Randagismo: un problema che si ingigantisce progressivamente In evidenza

Scritto da   Domenica, 22 Ottobre 2017 16:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Randagismo: un problema che si ingigantisce progressivamente

Il lato oscuro del rapporto tra l'uomo e gli animali da compagnia è il fenomeno dell'abbandono che genera il problema del randagismo. Secondo alcune stime, in Italia, ci sono 700 mila cani vaganti per il territorio. Un fenomeno che purtroppo è in grande crescita che, oltre a mettere gli animali in grande difficoltà e in pericolo, ha forti ripercussioni sulle economie dei comuni, chiamati a gestire canili, ricoveri e ambulatori sanitari.

Ne abbiamo parliato nella trasmissione “A Conti Fatti” di Radio Vaticana con Angelo Troi, segretario del Sindacato Italiano Veterinari Liberi Professionisti.

Quali sono i numeri del randagismo in Italia? Aumentano o diminuiscono? Il randagismo è un costo economico per la collettività?
Il randagismo è una stima e come tale non ha dei dati coerenti e precisi. Stimare il randagismo significa che, più o meno, i cani che vengono catturati e portati nei canili (circa 100 mila ogni anno) rappresentano un terzo, o anche un quarto, dei cani realmente presenti sul territorio. Possiamo pensare, in base alla vita media, che un animale possa rimanere all'interno del canile per almeno 10 anni, e che quindi ci siano almeno un milione di cani dentro i canili. Questo è un numero di base perché potremmo avere dei numeri molto maggiori. Non essendoci dei dati precisi noi, come sindacato, abbiamo sempre mantenuto una certa prudenza, sottostimando il randagismo a 750 mila cani. Ovviamente questo significa un problema notevole per quanto riguarda la gestione, perché l'Italia è uno dei paesi europei con il più alto numero di randagi.

Secondo i dati, in questi ultimi anni la sua professione ha assistito a una diminuzione delle prestazioni veterinarie per la zootecnia e l'allevamento, e di contro a un aumento delle prestazioni per gli animali d'affezione e da compagnia. Quali sono i pro e i contro di questa nuova economia legata agli animali, in Italia?

La Francia ha circa 18 mila veterinari, di cui 900 sono pubblici. L'Italia ha 36 mila veterinari di cui quasi 10 mila pubblici. Sono numeri decisamente diversi ma ancora più distanti se li confrontiamo con il sistema produttivo: in Italia abbiamo più o meno 6 milioni di bovini, mentre la Francia ne ha quasi 20 milioni; abbiamo più o meno 8 milioni di suini, mentre la Francia ne ha 13 milioni; e abbiamo circa 400 milioni di volatili, galline ecc. mentre la Francia ne ha 800 milioni. Questo significa che, per necessità, il mercato della veterinaria è un mercato difficoltoso.
Il costo di un laureato in veterinaria per il nostro paese è di circa 60 mila euro all'anno che, moltiplicati per i cinque anni necessari alla laurea, sono 300 mila euro. Però far laureare un veterinario significa mantenerlo all'università circa 7 anni, quindi la cifra va ulteriormente incrementata. Teniamo presente che, mentre in medicina umana i medici hanno delle strutture ospedaliere che ospitano gli studenti, in medicina veterinaria ciò avviene all'interno di strutture proprie della facoltà, e abbiamo abbiamo almeno 13 facoltà: due terzi in più della media dei paesi europei. Da questo cominciamo a disegnare il ruolo dei veterinari, in cui c'è anche una gestione degli animali da compagnia, di cui abbiamo visto negli ultimi anni un incremento notevole.
Stiamo parlando di 10 milioni di animali. Non abbiamo dati precisi perché l'anagrafe ufficiale del Ministero (della Salute, ndr.) in alcune regioni ha numeri molto superiori alla media normale, che è di un animale ogni 10 abitanti: si arriva ad avere un animale ogni 3 abitanti; e in altre parti d'Italia siamo a numeri assolutamente inferiori alla media. Le uniche zone che hanno dei dati precisi sono le provincie autonome del nord Italia, come l'Alto Adige e la Val D'Aosta: le iscrizioni anagrafiche sono state fatte con assoluta precisione e negli anni il mutamento è minimo. Nell'anagrafe del Ministero della Salute abbiamo attualmente circa 10 milioni di animali: per lo più sono cani, 9 milioni e 800 mila, e un certo numero di gatti. Di questi animali non abbiamo dei dati precisi, perché nelle anagrafi dove i cani sono registrati da più anni, è venuta a mancare completamente la cancellazione; quindi ci troviamo con un cane ogni tre abitanti, mentre la media ragionevole sarebbe di un cane ogni dieci. In altre regioni dove invece l'anagrafe è appena partita, i numeri sono posti esattamente al contrario: cioè abbiamo un cane ogni 50 abitanti. Sono numeri impossibili.

Di solito si ha una visione abbastanza "romantica" della vita del cane o del gatto randagio: come se tornasse alla natura e allo stato selvatico. In base alla sua esperienza di veterinario, diventare randagi è un miglioramento o un pericolo? Qual è di solito il loro destino?

La prospettiva di vita per gli animali randagi nell'ambiente è veramente disastrosa. Non ce ne accorgiamo, ma sono animali che non hanno nessun controllo dei parassiti, delle aggressioni, delle ferite, degli incidenti stradali. Vivono in una situazione di difficoltà, a cominciare dall'alimentazione e i rapporti con gli altri animali. Per di più in Italia si stanno [diffondendo] animali carnivori come i lupi e gli orsi e questo rappresenta senz'altro un problema per i cani randagi. Nei randagi troviamo una bassissima possibilità di riproduzione. La riproduzione avviene soprattutto nelle famiglie, che poi abbandonano i cani e questi diventano randagi. Nell'ambiente invece c'è un’elevatissima mortalità degli animali riprodotti, e questo ci dovrebbe far pensare quanto sia inopportuno permettere il randagismo.

Non molti sanno che la legge italiana vieta la soppressione dei randagi catturati. Come vengono gestiti questi animali, da quali strutture ed enti? E' una situazione sotto controllo in tutte le regioni?

Abbiamo un numero esagerato di strutture che raccolgono animali: due anni fa erano 1051 strutture registrate al Ministero. Tuttavia c'è un'altra quantità di strutture: canili abusivi che fanno notizia nei giornali. Tutto questo determina una spesa pubblica da parte dei Comuni per i costi degli animali randagi trovati sul territorio; ma soprattutto porta a un'impossibilità di gestire questi animali in maniera corretta, perché dietro a questo ci sono delle cifre notevoli. Tutto questo meccanismo ricade sia sulla sanità, sia sui Comuni, che devono mantenere il randagio nel canile. Mantenerlo può avere un costo dai 2 ai 7 mila euro all'anno; perché nelle regioni dove il numero dei randagi è maggiore i costi sono più bassi, in quelle in cui il numero di randagi è minore, molto spesso i canili hanno dei costi maggiori.

Dunque la situazione non è rosea. Quali soluzioni ha proposto il SIVELP al Ministero?

Non c’è nessuna soluzione per il momento. La legge 281 è del 1991 (Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, ndr.); da allora avremmo dovuto trovare una soluzione al problema del randagismo, che invece si è progressivamente ingigantito. Il nostro sindacato ha proposto in maniera prioritaria due tipi di soluzione. La prima è un contributo di solidarietà, che permetta di incentivare la sterilizzazione. Se i randagi sono cani partiti dalle abitazioni, e dunque in un primo momento erano di proprietà e poi sono diventati cani vaganti sul territorio, è chiaro che la prima arma, che è poi quella [utilizzata] nel nord Europa, è l'utilizzo della sterilizzazione. Sterilizzare gli animali vuol dire anche dare loro la possibilità di convivere con l'uomo in maniera più regolare; perché ci sono meno problemi riproduttivi, di aggressività e di tanti altri aspetti che l'Italia considera poco.
L'altro aspetto importante è evitare l'importazione di cani dagli altri paesi. Molto spesso, attraverso il web, si cerca di spostare cani da un paese all'altro dell'Europa, in modo da rendere più proficuo e interessante il giro del randagismo. Un giro in nero che porta nelle casse di molti cifre non controllate. Ma se il randagismo venisse eliminato,  avremmo più fondi da poter dare alle persone che hanno bisogno d'aiuto: se avessimo dei fondi, che adesso destiniamo ai cani, e un anziano avesse bisogno di tenere un animale, potrebbe esserci un automatismo che li potrebbe destinare a questo scopo. Questo meccanismo non viene percepito dall'opinione pubblica.

 

Foto: Traphitho / Pixabay.com
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