Perdere tutto per l'usura, tornare a vivere nell'impegno per gli altri. La testimonianza di Franca De Candia In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 06 Dicembre 2017 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Perdere tutto per l'usura, tornare a vivere nell'impegno per gli altri. La testimonianza di Franca De Candia

Su “A Conti Fatti”, programma a cura di Economia Cristiana trasmesso da Radio Vaticana Italia, la testimonianza di Franca De Candia, ex imprenditrice che nei primi anni ’90 finisce sotto usura per un prestito di 10 milioni di lire.
Trova il coraggio di denunciare i suoi aguzzini e a allora comincia un calvario fatto di ricatti, minacce e violenze che l’hanno portata fino al tentativo di togliersi la vita.
Da allora Franca ha speso la sua vita dedicandosi agli altri con l’Associazione Nazionale Vittime dell’Usura, di cui è fondatrice, un impegno per cui è stata premiata come “Eurodonna 1996 per il coraggio” e che le è valso nel 1998 la medagliaia d’argento in un premio internazionale antiusura (quella d’oro andrà a Papa Wojtyła).

 

Cominciamo ripercorrendo brevemente la sua la sua storia. Cosa le è successo?
È successo tutto attraverso una banca, perché dietro ogni storia di usura c'è una banca.
Cominciò tutto con una fideiussione che il mio compagno di allora diede a un suo ex socio, ma lui non sapeva di aver firmato una fideiussione senza limiti e da 70 milioni (di lire ndr) che era fecero arrivare a 500 milioni, tutto a nostra insaputa.
Non avevamo comunque problemi, si lavorava e con cinque negozi, avevamo un incasso giornaliero di circa 30 milioni al giorno.
Quello che ha bloccato tutto è stata la guerra del Golfo perché il giorno dopo lo scoppio della guerra gli acquisti nei negozi di abbigliamento si fermarono, si compravano soltanto generi alimentari.
Allora avevamo 13 dipendenti, si passò ad un incasso di 700-800 al giorno e le banche chiusero totalmente il credito.
Avevo un assegno che mi sarebbe arrivato il giorno successivo, andai in banca a versare 30 milioni e il nuovo direttore dopo aver fatto il versamento mi disse: “Signora questi li trattengo perché deve rientrare del fido immediatamente” e mi consegnò una raccomandata a mano.
Io rientrai nel mio negozio piangente, disperata, perché il protesto purtroppo per un imprenditore è la morte, la morte totale.
Una mia amica, o pseudo tale, una persona che veniva tutti i giorni al negozio, una cliente abituale, mi seguì in ufficio, mi chiese cosa fosse successo e io le raccontai questa cosa dicendole di avere un po’ di soldi, ma che non ce l’avrei fatta per l’indomani a coprire l’assegno.
Mi chiese quanto mi mancava e le dissi: “10 milioni, ma dove li trovo da oggi a domattina?” e lei mi disse: “Io non posso farlo però lo può fare una mia amica”.
Dal mio stesso ufficio chiamò questa amica la quale senza nessun tipo di problematica mi disse: “Ha una casa signora?” le risposi: “Sì, ho un casale umbro intestato a mia figlia” “Ecco, magari allora venga con sua figlia e con l'atto di casa”.
Cominciò tutto da qui.

Lei chiese quindi un prestito di 10 milioni di lire. Quanto è stata costretta poi a pagare nel corso del tempo?
Quando mi diede 10 milioni volle un assegno, non mio, ma di mia figlia, di 12 milioni datato 31 ottobre, eravamo nel mese di settembre. Io a metà ottobre avevo già racimolato 6-7 milioni e la chiamai per restituirglieli facendo un cambio di assegno anche perché mi sembrava giusto e lei mi disse: “Ma no signora, li usi per lavorare stia tranquilla. A me mandi pure 2 milioni al mese non ci sono problemi”, peraltro i 2 milioni lei mi aveva lasciato intendere che me li avrebbe dati in un secondo tempo, non mi ha parlato di interessi nella maniera più assoluta.
Quando dopo sei mesi finii di pagare i 12 milioni ho anche detto vabbè non sono poi tanti, è un interesse quasi normale però non è usura, insomma non avevo capito che fossi finita in mano a un’usuraia.
Pagati i 12 milioni ho chiamato questa persona gentilissima e le ho detto: “Guardi, oggi le ho mandato l'ultimo vaglia quindi vengo a prendere l'assegno di mia figlia” e lei cambiò decisamente voce e con una voce stridula, in maniera scurrile mi rispose: “Non hai capito un … tu mi hai pagato gli interessi, ma il capitale resta” e da lì la testa ti parte, non ragioni più.

Lei da quel momento ha cominciato a girare da usuraio a usuraio
Praticamente non più c'era più un limite per pagarla, c'era questa spada di Damocle.
Parlava sempre al plurale “io e i miei soci” diceva tranquillamente “l’assegno è di tua figlia quindi andiamo a chiederli a lei”. Mia figlia faceva l'università, il primo anno di università, per cui io ero disperata perché viveva da sola e c'era questa questo tipo di minaccia.
Ho parlato con dei colleghi che mi hanno indicato un altro usuraio per procurarmi i soldi dell'interesse che io non avevo preventivato e che intanto era diventato più alto perché avevo superato il giorno in cui dovevo pagare.
Sono andata da un altro usuraio e poi da lì è partito l'incubo perché a lei dovevo pagare il 20 o il 30%, dipendeva un po’ da quando pagavo, poi quell'altro me li prestava al 30% al mese, poi sono finita da altri che me li prestavano al 40 e per restituirli sono andata da un altro ancora ed è diventato un girone infernale.
La notte non dormivo, mi alzavo la mattina soltanto per chiedere soldi, ovunque mi prestavano soldi io andavo e il buco si allargava a dismisura, ma sempre per una causa iniziale e comunque chi mi minacciava quando ritardavo anche di un solo giorno era sempre la prima usuraia.

Dopo quanto tempo ha scelto di denunciare?
Già dopo sei mesi avevo capito che non ne sarei uscita in altro modo se non denunciando.
Andai in questura a Terni per fare la denuncia e un ispettore mi disse “Signora ma cosa dencia; l'usura è un reato molto difficile da provare, se li metterà soltanto contro. Tenti di sanare la situazione e uscirne così”.
Appena uscita, dopo dieci minuti ricevetti la telefonata della strozzina che mi disse “Mi volevi denunciare? Ti hanno visto uscire dalla questura” in effetti a Terni c’era chi la informava di tutti i miei movimenti, nonché di quelli dia mia figlia.
Ho denunciato quindi dopo un anno e mezzo, a febbraio del ‘93. Ho denunciato in procura ad Avezzano, dove lei viveva, incastrandola con una telefonata dalla procura. Ho avuto il coraggio della disperazione, perché non è coraggio, o questo o mi sarei uccisa, peraltro si erano appena suicidati una mamma e tre figli, si erano gettati da un ponte vicino a L'Aquila, si erano ammazzati i coniugi Gaddi, era un periodo in cui tutti si ammazzavano e io stesso era arrivata a questo perché nel frattempo si era aggravata la situazione dei negozi.
Io non lavoravo, non ragionavo neppure più perché la mente è persa devi soltanto procurarti i soldi da dare a loro.

Cosa è successo dopo la denuncia?
È partito dal giudice l’ordine di perquisizione e arresto e mentre facevano la perquisizione lei mi fece una chiamata e mi disse: “Mi hai denunciato, sicuramente sei stata tu, la pagherai cara”.
Trovarono diversi assegni e scoprirono che questa persona riceveva circa 50 milioni al giorno da tutta Italia, era già stata arrestata per usura ed estorsione quindi era proprio questo il suo lavoro.
Mi minacciò nonostante fosse quasi in stato di arresto, poi fu liberata e da lì cominciarono le minacce vere perché ritirassi la denuncia.
Arrivavano telefonate come: “Sai, l’Umbria è bella, ad Agosto ti vengono a trovare i miei avvocati” e io dicevo “Magari venissero gli avvocati così veramente si fanno i conti di quanto ho pagato e di quanto mi ha dato”. Non vivevo più perché arrivavano telefonate alle tre, quattro di notte.
Quando cominciò a minacciarmi resi pubblica la cosa, lo dissi a dei giornalisti umbri che lo scrissero sui giornali e quindi era ancora più arrabbiata; non avevo fatto il suo nome, però lei aveva capito che si trattava di lei.
Non avevo invece denunciato tutti gli altri perché per me era lei quella pericolosa per mia figlia mentre con gli altri me la dovevo vedere io. Gli altri comunque riuscivo a pagarli perché mi chiedevano una certa cifra e quella rimaneva, mentre per lei la cifra cambiava sempre.

Dopo 20 anni
Nel ’95, a due anni dalla denuncia, venni violentata, stuprata da due persone, era il 14 agosto del ‘95.
La mia vita da allora chiaramente è cambiata, tentai il suicidio e finìì in rianimazione.
All’uscita dalla rianimazione il prefetto mi disse: “Non l’hanno voluta lassù perché probabilmente lei ha molto da fare qui”. Allora capii il male che avevo fatto alle mie figlie tentando il suicidio: io me ne sarei andata da vigliacca lasciandole comunque nelle mani di queste persone.
Dello stupro però non ho accusato lei, non potevo farlo perché non mento mai, non è mia abitudine. Sono stata violentata da persone di cui purtroppo non si conosce il mandante, chiaramente io ero stata minacciata di una visita in Umbria però questo poco è contato.
C’è stato un processo (per usura ndr) e sono riuscita ad arrivare a un rinvio a giudizio dopo 9 anni, dopo 12 anni la sentenza di primo grado, dopo 14 l’appello e dopo 19 la cassazione.
Quindi io dopo 25 anni, perché il 17 febbraio saranno 25 anni, mi ritrovo ad aver perso tutto perché per il mio giro di usura da 10 milioni iniziali mi è stato portato via tutto, anche dagli altri: ho perso due case, 5 negozi, le macchine, un cavallo e dico il cavallo non tanto per il valore, ma perché credo che una parte di mia figlia sia morta quando ce l’hanno portato via.
Ho perso tutto, ma soprattutto ho perso me stessa perché la violenza è stata psicologica, ma anche fisica. Io non sono più quella di prima: avevo 39 anni quando sono andata sotto usura, quando sono stata violentata ne avevo 42 e da allora non sono più una donna, non sono più nessuno.
Ho lottato per 20 anni con l’associazione aiutando gli altri e devo dire che mi ha salvato questo perché io mi colpevolizzo ancora di quello che mi è accaduto, non colpevolizzo la banca, non colpevolizzo gli usurai, non colpevolizzo nessuno pur avendo un odio incredibile nei confronti di quelli che mi hanno fatto del male. Ho perso tutto, ma ho riacquistato quantomeno la voglia di vivere nell’aiuto agli altri, nell’aiutarli a denunciare e ho fatto fare tante, tante, tante denunce e ne ho fatti arrestare tantissimi.
Non si deve andare mai dall’usuraio. A volte mi dicono: “Devo pagare Equitalia vado dall’usuraio”. No piuttosto fatti portare via la casa, fallisci, vai protestato, non importa perché tanto se vai dall’usuraio muori, l’usuraio ti porta via l’anima, il sangue, ti succhia via la vita e tu perdi tutto comunque.

Oggi ci sono gli strumenti giusti per aiutare le persone in difficoltà?
C’è una legge, ma viene utilizzata male, non viene applicata come dovrebbe perché dovrebbe seguire l’iter che è quello di massimo un anno per liquidare la vittima dei suoi danni, mentre a volte si fanno passare anche 6-7 anni e le vittime nel frattempo in attesa dei soldi del fondo di solidarietà perdono tutto e addirittura falliscono.
La legge va usata per aiutare le vittime, ma c’è anche da parte di chi la applica, quindi ministero dell’interno e prefetture, una certa ritrosia ad aiutare le vittime, soprattutto quelle di usura. Non siamo amati. La legge è stata fatta, ma purtroppo le associazioni devono battere i pugni sul tavolo e denunciare.
C’è anche una cosa peggiore: c’è un monopolio sull’antiusura per cui determinate associazioni riescono ad ottenere con facilità per i loro assistiti e altre associazioni purtroppo no.
Lo strumento iniziale rimane comunque la denuncia e ancor prima non andarci dall’usuraio.
Io oggi piuttosto andrei subito sotto un ponte, in una casa diroccata, ovunque, ma non andrei più dall’usuraio; rifarei quello che ho fatto, la denuncia, il mio impegno, tutto, ma non l’usura.
L’usura è morte, è la morte dell’individuo perché ti cancella la famiglia, gli affetti, tutto, non hai più niente.
Quando sei sotto usura vivi di usura, le mie figlie mi dicono: “Mamma tu ci hai fatto vivere per anni con pane e usura” e questo purtroppo vale per tutte le vittime.

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