della produzione da fonti rinnovabili, del loro accumulo, nonché per l’utilizzo sostenibile di biocarburanti per la mobilità; sviluppare le reti di trasmissione e distribuzione intelligenti; portare a termine il processo di liberalizzazione fino alla scala delle piccole reti, migliorando la normativa esistente sulla contrattualizzazione diretta fra piccoli produttori e consumatori e agevolando la generazione distribuita; potenziare e orientare la ricerca.

Punto 7: “Attuare programmi di rigenerazione urbana, di recupero di edifici esistenti, di bonifica, limitando il consumo di suolo non urbanizzato”. Puntare, per la ripresa del settore edile e per la disponibilità di alloggi, su programmi di rigenerazione urbana e sul recupero, la ristrutturazione, il rifacimento, il riuso e la riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Inoltre è necessario attivare processi partecipativi per lo sviluppo delle Smart City promuovendo accordi volontari e misure innovative.

Punto 8: “Investire nella mobilità sostenibile urbana”. Si deve introdurre un sistema di pedaggio stradale differenziato in relazione alle emissioni specifiche dei veicoli e della congestione della rete stradale. Attivare ogni canale per arrivare agli standard per i cittadini: la diffusione dei veicoli ad alta efficienza e basse emissioni (a gas, ibridi ecc); la sostituzione o trasformazione degli autobus di età superiore ai 15 anni con mezzi a basse emissioni complessive; l’adeguamento delle infrastrutture ferroviarie per il trasporto metropolitano dei passeggeri e intermodale delle merci; le reti dedicate e protetti per sistemi di trasporto pubblico urbano, la sostituzione del parco per il trasporto delle merci e dei rifiuti per la logistica urbana con veicoli a basso o zero impatto; le reti di mobilità ciclistica e percorsi a priorità pedonale e bassa velocità veicolare; incremento dell’utilizzo di telelavoro per le aziende, incremento esponenziale del trasporto condiviso (car-sharing e bike-sharing).

Punto 9: “Valorizzare le potenzialità di crescita della nostra agricoltura di qualità”. Promuovere gli investimenti degli imprenditori agricoli in attività che favoriscano produzioni biologiche, di qualità, di filiera corta . Incentivare gli acquisti e i consumi di prodotti agroalimentari di qualità, ottenuti con processi sostenibili, di filiera corta.

Punto 10: “Attivare un piano nazionale per l’occupazione giovanile per una green economy”. Occorre promuovere l’occupazione giovanile riducendo in maniera significativa, per almeno 3 anni , il prelievo fiscale e contributivo per l’impiego dei giovani. Sostenere il “Made in Italy” attraverso: una revisione e riallocazione in chiave green economy e di ecoinnovazione degli incentivi distribuiti all’industria in vari modi; un rafforzamento in chiave green delle principali filiere produttive (costruzioni, agricoltura e agroalimentare, energia, turismo, meccanica, chimica, ecc); un programma di risanamento e riqualificazione ambientale degli impianti  e delle produzioni ad elevato impatto promuovendo l’innovazione dei processi produttivi e dei prodotti; il lancio di specifiche iniziative nazionali di valorizzazione green del tessuto produttivo; il sostegno alle start-up di imprese giovanili della green economy.

 

Tentativo di apertura o incomprensione? Si è scatenato subito il putiferio sulla battuta del ministro dello sviluppo economico Zanonato, che secondo alcune agenzia provenienti da Bruxelles, si era detto favorevole alle possibili estrazioni di “shale gas” in Italia, avendo addirittura già individuato delle aree di estrazione, con l’obiettivo di aumentare l’autonomia nazionale.

La risposta degli ambientalisti, contrari ad ulteriori sfruttamenti di fonti fossili, non si è fatta attendere anche se il Ministro Zanonato ha immediatamente smentito quanto riportato dalle agenzie con una nota del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) che afferma: ”In merito ai lanci di agenzia provenienti da Bruxelles che attribuiscono al Ministro Flavio Zanonato la disponibilità a una produzione interna di shale gas, l'Ufficio Stampa del Mise precisa che, come stabilito dalla Strategia Energetica Nazionale e come affermato dal Ministro stesso in Parlamento, il suo sfruttamento non è mai stato preso in considerazione.Il Ministro - nel rispondere alle domande dei giornalisti - ha chiarito che è necessario rilanciare la produzione nazionale di oil&gas tradizionale –continua la nota ministeriale-, avendo comunque il Mise recentemente ridotto e meglio definito le aree marine di possibile estrazione. Zanonato si è infine limitato a valutare che la sola importazione di shale gas dagli USA e da altri Paesi può essere presa in considerazione come opportunità.”

Ma la scintilla già aveva appiccato l’incendio. Infatti subito dopo l’uscita delle agenzie il Presidente di Legambiente  Vittorio Cogliati Dezza in un comunicato stampa era stato durissimo su quanto trapelato da Bruxelles dichiarando: “Non lo credevamo possibile e invece si può sempre far peggio. Il ministro dello Sviluppo economico Zanonato, nonostante questa pratica sia esclusa dalla Sen e in barba sia alla risoluzione sul fracking e le sue conseguenze ambientali approvata lo scorso 20 settembre dalla Commissione ambiente della Camera, che alle preoccupazioni espresse in tutto il mondo sulle attività estrattive non convenzionali utilizzate per l’estrazione dello shale gas, ha annunciato di voler avviare estrazioni di gas di scisto- e sempre il Presidente dell’associazione ambientalista ha continuato-. Il provvedimento in questione è l’ennesima conseguenza di una politica energetica insensata che continua a puntare sulle fonti fossili. Le gravi conseguenze ambientali dell’utilizzo di questi metodi estrattivi e il fatto che negli ultimi anni in alcune aree del nostro Paese tali tecniche siano state sperimentate, richiedono con urgenza che anche l’Italia si doti di una normativa che vieti l’utilizzo del fracking e di altre tecniche particolarmente invasive e impattanti seguendo quanto fatto da altri Paesi europei, a partire dalla Francia”.

Ma cosa è il gas di scisto o “shale gas”?  Si tratta di un gas metano ottenuto da argille che viene comunemente estratto in giacimenti definiti non convenzionali.  Questo attributo sta nel fatto che questo tipo di gas è praticamente intrappolato nella microporosità delle rocce. Ciò non permette a questi giacimenti una produzione spontanea del gas, come avviene in quelli convenzionali, ma si ha bisogno di un trattamento altamente inquinante al fine di aumentare la permeabilità della roccia lì dove vengono scavati i pozzi. A tutt’ oggi la Cina è la nazione con più riserve, mentre negli USA la produzione di questo gas è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi in un decennio, generando un crollo dei prezzi del metano a livello mondiale e portando gli States ad essere tra i primi esportatori di questo nuovo oro, che gli assicura il 23% del fabbisogno di energia annuale.

In Italia ci sono giacimenti che permetterebbero lo sfruttamento di questo gas, ma quale sarebbe il prezzo da pagare all'ambiente? Indipendenza energetica o rispetto dell'ambiente? Il dilemma amletico in Italia resta, dimenticando spesso che ci sarebbero risorse energetiche naturali che nel Bel Paese prolificano e inesauribili.

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