50 anni non sono bastati. A quando una reale parità di genere? In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 07 Febbraio 2018 12:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Raggiungere l'uguaglianza di genere e aumentare forza, autostima e consapevolezza di tutte le donne e le ragazze.
Recita così il quinto dei 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile che le nazioni unite si sono proposte di raggiungere entro il 2030.
Sono ancora moltissime le donne che in diverse aree del modo vivono in una condizione di sottomissione rispetto all’uomo di fatto ancora istituzionalizzata.

Dal diritto negato all’istruzione al fenomeno delle spose bambine alla barbarie della mutilazione genitale femminile, sono tante le pratiche da estirpare da questo punto di vista.
Anche in quei paesi dove le donne sono ufficialmente equiparate all’uomo, tuttavia non sempre godono delle stesse opportunità degli uomini, senza considerare il delicato tema della violenza, psicologica, fisica o sessuale, che continua a toccare almeno una volta nella vita il 35% della popolazione femminile mondiale.


Nel nostro paese molto è stato fatto sia sul tema dei diritti che su quello delle pari opportunità, ma non sono pochi i passi da compiere per il raggiungimento di una piena parità di genere.
La presidente della Rete per la Parità, Rosa Oliva, ne parla intervenendo su “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

La parità di genere è uno tra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che il nostro paese si è impegnato a raggiungere sottoscrivendo l’agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’Italia ha fatto dei progressi da questo punto di vista?
Negli ultimi due anni il trend è negativo. L'Italia precipita in quanto a gender gap, la situazione italiana è peggiore anche di quella di Grecia e Madagascar, in Europa solo Cipro e Malta stanno peggio di noi, mentre la Francia è 11ma e la Germania 12ma. Quindi non solo le pari opportunità restano un miraggio, ma da noi va peggio rispetto altri paesi in giro per il mondo. Secondo il Global Gender Gap Index del 2017 l'Italia è all’83° posto su 144 paesi in fatto di uguaglianza di genere; ha perso 32 posizioni in un anno e non va bene.

Parità salariale a parte, sono comunque stati raggiunti risultati importanti sul fronte dei diritti delle donne.
Moltissimi e importanti risultati. La situazione delle donne è molto migliorata nel corso del secolo scorso, non a caso la rivoluzione femminile è stata definita la lunga rivoluzione riuscita del secolo scorso; da questo punto di vista possiamo essere soddisfatti, ma il trend è ancora molto lento e l'Italia purtroppo non brilla tra gli altri paesi.

Lei è stata protagonista di un' azione legale portò ad una sentenza importantissima sul fronte delle pari opportunità.
Nel 1958, appena laureata, con un ricorso sono riuscita ad ottenere dalla Corte Costituzionale una sentenza, la numero 33 del 1960, che ha aperto alle donne le principali carriere pubbliche; è stata la prima sentenza della Corte in materia di parità dei diritti e ha segnato davvero una svolta nel nostro ordinamento, ne sono molto fiera.
Nel 2010 abbiamo celebrato i 50 anni di quella sentenza per fare un bilancio del tempo trascorso e dare uno sguardo verso il futuro: le difficoltà e gli ostacoli sono ancora tantissimi e per questo continuo a battermi. In quel lontano giorno in cui partecipai all'udienza della Corte Costituzionale non so come avrei reagito se qualcuno mi avesse detto che ancora nel 2018, alla mia età, mi sarei battuta per i diritti delle donne.

Due anni fa ha pubblicato assieme ad Anna Maria Isastia - docente dell'Università Sapienza di Roma e anche lei all’interno del direttivo della Rete Per la parità -  il libro “Cinquant'anni non sono bastati. Le carriere delle donne a partire dalla sentenza n. 33/1960 della Corte costituzionale”. Quanti anni ci voglio ancora per raggiungere una piena parità di genere nel nostro paese e quali i principali punti da affrontare?
Purtroppo non basteranno ancora altri 50 anni, ma non possiamo fare delle previsioni perché purtroppo ci potrebbero essere anche dei passi indietro, dei ritorni al passato.
Quest'anno ricorrono gli 80 anni dall'approvazione delle leggi raziali da parte del fascismo, ma non ci ricordiamo che nello stesso anno con il Regio Decreto Legge del 5 settembre 1938, numero 1514, furono approvate anche le norme contro il lavoro delle donne che dovevano tornare al loro destino di mamme, di procreatrici. Questo ci dimostra che la lotta contro le disuguaglianze, la disparità, il razzismo e la sopraffazione delle donne hanno molti punti in comune.

Su quali temi è oggi particolarmente attiva la Rete per la parità?
Uno dei filoni principali è " Mai più donne invisibili" perché è attraverso l'invisibilità che poi si raggiungono altre forme di sopraffazione.
Con grande impegno siamo riuscite ad ottenere in parlamento e fuori dal parlamento la cosiddetta "par condicio di genere" che dovrebbe assicurare una maggiore visibilità alle donne, soprattutto sui mass media.
Questa norma però viene ignorata e non viene citata nei testi ufficiali dell'Agcom, ma recentemente insieme con Donne in Quota, una delle associazioni della Rete per la Parità, abbiamo partecipato a un’audizione presso la commissione vigilanza RAI e siamo riuscite a far inserire nel nuovo contratto, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo mese, una norma, applicata al settore radio televisivo, che riguarda proprio le donne perché riteniamo che attraverso la visibilità delle donne passino tante possibilità di sensibilizzazione su questioni che non riguardano soltanto i diritti delle donne, ma che incidono sull'economia del paese e su altre questioni gravissime che ci preoccupano, come ad esempio la denatalità.
Il mancato accesso delle donne al lavoro, dovuto sia alla disparità nei compiti di cura che in Italia sono ancora affidati in massima parte alle donne, che a un retaggio di culture e a una mancanza di servizi, porta dei danni gravissimi all'economia del paese; è stato dimostrato che aumentando l'occupazione femminile il Pil migliorerebbe di sette punti percentuali.

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