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Con il concetto di Ecologia integrale, Papa Francesco ha mostrato come la questione ambientale sia indissolubilmente legata alla dimensione umana e sociale della vita.
La crisi climatica che il mondo sta vivendo minaccia la salute, mette a rischio la possibilità stessa di mangiare, causa migrazioni di massa e concorre allo scoppio di conflitti nelle aree più povere del pianeta.
In questo senso si può dire che il diritto a vivere in un ambiente sano è il primo e forse il più negato dei diritti umani.
Non è forse un caso allora che la Terza edizione del Festival dei diritti umani, in corso fino al 24 marzo alla Triennale di Milano, sia dedicata proprio all’ambiente e alla terra che, come recita il titolo della manifestazione, è “Una. Per tutti. Non per pochi”.
Ne parla su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di economia cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Danilo De Biasio, direttore del festival.

A causa di mancanza di Iodio nei primi anni di vita "quasi 19 milioni di bambini che nascono ogni anno nel mondo – il 14% – sono a rischio di danni cerebrali permanenti e prevenibili e di avere una ridotta funzione cognitiva". Di questi, 4,3 milioni, ovvero più di 1 bambino su 4 vive in Asia meridionale. 

Questi i dati in sintesi del nuovo rapporto congiunto Unicef e Gain (Global Alliance for Improved Nutrition) pubblicato nei giorni scorsi. Il rapporto Brighter futures: Protecting early brain development through salt iodization afferma che “la carenza di iodio è una delle principali cause di danni cerebrali prevenibili in tutto il mondo. Lo iodio insufficiente durante la gravidanza e l’infanzia provoca deficit neurologici e psicologici, riducendo il QI di un bambino da 8 a 10 punti. Questo si traduce in grandi perdite nel capitale cognitivo di intere nazioni e quindi nel loro sviluppo socio-economico”. “Mentre l’Asia meridionale detiene la più alta percentuale di bambini a rischio a livello globale, la regione ha il secondo più alto tasso di copertura di sale iodato con l’87% della popolazione, preceduta dall’Asia orientale e dal Pacifico con il 91% di copertura. L’Africa orientale e meridionale ha la copertura più bassa di sale iodato, dove circa il 25% della popolazione non ne ha accesso, lasciando 3,9 milioni di bambini all’anno non protetti contro i disturbi da carenza di iodio”, ricorda il rapporto.

I nutrienti che un bambino riceve nei primi anni di vita influenzano lo sviluppo cerebrale per tutta la vita, e possono creare o distruggere la possibilità di un futuro prospero – ha dichiarato Roland Kupka, Senior Nutrition Adviser dell’Unicef -. Proteggendo e sostenendo lo sviluppo dei bambini nella prima infanzia, siamo in grado di ottenere grandi risultati per i bambini durante tutta la loro vita”.
Il rapporto indica “misure urgenti per ridurre il rischio di menomazioni mentali al cervello dei bambini in crescita: integrare la iodurazione del sale nei piani nazionali per sostenere l’alimentazione dei bambini e lo sviluppo cerebrale nella prima infanzia; allineare i programmi di iodurazione e riduzione del sale; istituire sistemi di monitoraggio per identificare le popolazioni non raggiunte; rafforzare i sistemi normativi per applicare la legislazione esistente in materia di iodurazione del sale; riconoscere la crescente importanza degli alimenti fortificati come potenziali fonti di sale iodato”.

Gli italiani vivono un anno in più della media dei paesi dell’Unione Europea. L’aspettativa di vita è di circa 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. Ma le statistiche affermano anche che un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica e il 23% soffre di gravi limitazioni motorie. Con una popolazione che invecchia progressivamente e che entro il 2050 si concentrerà quasi all’80% nelle aree urbane, è imperativo ripensare le città per portarle a misura di anziano, a livello di trasporti, spazi comuni, servizi e strutture sanitarie. Ne abbiamo parlato con Marco Di Luccio, presidente di Abitare e Anziani, intervistato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

C'è fermento e preoccupazione da parte della Chiesa cattolica per il crescente afflusso dei rifugiati provenienti dal Camerun al confine dello Stato di Cross River, in Nigeria. Il direttore nazionale della Caritas Nigeria, don Evaristus Bassey, ha spiegato che l’afflusso di rifugiati nel paese ha aggravato di molto le condizioni delle comunità nigeriane già impoverite. "Negli ultimi tempi - ha spiegato don Evaristus Bassey - si è verificata una crescente agitazione per l’autorealizzazione in Camerun, che ha portato alla distruzione della vita e alla destabilizzazione della politica e all’eventuale migrazione del popolo del Camerun Sud-occidentale in Nigeria attraverso i confini". La maggior parte dei rifugiati vive all’interno di comunità, o sono ospitati da parenti, in alloggi governativi abbandonati o in edifici disponibili. 
 
Come si legge sul portale All Africa, la Caritas Nigeria monitora la situazione a Cross River State, dove si concentra il maggior numero di rifugiati, e cerca di saperne di più sulle altre aree in cui si sono statbili momentaneamente i rifugiati per effettuare le valutazioni necessarie in Ikom, Etung, Obanliku, Boki, Akamkpa e Akpabuyo LGAs di Cross River State. Don Bassey, inoltre, ha specificato che il gruppo responsabile della ribellione in Camerun è composto principalmente da avvocati che lottano per il ripristino totale dello Stato verso l’ex parte colonizzata britannica del Camerun. Il loro obiettivo è arrivare allo scioglimento dell’Unione del Camerun meridionale del 1961 con il Camerun francese. Cosa succede? Le diverse città delle regioni anglofone del Camerun vivono da mesi una crisi sociopolitica senza precedenti che tra il dicembre 2016 e il gennaio 2017 è precipitata rovinosamente. Gli avvocati di lingua inglese nell’ottobre 2016 hanno abbandonato i tribunali chiedendo la traduzione in inglese degli atti uniformati dell’Organizzazione per l’armonizzazione in Africa del diritto commerciale (Ohada). Essi, dunque, protestavano contro l’utilizzo della lingua francese nei tribunali e la scarsa conoscenza delle procedure anglosassoni da parte dei colleghi francofoni. Sciopero che non ha tardato a interessare altre fasce della società. Subito dopo gli avvocati, anche i professori del sotto-sistema di istruzione anglofono hanno lamentato una subordinazione del loro insegnamento da parte dei francofoni: ci sono a loro avviso troppi professori di lingua francese, che occupano posizioni di maggiore responsabilità. Gli insegnanti hanno chiesto agli studenti di non entrare in classe fino a quando le loro rivendicazioni non saranno prese in considerazione.
 
Non solo marce pacifiche, ma anche uso barbaro della forza. La risposta del governo è stata una repressione in piena regola: con la polizia che sparò addirittura sulla folla durante le manifestazioni di piazza. Si arrivò poi agli arresti di massa alla fine del 2016, con un enorme spiegamento delle forze di sicurezza.
 
I vescovi della provincia ecclesiastica di Bamenda, preoccupati dalla situazione, hanno scritto una lettera al capo di Stato Paul Biya raccontando la situazione delle regioni del Nordest e del Nordovest e rammentando al mondo politico l’unione storica tra il Camerun occidentale (anglofono) e quello orientale (francofono). Al momento dai centri di registrazione nelle aree governative locali di Ikom, Etung, Boki e Obanliku, fanno sapere che ci sarebbero circa 22.215 mila rifugiati. Va notato tuttavia che ogni giorno si ripetono arrivi di almeno 20 persone al giorno in ciascuno dei centri a partire dal 20 gennaio 2018. Il dato che emerge - segnalato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati - mostra che altre 40 mila persone stanno lasciando in queste ore il Camerun. Questo conferma che, in media, ogni giorno si ripetono arrivi di almeno 20 persone in ciascuno dei centri. Questo a partire dal 20 gennaio 2018. 

Centinaia di leader di diverse religioni si sono ritrovati a Washington da tutto il mondo, dal 5 al 7 febbraio 2017, per l’incontro internazionale “Alliance of Virtue” durante il quale è stata redatta e firmata la “Dichiarazione di Washington” con l’obiettivo di creare un’Alleanza di virtù, di natura globale, “aperta a uomini e donne di ogni fede, etnia e nazionalità, e dedicata ad un’azione congiunta nel servizio per una sostenibile pace, giustizia, compassione e reciproco rispetto”. Vi proponiamo in anteprima il documento e la sua traduzione italiana.

L’incontro, ospitato dal Forum for Promoting Peace in Muslim Societies e dal suo Presidente S.E. Shaykh Abdullah Bin Bayyah, è il frutto di un processo partito due anni fa con la storica Marrakesh Declaration, nella quale oltre 350 leader musulmani provenienti da 60 paesi in tutto il mondo ribadivano la determinazione nel proteggere i diritti delle minoranze religiose nei paesi a maggioranza islamica. L’incontro vedeva la significativa partecipazione di 50 prominenti leader religiosi che rappresentavano le varie minoranze religiose presenti negli stati a maggioranza islamica come osservatori, oltre a rappresentanti delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali.

Basandosi sulla Dichiarazione di Marrakesh e con l’intento di allargare anche a Ebraismo e Cristianesimo questa convergenza per una collaborazione sui principi religiosi, il Forum for Promoting Peace in Muslim Societies di Abu Dhabi ha lanciato nel 2017 la “American Peace Caravan” che ha riunito 150leader religiosi americani della famiglia abramitica, portando rabbini, sacerdoti, pastori e imam in città di spicco nel mondo a maggioranza musulmana come Abu Dhabi e Rabat, dove hanno condotto workshop e seminari per rafforzare lo spirito di cooperazione e comprensione reciproca e intraprendere iniziative congiunte negli Stati Uniti.

È attraverso queste tappe e questi sforzi che si arriva oggi alla Alliance of Virtuedi Washinghton, una Alleanza globale della Virtù tra i credenti per il rispetto dei musulmani e l’affermazione dei diritti delle minoranze religiose in tutto il mondo, inclusi i cristiani nei paesi islamici.

Nelle parole dei promotori del Forum: “Tale coalizione sarebbe una rinascita della storica Alleanza della Virtù alla quale ha partecipato il profeta Muhammad prima della sua missione. L’Alleanza è stata costituita per sostenere gli oppressi e difendere le basi della convivenza nella società. Più tardi nella sua vita, il Profeta Muhammad lodò i valori su cui era costruita e dichiarò la sua volontà di partecipare a simili sforzi, se fosse stato invitato a farlo. L’umanità ha un disperato bisogno di una nuova Alleanza di Virtù che comprenda tutti i nostri valori comuni come il rispetto reciproco, l’accettazione della differenza e della diversità, il dialogo e l’impegno. Sarebbe un invito aperto a tutte le persone benintenzionate di tutto il mondo a unirsi e portare speranza per un futuro migliore alla più ampia famiglia umana”.

All’incontro hanno partecipato più di 400 leader, sia statunitensi che internazionali. Invitato dall’Italia anche l’imam Yahya Pallavicini, presidente della COREIS Italiana, proseguendo così un itinerario che daAmman nel 2004, al Vaticano (2008 e 2014), ad Abu Dhabi nel 2015, aMarrakesh nel 2016 fino a Washington 2018 vede il costante contributo anche della rappresentanza dell’intellettualità e dell’ecumenismo dell’Islam rappresentato dalla COREIS Italiana: “Questo ultimo incontro negli USA rappresenta un’ulteriore importante tappa di un percorso che vede alcuni fra i principali leader musulmani nel mondo promuovere piattaforme con ebrei e cristiani – ha affermato il presidente della COREIS – Oggi a Washington è significativo che venga dato un particolare risalto alla Virtù come vocazione religiosa autentica e all’Alleanza come sinonimo di fratellanza operativa. Mi auguro che queste due direttive vengano perseguite seriamente da noi religiosi insieme alla necessità di aiutarsi nella verifica del sacro discernimento”.

Secondo i dati dell’Istat il 31% delle italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito un qualche genere di violenza nell’arco della vita per il fatto di essere donna. Si tratta di circa 7 milioni di persone che, nei casi meno gravi, sono state molestate; nel numero però rientrano anche i fenomeni più odiosi delle violenze fisiche, quelle psicologiche prolungate negli anni, e le persecuzioni ai loro danni. In Italia è attivo un numero di telefono, il 1522, adibito a Servizio Antiviolenza e Stalking. Una statistica recente ha estrapolato i dati di ben 17500 chiamate a questo numero, disegnando un quadro della violenza di genere nel paese. 
Il 50% delle storie raccontate agli operatori del 1522, si riferivano a violenze fisiche, il 38% psicologiche e per il 4% a minacce. Lo stalking riguarda solo il 5,6% delle richieste di aiuto. Soltanto nel 9% delle chiamate la segnalazione di un caso di violenza proviene da qualcuno che non sia la vittima; dato che fa trasparire una certa omertà nella cerchia delle vittime.
Le donne che si rivolgono al Servizio Antiviolenza sono sposate nel 53% dei casi, separate o divorziate per il 15%. Nel 75% dei casi l’autore della violenza è il coniuge, il partner, il convivente o l’ex, mentre in un altro 15% dei casi è un familiare. Nel 91% dei casi  gli episodi di violenza durano da mesi, o da anni; soltanto il 2% delle chiamate riguardano la prima violenza subita. Questo denota la convinzione che le prime manifestazioni di violenza possano essere temporanee e rimediabili, mentre i dati affermano che nel 75% dei casi purtroppo le vessazioni crescono in frequenza e in gravità.

La quasi totalità di queste chiamate viene girata a centri e servizi antiviolenza sul territorio. Uno questi è Differenza Donna, la cui presidente, Elisa Ercoli, è intervenuta nella trasmissione “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia, in una puntata dedicata alla parità di genere.

Raggiungere l'uguaglianza di genere e aumentare forza, autostima e consapevolezza di tutte le donne e le ragazze.
Recita così il quinto dei 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile che le nazioni unite si sono proposte di raggiungere entro il 2030.
Sono ancora moltissime le donne che in diverse aree del modo vivono in una condizione di sottomissione rispetto all’uomo di fatto ancora istituzionalizzata.

In quest'ultimo decennio di crisi economica la povertà è aumentata nell'Unione Europea in generale, e in Italia in particolare. Nell'Europa dei 27 si contano oltre 117 milioni di persone a rischio povertà ed esclusione sociale. In Italia sono 17 milioni, e 7 milioni sono gli italiani in una situazione di "grave deprivazione materiale". Questi numeri fanno parte del rapporto "Futuro anteriore" pubblicato da Caritas Italiana: uno studio che mette in evidenza come, non solo sia in aumento il totale dei poveri, ma come, diversamente dal passato, aumenti la percentuale dei giovani poveri. Una situazione osservata ad esempio nei centri di ascolto della Caritas, dove l'età media degli assistiti si è abbassata a 43 anni. Per citare una frase del rapporto: "i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti stanno peggio dei nonni.
Ne abbiamo parlato con Francesco Marsico, Capo Area Nazionale di Caritas Italiana, in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Giovedì, 11 Gennaio 2018 11:36

Papa: lavoro minorile, piaga della società

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"La piaga del lavoro minorile continua a compromettere seriamente lo sviluppo psico-fisico dei fanciulli, privandoli delle gioie dell’infanzia, mietendo vittime innocenti". Queste le parole di Papa Francesco al suo Corpo Diplomatico (gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede) ricevuto in udienza lo scorso 8 gennaio in occasione dei tradizionali auguri per il nuovo anno. Durante il suo discorso - scrive FarodiRoma - Papa Bergoglio ha commentato con preoccupazione "i dati pubblicati recentemente dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro circa l’incremento del numero dei bambini impiegati in attività lavorative e delle vittime delle nuove forme di schiavitù". Secondo Francesco, "non si può pensare di progettare un futuro migliore, nè auspicare di costruire società più inclusive, se si continuano a mantenere modelli economici orientati al mero profitto e allo sfruttamento dei più deboli, come i bambini". "Eliminare le cause strutturali di tale piaga dovrebbe essere – ha concluso Bergoglio – una priorità di governi e organizzazioni internazionali, chiamati ad intensificare gli sforzi per adottare strategie integrate e politiche coordinate finalizzate a far cessare il lavoro minorile in tutte le sue forme".
 
L'importanza del diritto al lavoro è stato l'altro punto importante sul quale si è soffermato il Papa. "Rincresce constatare come il lavoro sia in molte parti del mondo un bene scarsamente disponibile", ha spiegato Papa Francesco che ha aggiunto: "poche sono talvolta le opportunità, specialmente per i giovani, di trovare lavoro. Spesso è facile perderlo non solo a causa delle conseguenze dell’alternarsi dei cicli economici, ma anche per il progressivo ricorso a tecnologie e macchinari sempre più perfetti e precisi in grado di sostituire l’uomo. E se da un lato si constata un’iniqua distribuzione delle opportunità di lavoro, dall’altro si rileva la tendenza a pretendere da chi lavora ritmi sempre più pressanti. Si dimentica così il valore del riposo che è invece fondamentale". 
L’Uruguay prima del Giappone, della Svezia, e perfino degli Stati Uniti. Non è una classifica delle squadre di calcio, ma un reportage stilato da "StartupItalia!" che viaggiando dalla Cuchilla de Haedo alla Cuchilla Grande ha portato alla luce il fatto che il paese sudamericano è il primo al mondo dove tutti i bambini della scuola pubblica primaria hanno un personal computer gratuito. E' una grande rivoluzione digitale quella vissuta dall'Uruguay (si pensi che conta solo 3,5 milioni di cittadini – noi in Italia oltre 60 milioni). Per questo, immaginando le risorse altrettanto inferiori e pensando che in Italia nel piano nazionale digitale è previsto che i ragazzi possano portare i loro strumenti a scuola per riempire un "vuoto" che è quello della mancanza di dispostivi da parte dell’istituzione, vien da pensare che l’approccio culturale al digitale sia profondamente diverso. Come si evince dal pannello che il palazzo presidenziale esibisce con orgoglio all’ingresso, mostrando tutti i risultati raggiunti dagli ultimi Governi, l’innovazione tecnologica in Uruguay è ai primi posti. Per esempio, l’Uruguay è il primo Paese al mondo con il 100% di tracciabilità digitale del bestiame bovino e il servizio di accesso a Internet è gratis per tutte le famiglie. Inoltre, per agevolare questo accesso alle fasce d’età più restie ad assecondare questa rivoluzione, si è persino dato un tablet ad ogni pensionato del Paese. L'Uruguay - tra l'altro - eccelle anche sotto un altro aspetto "tecnologico". E' uno dei paesi, a livello mondiale, più avanzati dal punto di vista dell’apertura dei dati: si colloca al settimo posto del Global Open Data Index (l’Italia è al 17°). Questo risultato è dovuto soprattutto al gran lavoro fatto nel corso degli ultimi anni dal governo nazionale, che ha implementato le politiche sugli open data soprattutto attraverso le attività dell’Agenzia nazionale per l’ E- Government.
 
La Digital Evolution Index, creata dal World Economic Forum in collaborazione con Fletcher School, Tufts University e Mastercard, - la classifica dei Paesi più digitali del mondo che analizza l’evoluzione digitale in 60 paesi valutando circa 170 indicatori - ha suggerito una suddivisione del mondo in quattro zone in base a diverse caratteristiche, alla diffusione delle tecnologie digitali, dei social ecc. Le 4 aree della mappa sono: Stand Out, Stall Out, Break Out, Watch Out e classificano i Paesi più digitali in base alla diffusione, sviluppo e investimento nel digitale. Alcuni paesi rientrano in più di una zona, al confine, proprio come l’Italia.
Stand Out: i paesi di questa categoria sono digitalmente avanzati, guidano l’innovazione. Generano nuova domanda, continuano a evolvere. Sono i Paesi più digitali. Stall Out: paesi con un alto tasso di avanzamento digitale, si sforzano per reinventarsi e favorire l’innovazione. I primi cinque nomi in questa lista sono: Norvegia, Svezia, Svizzera, Danimarca, Finlandia. Break Out: paesi che al momento hanno un basso tasso di digitalizzazione ma evolvono rapidamente. La loro voglia di crescere li rende particolarmente attraenti agli occhi degli investitori. Hanno il potenziale per diventare paesi Stand Out in futuro, con Cina, Malesia, Bolivia, Kenya e Russa in cima alla lista. Watch Out: le nazioni con il più basso tasso di digitalizzazione e il più lento impulso di sviluppo. Alcune stanno lavorando per colmare il loro gap culturale e di infrastrutture, per prima cosa migliorando l’accesso a Internet grazie ai dispositivi mobili.
 
Dall’analisi emerge come i Paesi più digitali del mondo non siano sempre necessariamente quelli più ricchi. Per esempio, due delle più importanti economie del mondo, Usa e Germania, sono al confine tra le zone Stand Out e Stall Out, così come il Giappone, posizionato lì vicino. Sarà essenziale per loro guardare alle nazioni che si muovono velocemente e mettere in campo policy che favoriscano l’innovazione. Emerge anche che il Regno Unito risulta essere digitalmente più ricettivo dei paesi dell’eurozona. La regione più frizzante secondo il Digital Evolution Index risulta essere l’Asia, con Cina e Malesia in testa. In India sono state tante le iniziative legate alla digitalizzazione, inclusa la campagna Digital India e la spinta verso i pagamenti digitali. In Africa, le due economie principali, Nigeria e Sud Africa, si trovano rispettivamente nelle zone Break Out e Watch Out. In America Latina, oltre all’Uruguay, danno l’esempio anche Colombia e Bolivia. E l’italia dove si posiziona in questa mappa? E' al centro quasi perfetto della mappa, a metà strada su tutto: non è in una posizione avanzata sull’innovazione, ma neanche arretrata, fa qualcosa per il digitale ma non molto. 

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