Cinesi in Italia? Come gli italiani in Cina: comunità con grandi tradizioni da conoscere meglio, oltre le barriere linguistiche e i pregiudizi. In evidenza

Scritto da   Martedì, 26 Giugno 2018 19:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: tillahrens / Pixabay.com

Circa un mese fa la Basilica di San Giovanni a Roma è stata teatro della 27a Festa dei Popoli, promossa dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma e dalla Caritas di Roma. La festa è stata anche occasione di riflessione sul diritto all'accoglienza e all'integrazione. Il convegno a margine della celebrazione ha permesso a diversi rappresentanti di comunità straniere in Italia di confrontarsi ed esprimersi. In Italia risiedono circa 5 milioni di stranieri. Circa un milione e 300 mila di loro sono in Italia da oltre 10 anni e 600 mila sono nati in questo paese. 


Tra le comunità più numerose ci sono albanesi, marocchini, ucraini, filippini, indiani e bengalesi. La quarta comunità più numerosa in Italia è quella dei cinesi, una presenza ormai storica e consolidata ma per molti versi ancora poco conosciuta dal resto della popolazione italiana. Per sgombrare il campo da luoghi comuni e falsi miti, a margine del convegno abbiamo rivolto alcune domande a Marco Wong, presidente onorario di AssoCina, associazione delle nuove generazioni di italo-cinesi nati o cresciuti in Italia.

Durante il convegno, l'inizio del suo intervento a nome della comunità cinese ha puntato sugli stereotipi. Quali sono questi stereotipi? Come sono visti i cinesi dagli italiani e com'è invece la realtà, da che cosa è formata la vasta comunità cinese?

Innanzitutto si parla di numeri ormai piuttosto grandi, perché i cinesi residenti in Italia sono più di 300 mila, come una città italiana di medie o grandi dimensioni. Ad accomunare dei numeri così grandi a delle etichette si fa un errore. C'è una ricchezza di personalità, di professionalità, di tante storie di vita; sarebbe sbagliato ridurre tutto a pregiudizi e stereotipi. Questo poi ha anche un effetto negativo molto importante, perché gli stereotipi creano delle barriere in cui si chiudono le persone, che così trovano un impedimento a realizzare il loro massimo potenziale. Pensare che il cinese sia solo un commerciante o un ristoratore chiude le persone in queste gabbie. Alla fine si tarpano delle ali che invece consentirebbero un arricchimento della società.

Lei ha fatto cenno anche a un aspetto contrario che non viene sempre ben considerato: la difficoltà dei bambini e dei ragazzi cinesi ad integrarsi nella comunità italiana a causa della barriera linguistica. Come li si aiuta e che percorso fanno?

Il cinese è una lingua molto diversa dall'italiano: l'italiano si basa sull'alfabeto mentre il cinese sui caratteri. Questa diversità fa si che per molti immigrati cinesi sia difficile imparare l'italiano. C'è una grande varietà di corsi di italiano offerti da tante associazioni. Però, quando i cinesi si trovano a dover imparare l'italiano con altri immigrati che hanno delle strutture linguistiche più vicine all'italiano, succede spesso che si demoralizzino nel vedere che altri stranieri imparano l'italiano molto più rapidamente. Ciò fa si che questi corsi gratuiti di italiano, molto spesso vengano disertati, contribuendo a un circolo vizioso per cui un immigrato cinese, dopo un po', si scoraggia nel cercare di apprendere l'italiano. Come associazione abbiamo anche organizzato dei corsi di alfabetizzazione per i ragazzi immigrati però, quello su cui abbiamo puntato ultimamente, è il valore dell'esempio positivo: ad esempio abbiamo organizzato un concorso in lingua italiana per sino-italiani. Questo fa si che si possa creare un circolo virtuoso: questi esempi fanno vedere alle persone che esiste qualcuno che ha imparato tanto bene l'italiano da poterlo scrivere. C'è questa possibilità. In questo modo vogliamo anche contribuire a rompere quelle gabbie di cui parlavo e far sì che, magari, qualcuno possa scoprire una vena di poeta, di scrittore e così via; magari da affiancare alla professione, contro i pregiudizi.

Durante la conferenza lei ha accennato agli italiani più famosi in Cina: Marco Polo e padre Matteo Ricci, l'evangelizzatore del '500-600. Quali sono gli aspetti della cultura italiana più apprezzati dai cinesi? Viceversa, quali sono gli aspetti della cultura cinese che sente più amati e apprezzati dagli italiani?

Sicuramente l'Italia ha un'immagine molto positiva in Cina, appunto grazie anche al lavoro, a queste “radici lontane” portate da alcuni italiani in Cina. L'Italia rappresenta per tanti cinesi il bel vivere, il buon cibo e tanti aspetti positivi.
Al contrario invece direi che spesso nel pregiudizio, c'è anche un pregiudizio positivo: nel senso che il cinese viene visto dagli italiani con una persona lavoratrice, operosa; talvolta in questo ci si vede il difetto che forse sono troppo lavoratori e quindi si ha paura che possa essere addirittura una minaccia. Spesso si parla appunto della Cina come di un pericolo. Ampliare la conoscenza dei rispettivi paesi, costruire dei ponti tra le colture, ci aiuta a disinnescare questa sensazione di pericolo che molto spesso il pregiudizio contribuisce a creare.

Nell'opinione pubblica, appunto piena di pregiudizi, c'è anche l'idea che la comunità cinese sia molto chiusa, anche al livello anagrafico: ad esempio nei matrimoni misti, che non sono così frequenti, o nelle frequentazioni fra ragazzi. È veramente così, oppure è un pregiudizio privo di fondamento?

Questa è una cosa divertente, sotto un certo punto di vista. Parlando con i cinesi, visto che io sono nato e cresciuto in Italia, alcuni mi chiedono “come mai gli italiani sono così chiusi?”. Se facciamo l'esercizio di rovesciare la prospettiva, magari riusciamo a capire le ragioni che stanno dietro a certe percezioni. Come ho spiegato, uno dei motivi è sicuramente la lingua. Ci sono alcuni studi sugli italiani in Cina che hanno gli stessi problemi: hanno difficoltà a imparare il cinese, e per questo motivo, molto spesso, formano delle comunità abbastanza chiuse e autoreferenziali. Quindi diciamo che c'è una situazione oggettiva: la lingua.
Un'altra cosa che contribuisce alla chiusura delle comunità è, molto spesso, l'obiettivo della migrazione. La Cina, in questi ultimi decenni, è stata caratterizzata da una grande crescita economica. Questo ha fatto in modo che l'immigrato cinese possa vedere realizzato il sogno comune di tanti migranti: ritornare prima o poi nel proprio paese di origine. Adesso, in Cina, in tante grandi città il livello di benessere raggiunto è paragonabile a quello italiano; quindi viene a cadere la motivazione economica e l'idea del ritorno prende più consistenza. Allora, molto spesso, subentra l'idea di rimanere poco tempo in Italia perché si ha voglia di ritornare in Cina. Questo è un errore da parte di molti cinesi perché poi, alla fine, quando si sta in un paese per tanto tempo, si scopre che si è preso molto di più di quello che si pensava. Ci sono tanti cinesi che sognavano il loro rientro in Cina e poi hanno scoperto che i loro figli sono diventati molto più italiani di quanto loro pensassero; così il rientro viene posticipato o non viene proprio effettuato. Si, c'è del lavoro da fare su queste supposte chiusure. Chiusure supposte, ma anche reali.

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