La caparbietà delle donne: da sola non basta

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La caparbietà delle donne: da sola non basta

Bankitalia attraverso le parole i suoi più autorevoli rappresentanti suggerisce all’Italia un possibile asse di sviluppo economico su cui investire: una maggiore presenza femminile nel mercato del lavoro e in ruoli dirigenziali, nel pubblico come nel privato, porterebbe nel nostro paese un rinnovamento produttivo e maggiore moralità.

Un aumento del tasso di occupazione femminile al 60 % come auspicato dalla Comunità Europea (oggi l’Italia è ferma al 47%) varrebbe un aumento del PIL fino al 7% e la maggiore partecipazione economica femminile ridurrebbe il rischio povertà rendendo le famiglie meno vulnerabili, oltre a portare un vento di maggiore moralità nelle relazioni economiche.

Ma la situazione ad oggi è molto diversa, in Europa peggio dell’Italia fa solo Malta. Le donne hanno un tasso di occupazione inferiore di 21 punti su quella maschile, le imprenditrici accedono al credito con maggiori difficoltà pagando tassi di interesse sugli scoperti più alti di 30 punti base, gli stipendi a parità di mansioni sono significativamente più bassi.

Ma cosa si frappone al raggiungimento di un obiettivo di un’economia con donne più partecipi? Il dibattito su questi temi in questi giorni infuria in tutto il mondo. Anne-Marie Slaughter, professoressa emerita di Princeton si dimette dal proprio incarico politico nel governo Obama per passare più tempo con il figlio adolescente. In questa occasione ha scritto un piccolo saggio intitolato provocatoriamente “Perché le donne non possono ancora avere tutto”, in cui afferma che molte donne, soprattutto quelle in posizione di potere come lei, hanno contribuito a ribadire una falsità, ovvero che “farcela nel lavoro e nella famiglia” dipende, più di ogni altra cosa, dalla caparbietà personale.

Anne-Marie dice senza peli sulla lingua che in molti settori lavorativi, come nel caso di incarichi governativi ai massimi livelli, per una donna non è possibile “farcela” nel lungo periodo. Le donne lavoratrici sperimentano ogni giorno che tutto, a cominciare dalla struttura del tempo del lavoro, gioca contro di loro e per cui è anche fin troppo chiaro il perché “non puoi avere tutto”: riunioni in orari impossibili, orari poco flessibili che tendono più alla selezione del lavoratore libero da impegni che all’esigenza di efficienza, una competizione che non produce valore e una propensione al rischio che spesso lo distrugge, nessuna conciliazione dell’agenda lavorativa con le esigenze familiari come metodo per la selezione del leader vincente.

Non si tratta nemmeno di avere compagni più collaborativi, ormai sempre più in netto aumento ma di una fattore culturale ed etico per cui i leader vengono regolarmente elogiati per aver sacrificato la loro vita personale sull’altare del servizio pubblico. E quel sacrificio riguarda quasi sempre la famiglia. Ma qui la domanda nasce spontanea: “Perché mai dovremmo chiedere ai nostri leader di sottrarsi alle responsabilità personali?”. In realtà , chi ha maggiormente investito il proprio tempo nella cura della famiglia potrebbe rivelarsi molto più sensibile al peso delle politiche che attua, dalla guerra alla previdenza sociale. Perché rinunciare alla famiglia dovrebbe essere una scelta premiante? Più sensato sarebbe riscrivere le norme ideali che regolano l’agire delle classi governanti, inserendo uno sguardo femminile nei modelli di scelta. Occorre cambiare le politiche sociali e modificare le carriere in modo da soddisfare le esigenze di tutti. Occorre perseguire uno sviluppo sostenibile anche per la vita privata delle persone e delle relazioni umane.

 

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