“COME” (non solo “QUANDO”) l’impresa reale può uscire dalla crisi

Scritto da Manlio D'agostino Stampa Email

Molto (di negativo) si è detto sugli economisti: una lobby di stregoni e maghi che non sono stati in grado di prevedere la crisi. Generalizzando, forse è anche vero: ma è altrettanto vero che erano troppo coinvolti e presi di se, per potersi aspettare un crollo.

Esiste una “minoranza creativa” (richiamata dal Santo Padre nell’Udienza concessa all’UCID nel marzo 2006) alla quale apparteniamo noi “economisti umanisti” che crediamo al centro dei nostri interessi vi sia il benessere della persona, e consapevoli che l’uomo (inteso come essere umano) si esprime nella società in vari modi, spesso contemporaneamente. Consumatore, cliente, lavoratore, pensionato o imprenditore. Ma è sempre una persona!

Richiamando un po’ il celebre film “The Dead Poet Society” con Robin Williams (in Italia, portava il titolo de “L’Attimo Fuggente”), vi invito a salire sui banchi ed a cambiare punto di vista! Una breve premessa filosofica che prelude all’uso di alcuni strumenti innovativi.

La crisi economica, finanziaria, valoriale impone una seria riflessione non solo sulle cause ma -soprattutto - sulle modalità per garantire una quanto più celere e duratura ripresa.

L’imprenditore (in special modo quello che si dedica ad una o più aziende di piccole o medie dimensioni) è abituato a «fare» quotidianamente, mentre – al contrario – in troppi oggi pensano che la soluzione sia semplicemente ritrovabile in talune in affermazioni che prospettano orizzonti temporali definiti. Questa è ancora la logica finanziaria della «previsione di performance» slegata dalla realtà produttiva. Il “come” e il “quando” hanno una caratteristica in comune: inconsciamente accentuano l’incertezza. Ma vi è una sostanziale differenza.

Il “quando” presuppone che arriverà un momento - nel futuro - in cui accadrà qualcosa (di positivo, si spera): ma qual è il nostro ruolo? È il cuore della logica speculativa dei FUTURES, che ha caratterizzato l’economia finanziaria che ci ha portato alla attuale crisi, e che purtroppo ancora oggi è presente nei discorsi di molti illustri esponenti del mondo economico e politico.

Il “come” (in itinere) rappresenta la nostra capacità di SAPER FARE, ovvero RIattribuire valore alla persona ed al suo lavoro, sostenendo che ciascuno di noi ha il ruolo dell’attore (e non dello spettatore), contribuendo e determinando a fare accadere un susseguirsi di eventi positivi. Ma il “come” (nel significato dell’ex post) ci riporta anche alla capacità di avere imparato la lezione, di avere compreso cosa è accaduto e gli effetti che l’evento ha generato su di noi (storia magistra vitae)! Dagli articoli di giornale (purtroppo anche di questi giorni) non sembra che questo aspetto sia ancora chiaro.

Per «l’uomo imprenditore», il primo punto di partenza dalla crisi è – quindi - la ricognizione delle risorse disponibili puntando alla loro ottimizzazione, pur nella consapevolezza che la Piccola e Media Impresa, proprio perché vive sul territorio, svolge anche un importante ruolo di integrazione sociale nonché di crescita culturale. Deve essere evidenziato - e noi dell’Ucid in varie sedi e momenti “storici” l’abbiamo ribadito con fermezza - che uno dei grandi errori che hanno dato origine alla crisi è la concezione dell’impresa come una merce da poter scambiare, a scapito della persona e del suo contesto. Dobbiamo disdegnare, con forza, il principio della mercificazione dell’impresa (il presidente dell’UCID Angelo Ferro, ha ripetuto più volte che firm is not a commodity). La PMI, quella che produce economia reale, vive di creatività seppur entro “spazi angusti”, confrontandosi ogni giorno con dignità e caparbietà con le numerose e nuove difficoltà che si presentano.

E non solo: anche per onestà intellettuale, tutto ciò non è stato solo detto, ma lo facciamo ogni giorno, pensando che la coerenza non sia un obiettivo ma solo una caratteristica del nostro essere.

Non perdiamo la nostra identità, non lasciamoci influenzare da chi non ha storia. La scuola economica (anglo)americana, in parte per una memoria breve, in parte per un proprio interesse, vuole riportare le origini della impresa alla Rivoluzione Industriale (1760-1780). La moderna economia affonda le radici nella storia del Belpaese: in primo luogo l’attuale concezione di lavoro come fattore aggregante e di uguaglianza si ebbe con San Benedetto (Norcia 480 - Montecassino 547), quando introdusse la regola “Ora et Labora”. Una concezione che rompe la logica del lavoro solo come attività degli schiavi, diventando momento di nobilitazione dell’uomo. Il primo mercato del credito nasce con Cosimo de Medici (1389-1464) a Firenze (il banco e la lettera di credito precursore dell’assegno, etc.) per giungere così al Rinascimento, quando nasce la banca inteso in senso moderno: il Banco di San Giorgio (sorto a Genova nel 1406) è la prima istituzione che si occupava della gestione del debito pubblico. Ed ancora: il primo grande sistema economico-imprenditoriale con finalità sociale con l’ordine francescano (dal 1209).

È stato già affermato che la crisi non è solo economica o finanziaria, ma in primo luogo valoriale: in tal senso, va ribadita con forza la differenza tra lavoro, ricchezza, rendita e speculazione. Il “lavoro” mi piace definirlo in tre modi. In dialetto campano: “faticare”!; molto simile è in quello siciliano “travagghiare”, che in modo molto raffigurativo, rappresenta una lunga e complessa attività, faticosa ed estenuante, che porta ad una grande soddisfazione (infatti, dopo un lungo travaglio c’è il parto e la nascita del bambino!). In ultimo, ma non certamente per importanza, una definizione biblica: «Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Genesi (3,17-19)

La ricchezza è il risultato di anni di lavoro, quella che piano piano si è riuscita ad accantonare (con quel sacrificio che è ben noto ai nostri padri e nonni): purtroppo la grande illusione (inculcata da pochi e senza molti scrupoli) di poter essere ricchi senza lavorare, ha rappresentato una delle più influenti cause della crisi.

La speculazione e la rendita sono – semplicemente - il risultato di una sottrazione del lavoro alla ricchezza! La “finanza” - intesa come la moderna speculazione - ha tolto risorse (economiche, finanziarie, umane ed intellettive) alla capacità produttiva: ab origine, la Borsa valori nasceva per reperire risorse in favore delle imprese, favorendo gli scambi materiali. In tal senso, non si può non richiamare la lettera Enciclica Caritas In Veritate del Santo Padre: un vero e proprio trattato socio-economico, che si rivolge a tutti - indipendentemente dalla fede o dalla veste che si indossa – ove riconosce il ruolo sociale dell’impresa e la posizione di sussidiarietà del sistema bancario e finanziario.

Il concetto di sussidiarietà della finanza al mondo imprenditoriale risiede proprio nella capacità di essere funzionale ad uno sviluppo non smodato ma sostenibile, ovvero con un ritmo che logicamente soddisfi le esigenze del mercato del lavoro (imprenditori e lavoratori).

La responsabilità sociale dell’imprenditore non si misura da una frase scritta tra le righe di un bilancio oppure incorniciata alla parete (faccio riferimento alla certificazione sulla Corporate Social Responsibility). È la capacità quotidiana di affrontare i problemi con lo sguardo “strabico”: un occhio alla persona ed un occhio alla impresa, con il paradosso che i due punti coincidono! La capacità di fare vivere (e non sopravvivere) l’impresa si traduce in certezza per chi vi lavora, per i fornitori e per i clienti: insomma per tutti gli stakeholder.

In estrema sintesi, riprendo con piacere due citazioni a me care. Il nostro compito non è solo quello di “fare” (da imprenditori, dirigenti e professionisti), ma anche di “saper fare” (buoni cristiani) e - da responsabili della comunicazione - di “far sapere”! A questo aggiungerei il testamento morale di mio padre, con “fede, forza e coraggio”!

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