Università: aumentano iscrizioni e tassi di impiego, ma i laureati italiani sono ancora pochi e mal pagati. All'estero invece sono tra i migliori e più richiesti. In evidenza

Scritto da   Martedì, 10 Luglio 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Alexas_Fotos / pixabay.com

Il consorzio AlmaLaurea ha da poco pubblicato il rapporto annuale che analizza i percorsi degli studenti italiani, dall'iscrizione al conseguimento della laurea o all'abbandono degli studi, e per i primi anni nel mondo del lavoro. I dati sono in generale confortanti: migliora la regolarità degli studi e diminuisce l'età media in cui gli studenti conseguono il titolo accademico; e aumentano i tassi di impiego dopo uno e cinque anni dalla laurea. Negli ultimi tre anni sono in aumento anche le iscrizioni, sebbene il nuovo millennio, nel complesso faccia ancora segnare un forte calo delle matricole rispetto ai decenni precedenti, soprattutto nel sud del paese. Altri dati sono meno buoni: ad esempio diminuiscono i neolaureati che ottengono un contratto a tempo indeterminato, mentre aumentano le forme contrattuali più precarie. 
Per approfondire tutto ciò “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha intervistato Ivano Dionigi, presidente del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea.



Il rapporto evidenzia che gli ultimi sono stati anni buoni per l'università italiana: anni in cui c'è stata una ripresa delle immatricolazioni. A che cosa è dovuto questo fenomeno?

Nell'ultimo rapporto, il ventesimo di AlmaLaurea abbiamo alcuni segni di tipo “più”. Le immatricolazioni aumentano dai 5 ai 7 punti per lo meno da un triennio nel sistema generale delle università, anche se il centro, ma soprattutto il sud e soprattutto le isole, scontano ancora una perdita. Il dato incrementale si fa notare, è un segno positivo; però non possiamo dimenticare che in 13 anni, dal 2003-04, abbiamo perduto almeno 50 mila matricole: come se un mega ateneo avesse chiuso. Siamo passati dai 340 mila del 2003-04 ai 290 mila dell'ultimo anno censito con sicurezza, il 2016-17. Si aggiunga un altro dato, oltre a quello della difformità territoriale, col sud che non dà segni positivi anche se ci sono alcune aree più felici: in questo paese, solo il 30% dei diciannovenni si iscrive all'università. Questo spiega perché in Europa siamo fanalino di coda, dopo la Turchia, per laureati tra i 25 e 34 anni. A questo paradosso se ne aggiunge un altro: se andiamo a vedere l'indice di soddisfazione della laurea, solo circa il 50% di chi trova lavoro dichiara che quello che svolge risponde al criterio dell'efficacia, cioè è coerente col titolo di studio ricevuto. Quindi abbiamo pochi laureati rispetto agli altri paesi europei, e anche quelli che trovano lavoro non riescono a impiegare pienamente il titolo per cui hanno studiato.

C'è un'idea del perché succeda tutto questo? È la contingenza economica?

Si. Veniamo dai sette anni orribili della recessione. La produzione industriale del paese è calata circa di un quarto. La crisi economica ha morso soprattutto in quel settennio della crisi, e studiare costa. Qui si apre il discorso del diritto allo studio in questo paese; del diritto e l'orientamento allo studio: l'articolo della Costituzione (articolo 34*, ndr.) che parla di “capaci e meritevoli” è in parte ancora in cerca di autore. Ci sono stati dei miglioramenti per le borse di studio, però assistiamo anche al fenomeno delle borse regionali, per cui uno si trova idoneo nella graduatoria, ne ha diritto, però poi per alcune regioni virtuose non ci sono i fondi “capienti” per soddisfare il 100% delle richieste; altre oscillano intorno al 20-25%. Il diritto allo studio non è ancora garantito in questo paese.

Siamo ancora essenzialmente affidati alle famiglie.

Si. Qui vengo anche all'altro discorso dell'orientamento per la scelta dell'università: è fondamentale che i ragazzi delle scuole superiori vengano orientati. Nel censimento vediamo che i ragazzi seguono ancora soprattutto gli indirizzi della famiglia. Questo in alcuni casi può essere anche salutare e confortante, però per  altri aspetti  ci da l'idea di un paese ancora un po'... “medievale”: come direbbe Don Milani, ancora contano gli ormoni di papà. Non è possibile che un ragazzo non sia informato. Questo poi incide molto: l'andare così, senza conoscere, ad iscriversi a un corso di laurea. Così si spiega poi questa dispersione universitaria, questa “mortalità” per cui ci sono alcuni corsi che dopo il primo anno hanno un abbattimento delle iscrizioni fino al 35-37%.

Possiamo fare degli esempi?

Soprattutto i corsi di ingegneria. Sono facoltà che, se uno va a vedere, sono in testa alle graduatorie per l'impiego; anche se poi, per quanto riguarda il guadagno, non sono così esaltanti: rispetto a 7-8 anni fa [gli ingegneri] guadagnano meno, sia a uno sia a cinque anni dalla laurea. Un ragazzo si iscrive lusingato dal guadagno, oppure perché lo fa l'amico, però non è attrezzato. Allora, alla base, c'è il discorso formativo di questo paese: il diritto allo studio e all'orientamento. Qui gli attori in campo sono chiaramente il Governo, il Ministero e la politica. La politica deve pensare al diritto allo studio: è un diritto, non è una graziosa concessione. Soprattutto il mettere tutti nelle stesse condizioni di partenza; poi se uno non regge il ritmo si prenderanno provvedimenti, però come punto di partenza tutti hanno il diritto di studiare. “I capaci e i meritevoli” dice la Costituzione devono essere in grado di “accedere i più alti gradi dello Stato”. Quindi la politica [deve assicurare] il diritto allo studio e creare lavoro, perché l'università può formarli, però se poi non c'è il lavoro...
Un secondo attore sono le università, che nella revisione dei corsi di studio, nei decenni passati, spesso hanno pensato più a parametrare i corsi sull'offerta che non sulla domanda. Ora c'è una generazione di rettori più disponibile, attenta, rapportata al mondo del lavoro e più aperta alla società. C'è una revisione dei corsi di studio, ma non si farà mai abbastanza; e anche le università possono contribuire con l'orientamento.
Il terzo attore è il mondo dell'impresa e dell'industria. Spesso si lamenta perché non trova laureati di facoltà tecnologiche, gli ingegneri. È vero, lo vedo anche nella mia Emilia: alcune volte difettano gli ingegneri. Però andiamo a vedere le retribuzioni: un laureato che va all'estero mediamente è pagato il 65% in più di quanto viene pagato in Italia. È vero che in alcuni settori mancano ingegneri, ma è anche vero che non vengono adeguatamente pagati. Per l'industria, vediamo ad esempio le qualifiche di manager: mentre in media i paesi dell'Unione Europea hanno il 57% di laureati manager che guidano le industrie, in Italia sono solo il 25%: meno della metà. Analogo discorso nelle professioni ad elevata specializzazione, sia ricerca che internazionalizzazione: a fronte di una media europea del 36% di laureati, l'Italia ha solo il 18%. Quindi manca la cultura della laurea, e l'impiego della laurea. La piccola impresa, spesso a conduzione familiare, rischia di essere a conduzione familistica: se uno da l'azienda in mano al figlio che ha fatto le medie o il diploma, difficilmente poi questo sarà portato a prendere il [manager] laureato; e qui si produce un circolo assolutamente non virtuoso.

Da quello che ha detto si capisce perché perdiamo i famosi “cervelli”: vanno all'estero dove probabilmente trovano migliori condizioni di studio e di lavoro.

Altro paradosso tutto italiano è che, appunto, abbiamo meno laureati, che non trovano un lavoro adeguato; se lo trovano, non corrisponde al titolo di laurea; poi questi nostri giovani si affacciano all'estero e, come dice un rapporto della Commissione Europea, si affermano: rispetto alla media europea del 30% di “trattenuti” dopo l'Erasmus Plus, la media degli italiani trattenuti è del 50%. Perché? Perché sono più colti degli altri. Abbiamo un capitale umano straordinario. I nostri giovani vanno all'estero e si affermano, vincono i concorsi, non solo e non tanto per la bontà delle università italiane, perché quelle tedesche francesi inglesi non sono assolutamente inferiori, ma soprattutto perché abbiamo anche scuole superiori migliori: abbiamo le scuole migliori d'Europa, e quelle di oltre Atlantico sono risibili al confronto. Ecco, noi abbiamo questa dispersione di capitale: quando se ne va un giovane diciamo “capitale umano”. Capitale, lo ricordo, sono un latinista, deriva da caput: perdiamo teste non braccia o gambe.

*Articolo 34 della Costituzione Italiana: "La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso."

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