Non lasciamo sole le case famiglia

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Le famiglie purtroppo a volte non funzionano come primo gruppo educativo dove i bambini riescono a costruire la propria identità per affrontare la vita da soli; altre volte per ragioni esogene i minori sono costretti ad abbandonare i propri genitori e si trovano a combattere contro profondi disagi pratici, e soprattutto psicologici.

L’allontanamento di ragazzi molto piccoli o di adolescenti dalla propria famiglia d’origine è certamente un atto complesso, ancor di più quando avviene per motivi come gli abusi sessuali, i maltrattamenti o l’indigenza. 

In Italia le risposte a situazioni così drammatiche sono molte: i dati pubblicati dall’Istat nel 2012 descrivono una crescita costante del numero dei minori ospiti nelle strutture di accoglienza come Case Famiglia e Comunità Educative. Nel 2009 si contavano quasi 22.600 presenze contro le circa 16,400 del 2006, il 40% in più; dati in aumento a causa dell’inserimento, nel calcolo, dei presidi socio-sanitari oltre che di quelli socio-assistenziali.
Una realtà dove non mancano luci e ombre, perché se da una parte si parla di rifugio e aiuto, dall’altra c’è da considerare che nel Bel Paese le associazioni impegnate per la promozione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza rientrano nel welfare statale, e la legislazione è rimandata all’autonomia delle Regioni; accade così che a volte i bilanci siano gestiti in modo poco trasparente. Sarebbe forse necessario un monitoraggio più incisivo.
Altra problematica da non sottovalutare è il processo di inclusione sociale durante il post casa famiglia. In questi enti di tipo famigliare o a carattere comunitario, gli interventi degli operatori sono finalizzati al benessere del minore accolto, affinché siano percorribili il rientro nella propria famiglia d’origine, l’affidamento familiare, l’adozione o il raggiungimento dell’autonomia, al compimento della maggiore età. Ma non sempre il percorso è così lineare.
Quando i ragazzi non trovano occupazione nella maggior parte dei casi tornano a vivere con la famiglia da cui erano stati allontanati e non è scontato che tale ricongiungimento avvenga in modo sano ed equilibrato: a volte l’integrazione adeguata non c’è stata e questo comporta difficoltà facilmente intuibili. Nei casi in cui il ragazzo ha possibilità di scegliere perché ha un lavoro, si tratta comunque di condizioni molto delicate perché a diciotto anni, con vissuti tanto complicati non si è adulti con la propria individualità.
Sarebbero necessari interventi legislativi per potenziare gli anelli di congiunzione tra le case famiglia e il mondo del lavoro, oppure per incentivare strutture adibite all’accompagnamento quando i ragazzi lasciano gli enti. Queste strutture oggi esistono, ma sono rare e hanno bisogno di essere migliorate.

16/05/2013

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