Le città di oggi saranno una prigione per gli anziani di domani In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 28 Febbraio 2018 12:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: MabelAmber / Pixabay.com

Gli italiani vivono un anno in più della media dei paesi dell’Unione Europea. L’aspettativa di vita è di circa 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. Ma le statistiche affermano anche che un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica e il 23% soffre di gravi limitazioni motorie. Con una popolazione che invecchia progressivamente e che entro il 2050 si concentrerà quasi all’80% nelle aree urbane, è imperativo ripensare le città per portarle a misura di anziano, a livello di trasporti, spazi comuni, servizi e strutture sanitarie. Ne abbiamo parlato con Marco Di Luccio, presidente di Abitare e Anziani, intervistato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Presidente, viviamo in un paese che non solo sta invecchiando ma si sta anche inurbando. Come in tutto l'occidente, ec nel mondo in generale, le popolazioni rurali continuano a trasferirsi nelle città. In un seminario che Abitare e Anziani ha tenuto a gennaio, avete sottolineato che di questo fenomeno sociale ne risentiranno maggiormente gli anziani e i bambini. Perché proprio loro?

Perché i dati dell’ONU sul processo di abbandono delle campagne e di urbanizzazione crescente ci dicono che, grosso modo, un terzo della popolazione [mondiale] rimarrà rurale,  e due terzi sarà urbana. Quindi, o la comunità urbana si organizza, oppure tutti gli elementi che erano consueti e naturali nelle comunità rurali saranno persi, e gli individui saranno sempre più soli. Questo è il senso della fragilità urbana: la casa, la dimora, dev’essere il luogo delle sicurezze, degli effetti, delle proprie capacità e della realizzazione della vita. Se non si hanno gli strumenti necessari, i soggetti più deboli, cioè i bambini e gli anziani, sono quelli che ne soffrono di più.

Andiamo nel dettaglio. Quali sono gli elementi di inadeguatezza delle nostre città e dei nostri quartieri, relativamente alle esigenze di una popolazione che invecchia?

Oggi in Italia ci sono circa 13 milioni di persone con più di 65 anni. Di questi, circa 3,7 milioni hanno più di 80 anni e 16 mila ne hanno più di cento. Quando ero ragazzo un italiano su dieci aveva più di 65 anni, adesso stiamo ad uno su cinque, nel 2050 saremo a uno su tre. Questa è la progressione che si è realizzata e che è prevista. Vuol dire che gli anziani aumentano, e vivono in case e in città che non prendono in considerazione il fatto che un terzo della popolazione è, o sarà, in queste condizioni.

Già oggi, in una città come Genova, il 27% delle persone hanno più di 65 anni. Qual è la loro condizione? Il 75% delle persone con più di 65 anni vive in case di propria proprietà o in famiglia, con i figli. Queste case hanno mediamente 50 anni. Il 70% di questo case non ha un riscaldamento adeguato, ha le barriere architettoniche e non ha gli ascensori. Un anziano, non dico non autosufficiente, ma con una ridotta autosufficienza, non può vivere in queste case, perché ci vive male. La casa non è più la dimora della sua condizione, della propria esistenza, ma diventa una prigione: perché senza l'aiuto di qualcun altro non può fare assolutamente niente.

E quando esce da questa casa? Soprattutto nelle grandi città, fuori dal portone siamo dentro una giungla d'asfalto: buche, impedimenti, barriere architettoniche. Per chi non è autosufficiente o si muove su una sedia a rotelle, prendere un autobus è veramente una tragedia: anche se gli autobus sono dotati di piattaforme, non c'è simmetria fra la piattaforma dell'autobus e quella della banchina, e salire è veramente un’impresa. Anche senza sedia a rotelle, soltanto l'altezza degli scalini o le differenze fra un autobus e l’altro, fra un mezzo e l'altro, comportano delle difficoltà enormi. L'insieme di queste cose fa dire che dobbiamo avere la capacità di ripensare a “come” si abita; ripensare e adeguare le case a questi nuovi processi e problemi. Altrimenti non abbiamo delle case ma delle prigioni.

Il problema non è soltanto come sono fatte le case, come sono attrezzate e scaldate, come si riducono le barriere architettoniche, dentro e fuori le case, ma i servizi: come assistiamo queste persone? Come realizziamo un’assistenza che rispetti l'esistenza dignitosa di queste persone. Per intenderci: per una persona con ridotte capacità motorie, solo perché cammina più piano, solo perché non può fare tanti scalini, andare a fare un analisi o una terapia diventa un problema, se non ha la possibilità di portare la macchina o qualche familiare che lo trasporti. Quindi dovremo anche ripensare il sostegno, l’assistenza e i servizi. Non è sufficiente, a nostro modo di vedere, monetizzare queste situazioni di non autosufficienza, in tutto o in parte, con l'assegno di accompagno come avviene oggi; perché [in questo modo] non si è in grado di rispondere a queste situazioni con un’assistenza adeguata e nel rispetto della dignità della persona.

Lo ha appena accennato: l'altro grande tema è quello dell'assistenza non autosufficienti, dal punto di vista medico: un problema che diventerà per forza di cose più pressante. Le strade sono essenzialmente due: le Residenze Sanitarie Assistite oppure l'assistenza domiciliare. A che punto siamo in Italia? E quale modello sarebbe auspicabile?

Noi siamo convinti che ognuno di noi abbia diritto ad invecchiare nella propria abitazione. In questo paese abbiamo 2,7 milioni di persone non autosufficienti  e una possibilità ricettiva delle RSA o altre forme di residenzialità fuori dal proprio domicilio, intorno ai 370-400 mila posti letto. Questa asimmetria fra le esigenze fa sì che tutto ricada sulla famiglia. Va considerato che anche le dinamiche della famiglia sono complicate rispetto al passato, per due ragioni fondamentali. C'è una mobilità logistica maggiore, molto più diffusa che in passato, con i figli che a lavorare in altre città o all’estero. Inoltre c'è la riduzione di quelli che, in termini tecnici, vengono detti “care giver”, cioè chi si fa carico delle persone con problemi con fragilità. Se queste sono le condizioni dobbiamo ripensare il modello di assistenza; ripensiamo le risorse necessarie a sostenere queste situazioni. Per cui occorre costruire le case o modificarle, adattarle in maniera adeguata alla persona; e costruire le condizioni per cui la persona sia assistita, sia sostenuta adeguatamente. Questo tenendo presente che c'è bisogno di uno sforzo collettivo dell'intera comunità. L'insieme della collettività, associazioni di volontariato, il terzo settore, le comunità e gli enti locali, devono costruire le condizioni per cui quei diritti universali [di assistenza sociale] siano effettivamente usufruibili, e soprattutto li allarghi e li migliori. Non si lascino soltanto alle famiglie questi problemi, senza il sostegno necessario sia dal punto di vista delle risorse, sia dal punto di vista del riconoscimento del ruolo del care giver, del ruolo di chi se ne fa carico, perché questo diventa impossibile per il futuro.

Bisogna mettere in moto un diverso modo di costruire le case; un diverso modo di pensare alla crescita nelle comunità; e un rapporto solidale dentro le comunità in cui tutti i soggetti, dal volontariato alle istituzioni allo Stato, siano in grado di dare questo supporto; perché altrimenti non ci sono possibilità. L’invecchiamento non è una disgrazia: l'allungamento della vita è un elemento giusto, positivo, un avanzamento del progresso dell'umanità e della civiltà; quindi non va inteso come un fastidio, come se fosse un ingombro. [Gli anziani] ci sono e se dobbiamo rispettare la loro dignità bisogna pensare a un diverso modello di crescita e a come reperire le risorse per questo. Se questo è il quadro dobbiamo pensare ad una crescita diversa, con al centro la persona, il territorio, la dignità, la capacità di vivere in comunità; altrimenti non solo ci sarà un fallimento ma anche l'impossibilità ad andare avanti.

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