Anziani più attivi, sempre più sani, sempre più soli In evidenza

Scritto da   Domenica, 05 Febbraio 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Anziani più attivi, sempre più sani, sempre più soli

 

Secondo le statistiche dopo il Giappone l’Italia è il paese più anziano del mondo.
L’età media della popolazione del nostro Paese si sta alzando progressivamente, da una parte grazie all’allungamento della vita e dall’altra a causa del drastico calo delle nascite.
Questa situazione apre nuove questioni legate al funzionamento del welfare italiano e alla qualità di vita delle persone anziane.

 

Carla Collicelli, docente di sociologia della salute e dei servizi sociali presso diversi atenei romani, ne ha parlato intervenendo “A Conti Fatti”, programma a cura di economiacristiana.it, trasmesso da Radio Vaticana Italia

 


Quanti sono gli anziani del nostro paese e quali sono le tendenze demografiche?
Dobbiamo distinguere tra grandi anziani e giovani anziani perché tradizionalmente la statistica considera anziani tutti quelli oltre i 65 anni di età.
Al momento noi abbiamo circa il 20% della popolazione con oltre 65 anni e il 6% oltre gli 80, ma si prevede un aumento considerevole per cui nel 2050 il 33% della popolazione sarà sopra i 65, il 14% sopra agli 80 e quasi il 9% sopra agli 85 anni.
Nel 2015 abbiamo conteggiato quasi 20mila ultracentenari, l'età si sta spostando in avanti, si vive più a lungo.

 

Quali sono le caratteristiche sociologiche di questa popolazione?
In termini generali possiamo dire che anche la qualità della vita degli anziani è migliorata nel tempo.
Abbiamo sempre più anziani attivi che continuano a svolgere funzioni, lavorative e non, all'interno della famiglia e della società, ma man mano che si procede con l'età aumentano i problemi di salute, i problemi sociali e socio sanitari, legati al fatto che spesso si rimane soli senza i propri congiunti: la dispersione e la mobilità sociale fanno si che anche i parenti più stretti, ad esempio i figli, spesso non vivano in una zona vicina a quella dei genitori per cui non possono aiutarli più di tanto.
C’è quindi da un lato una situazione positiva, di invecchiamento attivo, ma dall’altro anziani con problemi con di disabilità e di non autosufficienza piuttosto elevata.

 

Come sta cambiando il ruolo della famiglia nell’assistenza agli anziani?
Tradizionalmente, l'Italia, è un paese dove la famiglia ha svolto e svolge ancora un grosso ruolo, tant'è vero che il nostro welfare è stato definito più volte welfare familistico.
Oggi la famiglia sta cambiando anche in Italia: con la riduzione della natalità e l'invecchiamento della popolazione abbiamo di fronte a noi una famiglia sempre più lunga e stretta in cui sono compresenti tante generazioni, ma con pochi soggetti all'interno di ogni generazione. Ci sono pochi fratelli o sorelle, pochi zie e zii, pochi figli, il che rende particolarmente complicato il mantenimento di quel ruolo di supporto e assistenza della famiglia nei confronti dei soggetti più deboli e questo vale anche per i bambini in età prescolare, ma vale soprattutto con chi ha dei problemi di salute e quindi con gli anziani.

 

Alcuni dati parlano di sanità negata. Cosa si intende?
Il nostro sistema di servizi, benché particolarmente avanzato e sicuramente ottimo per molti aspetti, comincia a presentare problemi non indifferenti per quanto riguarda le cure.
Ci si riferisce in modo particolare a quella che in termini tecnici si chiama assistenza territoriale, cioè l'assistenza agli anziani malati, ai non autosufficienti, ai disabili che in genere sono a casa e non in ospedale: su questo la sanità è molto carente.
Nello specifico delle prestazioni specialistiche, parliamo delle visite di controllo e della prevenzione attraverso screening e trattamenti vari, negli ultimi anni molti istituti di ricerca statistica hanno rilevato il dato della cosiddetta rinuncia. Abbiamo un numero crescente di persone che, pur volendo farlo o avendo addirittura una prescrizione del proprio medico di medicina generale, non accedono a determinate prestazioni per motivi economici, pagamento del ticket o della prestazione privata o per motivi organizzativi, le famose liste di attesa che in alcune situazioni sono davvero improponibili, specie se si tratta di prestazioni di visite specialistiche urgenti perché c'è il sospetto di una patologia importante.
La cosiddetta sanità negata, è stata misurata dal Censis a più riprese; l'ultimo dato è stato raccolto nel 2016 e parla di 11milioni di italiani che avrebbero rinunciato nell'ultimo anno a una prestazione specialistica per motivi economici o organizzativi.

 

Il nostro welfare riesce ancora a tenere?
I problemi sono notevoli, servirebbe una revisione radicale, visti i cambiamenti che riguardano la famiglia e la domanda di servizi,a seguito dell'aumento dell'età media e della crescita delle patologie croniche.
Sono anni che si discute dello spostamento delle risorse dalla parte ospedaliera alla medicina territoriale e in particolare alla cosiddetta long term care, la cura a lungo termine per le persone che sono a casa e che hanno malattie croniche o disagi dovuti a disabilità e non autosufficienze.
Questa revisione del sistema stenta a produrre risultati adeguati, le regioni si trovano in difficoltà perché la crisi economico finanziaria e la crisi della spesa pubblica ha prodotto interventi che hanno ridotto le risorse disponibili e i soldi non bastano più per fare bene sia l'uno che l'altro. Molto personale in moltissime regioni nel momento in cui va in pensione non viene sostituito, sempre per ridurre la spesa, siamo di fronte a una importante crisi del nostro sistema di welfare.
Si parla spesso di sostenibilità, occorre avere dei sistemi sostenibili che permettano di utilizzare al meglio le risorse senza sprechi; la questione però sta nell'interpretazione che diamo del concetto di sostenibilità che non può essere inteso solo in termini economici. Va bene il risparmio, ma bisogna puntare a una sostenibilità a lungo termine, produrre nel tempo risultati sempre migliori in termini di salute e qualità della vita. Questo cambiamento di ottica stenta a prendere piede.

 

Si può dire che oggi l'anziano vive meglio, ma ha delle relazioni peggiori rispetto a qualche anno fa?
Pur con tutti i distinguo del caso, perché poi a un certo punto dopo gli 80/85 anni insorgono una serie di patologie, possiamo dire che mediamente l'anziano vive meglio, ma è assolutamente condivisibile l'affermazione secondo la quale le società moderne avanzate, e l'Italia non fa eccezione, hanno come principale problema quello della solitudine e della scarsezza di relazioni umane significative.
Questo riflette un cambiamento più generale del quadro dei bisogni nei paesi avanzati per cui alle cosiddette povertà o disagi di tipo materiale si stanno sempre più affiancando, in qualche caso sostituendo, le necessità i bisogni e i disagi di tipo immateriale.
Con lo sviluppo economico abbiamo avuto un fortissimo aumento dei valori di tipo consumistico/materialistico a scapito di quelli relazionali e umani che servono a sostenere proprio gli anziani e le persone in difficoltà.

©menchu/pixabay
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