Lo sviluppo sostenibile inizia dalle città In evidenza

Scritto da   Domenica, 08 Ottobre 2017 16:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nella foto: panorama di Bologna - Foto pixabay.com

La metà della popolazione mondiale vive nelle città, dove si consuma dal 60 all’80% di energia e da cui partono i tre quarti delle emissioni di CO2. È evidente che per un futuro sviluppo sostenibile, l’ambiente urbano debba essere migliorato. L’undicesimo, dei diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite, si prefigge di migliorare le città dal punto di vista ambientale, urbanistico, sanitario e sociale.

Analizziamo la situazione delle città italiane con Walter Vitali, direttore di Urban@It, che ha partecipato al gruppo di lavoro sull’obiettivo 11 , per la stesura di un documento di obiettivi e proposte presentato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

L’obiettivo 11 dell’Agenda 2030 si prefigge di “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”. Concentrandoci su alcuni di questi aspetti più peculiari delle città iniziamo parlando di “resilienza”. Può chiarire questo concetto agli ascoltatori?
È fondamentale; anche alla luce dei disastri naturali che si stanno moltiplicando in Italia e in giro per il mondo. Pensiamo soprattutto ai fenomeni di alluvioni, legati al cambiamento climatico. Resilienza vuol dire consentire alle città e ai territori di essere più resistenti, cioè più capaci di reagire. Tutto questo si fa intervenendo sui temi dell'acqua, del verde e del rischio idrogeologico, in modo particolare.

Come si cambia una città per renderla più resiliente? Quali sono le città più pronte in Italia, e quali quelle più indietro?
Per ora solo tre grandi città, Bologna, Venezia e Ancona, si sono dotate di un piano di adattamento al cambiamento climatico, che per altro è previsto dal Covenant of Mayors europeo: l'accordo dei sindaci per l'ambiente. Si tratta di dotarsi di strumenti capaci di aumentare il verde urbano; di regolare meglio il consumo dell'acqua in modo da evitare gli sprechi, perché purtroppo la siccità è ciò che ci aspetta; e di intervenire soprattutto su tutti i canali di scolo, per quanto riguarda il rischio idrogeologico.

Passiamo alla sostenibilità. Leggendo il vostro documento di “Obiettivi e proposte” si evince che questo tema, parlando di contesti urbani, passi in gran parte dalla mobilità e dalla transizione energetica. Qual è la situazione italiana, quali gli obiettivi e i mezzi per arrivarci?
Purtroppo per la mobilità, soprattutto nelle città, c'è una ben nota, grave carenza di infrastrutture e di trasporto pubblico, di tram e metropolitane, rispetto al resto d'Europa; e quindi un uso spropositato dell'auto. L'obiettivo per le aree urbane è raggiungere entro il 2020, quindi parliamo di pochi anni, almeno il 50% del riparto modale tra l'auto e le altre forme di mobilità. Cioè bisogna ridurre l'uso dell'auto e aumentare tutte le altre forme di mobilità.
Per quanto riguarda l'energia, indubbiamente sono stati fatti dei passi in avanti; soprattutto per quanto riguarda l'efficientamento energetico, anche attraverso le ristrutturazioni edilizie o la produzione di energia da fotovoltaico. Però gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, la COP21, sono molto ambiziosi, e quindi il documento di ASVIS e Urban@it propone di raggiungere nel 2025 gli obiettivi europei del 2030, attraverso questi piani che i comuni si devono dare.

L’argomento dell’economia circolare, presente anche nel vostro documento, sembrerebbe un tema riservato alle politiche industriali nazionali, se non addirittura globali. Come può una comunità urbana e un’amministrazione comunale instaurare un’economia locale circolare?
Parliamo di rifiuti, naturalmente. Perché in Italia esiste ancora questo problema che affligge alcune grandi aree metropolitane del paese: Roma, Napoli, Palermo, solo per fare gli esempi più eclatanti. Il problema è che la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è solo del 47,5%, secondo i dati del 2015. Praticamente siamo in ritardo di sei anni rispetto all'obiettivo fissato dalla normativa europea. Noi indichiamo come obiettivo quello di raggiungere l'obiettivo europeo al 2030, cioè il riciclaggio al 65% e un massimo di rifiuti in discarica del 10%, aumentando la raccolta differenziata di circa il 50% rispetto al 2015. È chiaro che si tratta di percentuali, però questo dimostra il tentativo che stiamo facendo di individuare degli obiettivi chiari, a cui collegare non solo l'azione dei comuni, ma anche quella dei cittadini.

Il vostro documento è firmato anche dall’ANCI, l’associazione dei comuni italiani, che ha accettato la sfida dell’Agenda 2030. Si stanno muovendo concretamente per raggiungerne gli obiettivi? 
Direi di si. Soprattutto le quattordici città metropolitane che l'8 giugno, in occasione del G7 Ambiente, hanno firmato la Carta di Bologna per l'ambiente, in cui si impegnano tutte a raggiungere determinati obiettivi, alcuni dei quali abbiamo prima ricordato. Questa è la dimostrazione che si può territorializzare la strategia delle Nazioni Unite proprio a partire dalle città, ed è il tentativo a cui noi stiamo lavorando.

Nella foto: panorama di Bologna - Foto pixabay.com
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