Differenza Donna: sottrarsi alla violenza e ritrovare la felicità è possibile. Il primo passo è chiedere aiuto. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 07 Febbraio 2018 11:50 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto Anemone123 / Pixabay.com

Secondo i dati dell’Istat il 31% delle italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito un qualche genere di violenza nell’arco della vita per il fatto di essere donna. Si tratta di circa 7 milioni di persone che, nei casi meno gravi, sono state molestate; nel numero però rientrano anche i fenomeni più odiosi delle violenze fisiche, quelle psicologiche prolungate negli anni, e le persecuzioni ai loro danni. In Italia è attivo un numero di telefono, il 1522, adibito a Servizio Antiviolenza e Stalking. Una statistica recente ha estrapolato i dati di ben 17500 chiamate a questo numero, disegnando un quadro della violenza di genere nel paese. 
Il 50% delle storie raccontate agli operatori del 1522, si riferivano a violenze fisiche, il 38% psicologiche e per il 4% a minacce. Lo stalking riguarda solo il 5,6% delle richieste di aiuto. Soltanto nel 9% delle chiamate la segnalazione di un caso di violenza proviene da qualcuno che non sia la vittima; dato che fa trasparire una certa omertà nella cerchia delle vittime.
Le donne che si rivolgono al Servizio Antiviolenza sono sposate nel 53% dei casi, separate o divorziate per il 15%. Nel 75% dei casi l’autore della violenza è il coniuge, il partner, il convivente o l’ex, mentre in un altro 15% dei casi è un familiare. Nel 91% dei casi  gli episodi di violenza durano da mesi, o da anni; soltanto il 2% delle chiamate riguardano la prima violenza subita. Questo denota la convinzione che le prime manifestazioni di violenza possano essere temporanee e rimediabili, mentre i dati affermano che nel 75% dei casi purtroppo le vessazioni crescono in frequenza e in gravità.

La quasi totalità di queste chiamate viene girata a centri e servizi antiviolenza sul territorio. Uno questi è Differenza Donna, la cui presidente, Elisa Ercoli, è intervenuta nella trasmissione “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia, in una puntata dedicata alla parità di genere.

Presidente il 94% delle chiamate al numero 1522 viene poi inoltrato a un centro antiviolenza come quelli gestiti da voi. Può presentae la sua associazione, i servizi che offrite e le strutture che gestite?
Differenza Donna è un'associazione di donne, contro la violenza alle donne. Nasce nel 1989 con l'impegno di partecipare attivamente al contrasto alla violenza contro le donne, e quindi aprire i centri anti violenza come strumento strategico. Da allora ad oggi abbiamo incontrato un numero importante di donne, circa 25.000. Differenza Donna, oltre a gestire i centri antiviolenza, si occupa di attività di prevenzione, che sono la formazione e la sensibilizzazione, sia in ambito scolastico sia nella società civile; formazione anche della rete territoriale ovviamente, indispensabile per lavorare a sostegno delle donne in uscita dalla violenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. Questo strumento strategico dei centri antiviolenza ci ha portato anche a fare proposte di legge e a intervenire nelle commissioni parlamentari, lavorando quindi sempre su un doppio livello: un livello politico, di cambiamento della nostra cultura e di proposte pratiche che rispondano ai bisogni delle donne in uscita dalla violenza e dei loro figli; ma anche un ambito molto operativo: l’accoglienza per le donne in uscita dalla violenza e i loro figli.

Ci sono molti luoghi comuni da sfatare sulla violenza verso le donne, uno dei quali è la condizione di queste donne, cioè il loro passato e la loro estrazione sociale. Chi sono queste donne e che tipo di violenza subiscono?
Le donne che subiscono violenza non possono essere identificate in un identikit unico o prioritario. Le donne in uscita dalla violenza fanno parte di tutte le categorie sociali, tutti i livelli di scolarizzazione, tutti i livelli economici e di inserimento lavorativo. Le donne che sono ad un più alto livello di scolarizzazione e hanno anche un lavoro, hanno più difficoltà ad arrivare nei centri antiviolenza, perché spesso provano a uscire dalla violenza anche, semplicemente, con degli strumenti unici: l'avvocato piuttosto che la psicologa. Oggi, per fortuna, anche le donne di un alto livello sociale ed economico hanno capito che per uscire dalla violenza hanno bisogno di essere aiutate dai centri antiviolenza, perché l'uscita dalla violenza è un percorso veramente complesso e difficile. Infatti, quando le donne decidono di separarsi, la violenza aumenta e non diminuisce. Per questo motivo servono delle strategie complesse che sappiano tenere in considerazione tutti gli elementi di vita della donna e tutte le difficoltà che ci portano nella singolarità delle loro storie.

Sempre citando la statistica delle chiamate al numero antiviolenza c'è un dato che spicca: il 90% di autori della violenza è nell'ambito della famiglia: quindi un coniuge, un convivente oppure un altro membro della famiglia. Come si risolvono queste situazioni di solito? C'è una possibile soluzione, intervenendo magari anche con l'autore della violenza?
Ormai c'è una grande consapevolezza sociale, e quindi anche nelle donne stesse, che la violenza viene agita principalmente in ambito familiare. Anche i nostri dati ci dicono che circa il 90% delle donne che si rivolgono a noi subisce violenza all'interno della famiglia, e stiamo parlando di un numero molto alto. Non pensiamo che ci sia la possibilità di risolvere congiuntamente una situazione di maltrattamenti, ma pensiamo che le donne debbano assolutamente prendere consapevolezza di voler interrompere la situazione. Ci sono anche percorsi per gli autori della violenza, oggi sempre più presenti anche all'interno del territorio italiano, e anche a livello di politiche nazionali. Ne abbiamo discusso anche con il Governo, e il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza è stato organizzato in questo modo: con una separazione netta del percorso della donna in uscita dalla violenza dal percorso dell'autore della violenza. Questo ha dei motivi molto precisi: si è cercato per tanto tempo di risolvere le questioni di violenza attraverso lo strumento della mediazione familiare. Una mediazione, appunto, che vede presenti sia la donna che ha subito violenza che l'autore della violenza. Scientificamente ormai è dimostrato che questo strumento non è utile alla risoluzione della situazione di violenza, ma anzi aumenta l’esposizione al pericolo della vittima e rafforza invece l'autore della violenza. Questo perché la mediazione familiare è uno strumento molto utile nelle situazioni di conflitto, ma assolutamente non idoneo nella soluzione dei problemi di violenza; perché i due soggetti, chi subisce e chi agisce la violenza, hanno poteri troppo diversi e quindi non sono, tutti e due, nelle condizioni di poter rappresentare veramente quello che pensano e quello che sentono all'interno di uno strumento condiviso. Hanno assolutamente bisogno di separarsi. Per fortuna ormai, anche la Convenzione di Istanbul, e la normativa italiana che l'ha recepita, stabiliscono in maniera molto chiara una lettura che ormai è unica: la violenza contro le donne è una disparità di potere che viene agita all'interno della relazione, e questa disparità di potere mette i due soggetti in condizioni molto diverse; per cui nella vittima non c'è una libertà di agire il proprio pensiero, i propri desideri e di affermare la sofferenza della situazione subita.
Per questo la mediazione familiare è assolutamente vietata nelle situazioni di violenza, e quindi non è possibile pensare a un percorso che veda entrambi i soggetti insieme, ma piuttosto un allontanamento della donna e dei bambini dalla situazione della violenza, e una totale libertà dell'autore di decidere di intraprendere un percorso di analisi del proprio comportamento. Da questo punto di vista, al momento, i dati ci dicono che gli uomini che partecipano a questi percorsi sono pochissimi: pochissimi a sceglierlo liberamente. Speriamo che il biasimo sociale nei confronti dei maltrattanti, e di questa gravissima violazione dei diritti umani nel nostro paese, porti invece questi uomini alla consapevolezza che debbono affrontare un loro problema, e che debbono assolutamente mettere impegno nell'interruzione di questo loro comportamento. Ma questo è possibile solo in un percorso completamente sciolto dalla liberazione della donna, che ha diritto a non essere vista da quel potere, a non essere impedita da quel potere che quella persona ha nei suoi confronti, nella scelta di una liberazione dalla violenza che ormai sappiamo essere una grave violazione dei diritti umani, nonché un reato penale previsto dai nostri codici.

Un altro elemento che emerge dalle testimonianze che voi riportate alla luce è l'isolamento sociale e familiare delle donne che subiscono violenza. Quali sono i luoghi comuni, le complicità e i silenzi da affrontare e combattere nella nostra società?
Anche gli ultimi eventi nazionali e internazionali su violenze e molestie ci dicono che il nostro paese ha veramente bisogno di fare passi avanti nella presa di coscienza collettiva, rispetto al fenomeno della violenza. In Italia abbiamo ancora tanti impedimenti culturali a prendere parola sulla violenza e a condannarla “senza se senza ma”. In altri paesi invece abbiamo situazioni in cui questo percorso è già stato fatto e il riconoscimento della gravità della violenza è qualcosa che l'intera società civile e le istituzioni hanno già molto solido. Per fare questo percorso anche in Italia abbiamo bisogno di comprendere che il silenzio è il primo strumento che dà potere alla violenza e a coloro che la agiscono. Quindi prendere parola e sostenere la presa di parola di donne in uscita dalla violenza è un dovere delle istituzioni e della società civile. Questo renderebbe molto più semplice, alle donne in uscita dalla violenza, prendere la decisione di interrompere la violenza, di parlare effettivamente di quello che subiscono, e di portare se stesse e i loro figli minori in una situazione che non li sottoponga più a questo danno. Perché la violenza provoca dei danni gravissimi; tutti abbiamo la responsabilità di interrompere quanto prima questo crimine e di portare donne e bambini in una situazione in cui il loro benessere psico-fisico sia tutelato, valorizzato e sostenuto.

Nel 72% dei casi chi telefona al numero antiviolenza sono donne con figli. Nel 53% dei casi i figli sono minorenni. Un altro dato è abbastanza preoccupante: il 60% di questi bambini assiste alle violenze domestiche. Questo è un aspetto spesso sottovalutato: la violenza a una donna si riflette anche sui suoi figli. Nei vostri centri accoglienza non vengono accolte solo le donne, ma anche i loro figli.
Accogliere le donne con i loro figli minori all'interno dei centri antiviolenza ci ha permesso un’osservazione di molti anni, e anche di molte bambine e bambini. Questo ha portato a far emergere quanto il maltrattamento agito dall'uomo nei confronti della donna esponga i bambini a una violenza che chiamiamo violenza assistita. Oggi è chiaro che la violenza assistita provoca nei bambini dei danni pari a chi subisce direttamente la violenza. Stiamo parlando di una situazione molto grave, di danno nei confronti delle bambine e dei bambini che assistono alla violenza. Quando parliamo di violenza assistita non parliamo semplicemente di bambini che vedono il papà picchiare la mamma, ma di bambini che vivono all'interno della casa un tipo di relazione di potere che umilia, subordina, impedisce di vivere a un soggetto adulto, la madre, rappresentando e vivendo in libertà le proprie decisioni e i propri sentimenti. Quest’aria che subiscono i bambini e le bambine all'interno della casa è un danno gravissimo che porta i maschi, in percentuale molto alta, a ripetere quel comportamento di prevaricazione visto, agito, dal padre; e che porta le bambine, con molta probabilità, ad avere un atteggiamento passivo, come quello che assume la madre, subendo potere e violenza dal proprio compagno o marito. Stiamo parlando non soltanto di alcuni bambini vittime di violenza assistita, ma di tutti i figli delle donne maltrattate all'interno di una convivenza e di un matrimonio, i quali hanno questa esperienza proprio in quella fase di vita in cui dovrebbero vedere un modello di relazione uomo-donna, padre-madre, che li educhi a relazionarsi, a esprimere il proprio parere, a elaborare insieme possibili conflittualità per raggiungere invece una soluzione partecipata e congiunta che preveda tutti quanti i punti di vista. Invece, nel caso del maltrattamento, le bambine e i bambini vedono il contrario di quella che è una relazione positiva: vedono una relazione di sudditanza, paura, soggezione, insicurezza. Questo provoca un danno molto grave e quindi la prevenzione è incredibilmente importante: dobbiamo arrivare assolutamente prima. Da un certo punto di vista possiamo dire di aver raggiunto dei buoni risultati: dieci anni fa le donne si rivolgevano ai centri antiviolenza e interrompevano una relazione dove c'era un maltrattamento dopo 10-14 anni di convivenza, e quindi le bambine e i bambini avevano già un danno molto grave. Oggi le donne, si vede anche dai dati Istat, arrivano molto prima a rendersi conto che quella relazione, che hanno provato a difendere in nome della famiglia e del benessere dei figli, porta invece un grande malessere ai propri figli. Quando si rendono conto di questo, escono immediatamente da quella situazione, e per fortuna oggi ne escono prima. Meno anni i bambini e le bambine sono sottoposti a queste situazioni di maltrattamento, minori saranno i danni conseguenti; e maggiori invece le possibilità di avere una crescita più armoniosa, equilibrata, che li porti ad essere degli adulti liberi dalla violenza e non obbligati a continuare questa catena, che invece è molto usuale nei bambini esposti per lunghi anni ai maltrattamenti in famiglia.

Che cosa direbbe a una donna in questa condizione per spingerla a rompere quel muro sociale e di silenzio, e rivolgersi a una struttura di aiuto?
La prima cosa che vogliamo dire alle donne è di uscire dalla violenza, perché non solo provoca una grande sofferenza in lei ma anche nei suoi figli. Prima si liberano da questa violenza e prima potranno garantire a se stesse e ai loro figli un futuro in cui la felicità è veramente possibile.

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