Caritas: i giovani sono i nuovi poveri. In Italia la crisi ha raddoppiato la povertà. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 31 Gennaio 2018 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: lechenie-narkomanii / pixabay.com

In quest'ultimo decennio di crisi economica la povertà è aumentata nell'Unione Europea in generale, e in Italia in particolare. Nell'Europa dei 27 si contano oltre 117 milioni di persone a rischio povertà ed esclusione sociale. In Italia sono 17 milioni, e 7 milioni sono gli italiani in una situazione di "grave deprivazione materiale". Questi numeri fanno parte del rapporto "Futuro anteriore" pubblicato da Caritas Italiana: uno studio che mette in evidenza come, non solo sia in aumento il totale dei poveri, ma come, diversamente dal passato, aumenti la percentuale dei giovani poveri. Una situazione osservata ad esempio nei centri di ascolto della Caritas, dove l'età media degli assistiti si è abbassata a 43 anni. Per citare una frase del rapporto: "i figli stanno peggio dei genitori e i nipoti stanno peggio dei nonni.
Ne abbiamo parlato con Francesco Marsico, Capo Area Nazionale di Caritas Italiana, in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Dottor Marsico quali sono i numeri della povertà e le tendenze rispetto al passato in Italia?

I dati ci dicono le tendenze di questo fenomeno nel nostro paese. Siamo partiti da 1,8 milioni di persone nel 2007, l'anno prima della crisi economica, che in termini statistici era il 3,1% della popolazione Italiana, [per arrivare] a 4,6 milioni di persone al 2015, quindi il 7,6%. In altri termini la crisi economica ha fatto balzare, raddoppiare, il dato della povertà del nostro paese, modificandone profondamente i confini. Vale a dire: un fenomeno non più del sud del paese, non più soltanto per i disoccupati, non più per le famiglie con due, tre o molti  figli. Soprattutto un fenomeno che si sposta dalla dimensione delle persone più avanti con gli anni, gli anziani, verso le famiglie e i giovani.

La novità messa in risalto dal vostro rapporto è appunto l'aumento dei giovani poveri. Quali sono le dimensioni di questo specifico fenomeno. Perché i giovani sono poveri?

E' evidente che questa esplosione, come dicevamo, raggiunge soprattutto le famiglie: da una parte quelle con capofamiglia più giovani; ma soprattutto sono state colpite più duramente dalla crisi economica quelle che hanno giovani al loro interno. Il dato più rilevante è che, se nel 2007 un giovane su 50 era in una condizione di povertà, ormai siamo arrivati a un giovane su 10. Questo vuol dire, appunto, che la condizione giovanile è stata quella più duramente colpita, rispetto al dato generale di impoverimento della popolazione. Di fatto il fenomeno della povertà si è trasferito, come dicevamo, dalle classi più avanti negli anni, dagli anziani, negli adulti disoccupati: soprattutto ai giovani, ai giovani disoccupati o comunque in condizioni di precarietà lavorativa ed economica.

Qual è l'identikit di questi giovani poveri e quali sono le loro storie tipiche, anche in base all'esperienza dei centri di ascolto della Caritas?

Sono spesso “carriere” di povertà o storie che purtroppo hanno incontrato il tema della disoccupazione. “Carriere” vuol dire giovani con percorsi scolastici incompleti, formazione limitata, condizioni di deprivazione culturale e sociale molto forte che quindi, affacciandosi al mercato lavoro, hanno poche opportunità. Dall'altra parte ci sono giovani che, vivendo già in condizione di precarietà lavorativa, sono incappati nella crisi economica, in una fase ancora più dura di disoccupazione di lunga durata. In genere sono storie di nuova povertà, appunto i nuovi disoccupati, oppure sono storie di bambini che qualche anno fa avevano accompagnato i propri genitori in quel centro d'ascolto Caritas e che sono diventati adulti ma purtroppo non sono riusciti ad uscire da quella condizione con le loro famiglie.

Anche il resto d'Europa viva una situazione non proprio rosea. Occorre ricordare che i dati del rapporto Caritas sono riferiti ai cittadini europei, quindi non a quelle persone che arrivano in Europa senza cittadinanza. Qual è il panorama continentale? Come si colloca l'Italia nel quadro europeo generale?

I fenomeni in Italia non sono solo italiani, ma sono fenomeni di tipo europeo che però, nel nostro paese, hanno particolari gravità e intensità. L'Italia è il paese nell'Unione Europea con la più alta presenza dei Neet, dei giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnanti in qualche modo. Questo è un fenomeno europeo, evidentemente, con casi anche abbastanza drammatici; però in Italia è il 26% della popolazione tra i 15 e i 34 anni. Il resto dell'Europa è su dati assolutamente diversi:  vicino a noi abbiamo soltanto paesi come la Grecia al 25% e la Bulgaria al 22%. Lo stesso dicasi per quanto riguarda altre condizioni di privazione, come l'abbandono scolastico: in Italia, nonostante sia un dato che va migliorando negli anni, nel senso che ci sono meno giovani in condizioni di abbandono, siamo ancora al 21% di persone che non hanno un curriculum scolastico completo; con un dato europeo all’11%. Quindi la situazione Italiana, soprattutto in termini di intensità, è peggiore che negli altri paesi d'Europa.

Come si comportano in generale gli altri paesi sul tema dei sussidi economici ai cittadini poveri? Quali sono le differenze tra i vari tipi di assistenza al reddito?

In realtà in Europa c'è una tendenziale omogeneità di interventi economici connessi a forme di cosiddetta “attivazione” per trovare soluzioni di tipo lavorativo alla loro condizione povertà. Quindi: strumenti che danno reddito e che, in qualche misura, anche in maniera a volte forzosa, impongono ai beneficiari percorsi di formazione e di ricollocamento professionale. Il caso atipico e fino ad ora erano l'Italia e la Grecia perché erano gli unici paesi a non avere strumenti di questo tipo: di cosiddetto “reddito minimo” con redditi di inclusione.

Questo è cambiato dal primo gennaio di quest'anno con il REI, reddito di inclusione. Per come è stato predisposto quanto può essere risolutivo del problema di cui abbiamo parlato finora, e quali sono i punti forti e deboli di questo provvedimento?

I punti di debolezza sono legati al fatto che, a differenza della gran parte dei paesi europei, non è una misura di tipo universalistico; cioè non prende in carico “tutte” le famiglie in condizione di povertà assoluta nel nostro paese. Negli altri paesi invece queste misure sono universalistiche: vanno a colpire tutto il target di popolazione povera. Chiaramente questa falla nel sistema dovrebbe essere compensata nei prossimi anni: l'idea è che ci sia un investimento progressivo, in termini economici, che vada a colmare questo deficit nei prossimi tre o quattro anni. Però, evidentemente, oggi questo è un grave problema. L'altro problema è l'adeguatezza dell'intervento, che è abbastanza limitato sulle famiglie con più figli: si arriva al massimo a un intervento intorno ai 400 euro. Questo evidentemente rappresenta un problema; però, rispetto al passato, agli scorsi anni della crisi in cui non c'erano interventi di contrasto alla povertà, evidentemente questo è un grande un grande passo in avanti. L'altra questione è la rete dei servizi. Il nostro paese è molto differente in termini di qualità e soprattutto quantità di servizi: assistenti sociali, operatori sociali pubblici nei servizi territoriali. Chiaramente, per una misura che ha la giusta pretesa di fare accompagnamento alle famiglie, non soltanto dare un reddito ma mettere nelle condizioni di costruire un piano personalizzato per uscire dalla propria condizione di povertà, l'assenza di operatori specializzati rappresenta un deficit molto grave. Quindi il REI è la giusta direzione, ma va percorsa nei prossimi anni in maniera graduale, tale da consentire di avere una misura effettivamente in grado di prendersi carico di tutta la popolazione povera del nostro paese.

L'accesso al reddito di inclusione, al momento, è soggetto a diversi parametri: familiari, redditi precedenti, etc. In che misura questa formula attuale viene in soccorso dei giovani poveri di cui abbiamo parlato finora?

Evidentemente su due profili. Il primo, rispetto alle carriere di povertà: una misura contro la povertà che da reddito e sostegno sociale a una famiglia, dovrebbe evitare, o almeno ridurre la possibilità, che i più giovani, i ragazzi, i minori, non completino il loro ciclo di studi; non abbiano quindi una formazione adeguata e vivano condizioni di grave deprivazione negli anni in cui si formano sul piano culturale, sociale e affettivo. Questo chiaramente vuol dire una grande operazione di prevenzione, rispetto alle generazioni future. Dall'altra parte consente alle famiglie più giovani, che magari sono incappate in queste condizioni, di avere un supporto negli anni della formazione del proprio nucleo familiare o comunque dell'avvio della propria vita da persone adulte. Quindi la misura rappresenta la possibilità, non la certezza, che le famiglie con giovani o minori, oppure le famiglie giovani, non rimangano sole di fronte a questo fenomeno che da soli, spesso, non può essere superato.

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