In guerra per l'acqua

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Ogni anno sulla Terra si rigenerano più di 55.000 km cubi di acqua dolce della quale riusciamo ad usare appena il 7%.  
L'acqua prodotta dal pianeta sarebbe più che sufficiente a soddisfare la domanda idrica globale, se non ci fosse un grande problema nell'accesso a questa preziosa risorsa.

L’acqua diventata sempre di più una risorsa strategica, da una parte a causa dei cambiamenti climatici che stanno ne riducendo drasticamente la disponibilità, e dall’altra dall’aumento della popolazione che provoca a sua volta un incremento significativo della domanda di tutti i generi alimentari. E bisogna tenere presente che circa il 70% delle risorse idriche sono utilizzate a scopo agricolo quindi per produrre cibo.

Non esiste risorsa più importante; è per questo che, fin dall’antichità, il controllo dell’acqua è stato oggetto di contesa tra i popoli. Lo stesso termine rivale deriva proprio dal latino rivalis, ossia qualcuno che usa lo stesso fiume di un altro.

Anche oggi molte tensioni internazionali nascono, o sono acuite, dal controllo delle risorse idriche: pensiamo ad esempio al medio oriente dove Siria, Libano, Israele, Giordania e tutti territori palestinesi si contendono le risorse del fiume Giordano. O si pensi alla contesa tra Turchia Siria, Iraq (e Isis), per i fiumi Tigri ed Eufrate.
La stessa guerra civile siriana ha tra le sue motivazioni la carestia e la mancanza di acqua.

Secondo l’Unep alla fine del 2011 l’89% della popolazione mondiale aveva accesso all’acqua potabile.
Questa quota rappresenta l’1% in più rispetto alla soglia dello 88% prevista nel 2000 dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Gli obiettivi sono stati revisionati nel 2015 e quello relativo all’accesso all’acqua è stato raggiunto e superato a 4 anni dalla scadenza.


Un bel successo, un traguardo di civiltà, si potrebbe pensare, e certamente è così.

Ma l’altra faccia della medaglia è costituita dai 768 milioni di persone che ancora non hanno accesso al bene primario per eccellenza. Una cifra enorme concentrata in particolare nell’africa sub sahariana.
Ci sono intere popolazioni costrette a fare ogni giorno lunghi tragitti a piedi per trasportare l’acqua dai pozzi ai propri villaggi. Famiglie che non hanno accesso ai servizi igienici, comunità che non dispongono di acqua sufficiente per produrre il cibo dal quale dipende la loro sopravvivenza.
Non c’è vita senza acqua. Negare l’accesso all’acqua vuol dire negare la possibilità della vita stessa.

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