Italiani: la crisi senza assuefazione

Scritto da   Stampa Email

“Le crisi servono ad evitarci il peggio”, lo credeva la psicanalista francese Christiane Singer e sembrano esserne convinti anche gli italiani, dipinti nel 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.

Si intravedono segnali di reazione costruttiva, oltre ai naturali processi di sopravvivenza messi in atto per resistere alla recessione. Segnali deboli ma che raccontano un paese non rassegnato.
Le classi medie, che rappresentano da vent'anni circa il 60% delle famiglie italiane, hanno visto ridurre la ricchezza posseduta dal 66% al 48% del totale. Risparmio, rinuncia e rinvio sono le direttrici dei comportamenti familiari, le tre "r". Le famiglie hanno ridotto i consumi del 3-4% nei primi due trimestri del 2012 e i consumi pro capite sono ritornati ai livelli del 1997. La propensione al risparmio è scesa dal 12% del 2008 all’8% nel 2012. Il 52% ha dovuto intaccare le proprie riserve economiche perché il reddito guadagnato non è stato sufficiente.
L’83% ha riorganizzato la spesa alimentare preferendo offerte e cibi a basso costo, il 63% ha ridotto gli spostamenti con auto e scooter e poco meno della metà della popolazione ha rinunciato a viaggi, abbigliamento nuovo o cene fuori casa. Il 10% ha dichiarato di avere venduto oro o oggetti preziosi e il 3% ha venduto casa senza riacquistarne un’altra.
Ma oltre a questi comportamenti di resistenza si osservano anche comportamenti nuovi e di discontinuità con il passato. Nelle grandi città il 2,5% delle famiglie rimette in piazza i propri immobili affittandoli o convertendoli in bed&breakfast, il 15% si iscrive a gruppi d’acquisto on line, perché insieme si paga meno, coltiva orti e prepara pane e dolci in casa. Crescono gli acquisti di biciclette e il car sharing.
I giovani, i più colpiti dalla crisi, stanno riposizionandosi sul mercato del lavoro, scegliendo  percorsi di studio più vicini alle esigenze del mercato. Aumentano del 2% le preiscrizioni agli istituti tecnici e professionali, diminuiscono del 6% le iscrizioni all’università privilegiando ai percorsi umanistici quelli a valenza tecnico scientifica e soprattutto sono aumentati del 42% dal 2007 al 2010 coloro che fanno esperienze formative all’estero.
Anche il mondo delle imprese si riorganizza e si apre ai mercati emergenti (Cina, Russia e Africa Settentrionale). Negli scambi con l’estero è diminuito il peso del made in Italy, ma è aumentata la penetrazione di altre specializzazioni manifatturiere, come la metallurgia, la chimica e la farmaceutica e aumentano gli investimenti in partecipazioni all’estero.
Diminuiscono le strutture commerciali, ma aumentano le strutture della distribuzione organizzata e degli operatori del commercio via web, tv e a distanza.
Ed esiste poi il buon andamento dell’economia collaborativa per cui le imprese cooperative sono cresciute del 14% tra il 2001 e il 2011, quello delle imprese femminili che resistono meglio alla crisi e  il settore delle Ict traninato dai giovani: nelle circa 800 start-up del 2011 l’età media degli imprenditori è  di 32 anni. E ancora, le green technologies: si stima che il 27% delle imprese industriali abbia effettuato investimenti in questo comparto, così come il 26,7% delle imprese di costruzioni, il 21% delle imprese di servizi, fino a punte di quasi il 40% tra le public utilities.
Insomma riposizionamento come strategia per resistere alla crisi e per scampare al peggio, in attesa che la politica sappia incontrare e coinvolgere gli Italiani in un percorso nuovo, renda costruttiva la rabbia provata dal 52 % e la voglia di reagire alla crisi sentita dal 20,1% degli italiani.

Informazioni aggiuntive