Tra social card e redditometro: più incentivi o tasse?

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Sul fronte dell'economia sociale, arriva la notizia che i ministeri del Lavoro e dell'Economia istituiscono una nuova social card, la finanziano con 50 milioni di euro e, in questa fase, la destinano a una sperimentazione di un anno da tenersi nelle 12 principali città italiane.

Saranno i sindaci di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia e Verona a selezionare i beneficiari più bisognosi. Queste persone riceveranno un contributo mensile tra i 231 e i 404 euro al mese, a seconda del numero di componenti del nucleo familiare.

Molti italiani però, più che preoccuparsi di quanto incassano, cominciano a interrogarsi su quanto hanno speso. È l'effetto inquietante delle voci che si diffondono sul redditometro. Lanciato come strumento per fare chiarezza e individuare l'evasione, molti lo temono come un inquisitore spietato a cui dover giustificare anche la spesa dal verduraio. Si moltiplicano articoli di giornale, trasmissioni radio e televisive, approfondimenti e interviste in cui chi lo ha concepito ripete che servirà a stabilire solo su quali soggetti la finanza deve indagare, perché vivono e comprano al di sopra di quanto dichiarato; mentre chi lo critica teme che molti cittadini, per dimostrare la propria innocenza, si troveranno invischiati in procedimenti kafkiani, costretti a cercare scontrini vecchi di anni o produrre dichiarazioni giurate di un parente che ha prestato loro del denaro. In realtà non serve conservare scontrini e fatture perché, semmai gli interpellati devono dimostrare da quali risparmi hanno attinto per le spese che il fisco ha già accertato. Il consiglio degli esperti è dunque conservare estratti conto e ricevute di bonifico, matrici di assegni e biglietti di lotterie vincenti; sperando comunque che non debbano mai servire.

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