Oxfam: braccianti sfruttati per la raccolta ortofrutticola in tutta Italia In evidenza

Scritto da   Martedì, 17 Luglio 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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In una recente puntata di “A conti fatti”, rubrica radiofonica di Economia Cristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia, abbiamo raccolto l'allarme del presidente dell'Associazione Romeni in Italia sulle condizioni dei suoi connazionali nelle campagne del sud: costretti a lavorare e vivere in condizioni disumane e, nel caso di molte donne, sottoposti a molestie e vere e proprie violenze sessuali. Per approfondire l'argomento e dare la dimensione del fenomeno dello sfruttamento della manodopera agricola, non solo straniera, abbiamo intervistato Giorgia Ceccarelli, responsabile delle politiche per la sicurezza alimentare dell'associazione OXFAM Italia; autrice di un eloquente studio intitolato "Sfruttati. Povertà e disuguaglianza nelle filiere agricole in Italia".

 

Iniziamo con una fotografia del lavoro agricolo in Italia: dove si lavora di più, quali sono i centri agricoli più importanti del paese? In che modo si lavora nell'agricoltura in Italia: con quale stagionalità e con quale genere di lavoratori?

L'agricoltura è senza dubbio un settore strategico dell'economia in Italia. Tutto il nostro Made in Italy ricalca la disponibilità di materia prima agricola di grandissima qualità. Quello che però, a volte, non emerge del Made in Italy è la qualità del lavoro di coloro che raccolgono e producono questi alimenti, il nostro cibo. Perciò nel nostro rapporto abbiamo cercato di fare una fotografia della condizione del lavoro nell'agricoltura italiana, e in particolare nell'agricoltura stagionale, soprattutto in riferimento alla filiera ortofrutticola. Un'agricoltura stagionale presente in tutto il paese, da nord a sud, che però, nonostante i progressi in termini di produttività dell'intero settore, ha ancora molto bisogno di manodopera a basso costo, e quindi di lavoratori che si spostino di campo in campo, di regione in regione, a seconda della stagionalità della raccolta di frutta e verdura. All'interno di questo settore, purtroppo, abbiamo constatato come in tutto il territorio nazionale, da nord a sud isole comprese, e in tutte le filiere ortofrutticole, dalle mele del Piemonte alle arance della Calabria, ai pomodori prodotti in Sicilia, alle olive e all'uva da vino prodotta ad esempio in Toscana nel Chianti, la raccolta è sempre caratterizzata da condizioni di sfruttamento del lavoro e, in alcuni casi, anche da abusi psico-fisici molto gravi.

Quanti lavoratori sono impiegati in questo settore? Quanti italiani e quanti stranieri? È possibile dare delle stime di quanti sono i lavoratori regolari e quelli irregolari?

L' ISTAT stima nel 2015 un totale di circa 400 mila lavoratori stranieri nella nostra agricoltura, a fronte di un totale di circa 800 mila. Quindi i lavoratori stranieri compongono quasi il 50% della forza lavoro totale del settore. La manodopera femminile, sempre parlando di lavoratori regolari, cioè coloro che nel corso dell'anno hanno avuto un contratto di lavoro, complessivamente è il 27%. Questi dati però faticano a catturare una massa molto grande di braccianti che si inseriscono nel mercato agricolo italiano con qualche forma di contratto irregolare. Stime dell'osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL (Federazione Lavoratori Agroindustria, ndr.) attestano circa 430 mila lavoratori irregolari in agricoltura, in quanto tali altrettante potenziali vittime di sfruttamento e caporalato. Quindi possiamo dire che ogni due lavoratori regolari, almeno uno è irregolare nel settore agricolo italiano.

Chi gestisce questo settore agricolo? Chi dà lavoro? Grandi aziende? multinazionali? cooperative? oppure aziende familiari come può essere una fattoria locale? Quali di queste situazioni sono più “favorevoli” allo sfruttamento del lavoro?

Tendenzialmente, la struttura dell'impresa agricola italiana è di piccole dimensioni, a cui però fanno riferimento aziende più grandi dell'industria di trasformazione dei prodotti agricoli e anche della grande distribuzione. Come dicevo, l'agricoltura ha bisogno di forza di lavoro che sia flessibile, e per brevi periodi quindi, a volte, è anche più difficile mettere in regola dei lavoratori per poche giornate, magari non sapendo esattamente quando la stagione inizi e quando finisca. Però, le forme di sfruttamento più ricorrenti nel nostro mercato agricolo, si hanno soprattutto in quelle aree in cui la produzione è più frammentata all'interno del territorio: piccole aziende sparse in aree molto vaste che è difficile ispezionare e controllare, perché richiedono tempo e risorse umane ingenti. Anche l'isolamento e la lontananza dai campi di raccolta è chiaramente un problema molto diffuso, soprattutto nel sud. A ciò si aggiunge, in alcune aree in modo specifico, un'inefficienza strutturale delle organizzazioni dei produttori che, invece di rappresentare al meglio la categoria dei piccoli produttori, quindi negoziare per loro dei contratti di fornitura a un prezzo sostenibile che copra il costo di produzione, faticano a trovare accordi giusti con l'industria conserviera o con la grande distribuzione, spingendo così verso il basso i ricavi dei piccoli produttori del nostro territorio. Poi, purtroppo, nel nostro paese è piuttosto importante la presenza di organizzazioni criminali che gestiscono parte di questo mercato. Inoltre il nostro sistema economico è strutturalmente carente di agenzie interinali efficaci: uffici di reclutamento che possano in qualche modo arginare il problema dello sfruttamento; perché si ricorre a caporali, essenzialmente degli intermediari che fungono da crocevia tra la domanda e l'offerta di lavoro, che esistono proprio nelle regioni e nelle aree in cui gli uffici di collocamento e le agenzie interinali non riescono a far conciliare domanda e offerta di lavoro.

Quali forme assume questo sfruttamento nei confronti dei lavoratori? Lavorano troppo? sono sottopagati? gli mancano le tutele sindacali? Quali sono le forme più gravi?

Le forme di sfruttamento di cui sono vittima migliaia di braccianti e lavoratori della filiera agricola d'Italia sono diverse. Non c'è solo il caporalato, che sicuramente è una forma abbastanza tipica del nostro mercato del lavoro agricolo ma purtroppo non è la sola. Cioè si ha sfruttamento anche quando non c'è effettivamente la presenza di un caporale. Tra le forme più diffuse c'è quella di elargire stipendi di gran lunga inferiori a quelli dei contratti territoriali sindacali. Quando parliamo di lavoratori stranieri in agricoltura, ci sono delle zone e soprattutto delle comunità in cui anche il livello di integrazione di questi lavoratori nella comunità pregiudica il loro livello di salario. Ci sono delle zone, come ad esempio in Sicilia, in cui la comunità tunisina, di gran lunga più radicata perché presente nel nostro paese sin dagli anni '90, che riesce anche a contrattare delle paghe giornaliere molto vicine al minimo sindacale. Di contro ci sono delle comunità meno integrate, come ad esempio quella romena sempre in Sicilia, che invece lavora per delle paghe che sono quasi la metà di quelle prescritte dai contratti territoriali. Si arriva poi a delle situazioni al limite, in cui i migranti regolari, che sono destinatari di una protezione e quindi inseriti in sistemi nazionali di accoglienza, che vengono pagati ancora meno: meno della metà dei contratti sindacali, solo perché lo Stato già paga loro in qualche modo il vitto e alloggio nei centri di accoglienza. Questo porta i datori di lavoro a pagarli ancora meno, e quindi ad abusare anche dello Stato.

A proposito di abusi del datore di lavoro ce ne sono di ancora più odiosi e criminali. Ci sono forme di violenza contro le donne, contro i clandestini; addirittura i sequestri di queste persone in baraccopoli fatiscenti. Ci può dare un quadro di tutta questa situazione, ancora peggiore della dell'essere sottopagati?

Possiamo dire senza dubbio che, sebbene il caporalato e la figura del caporale sia abbastanza “storica” nel nostro mercato agricolo, negli ultimi anni è andata un po' cambiando: sia nel ruolo, sia nelle attività che svolge. Prima, il caporale era la persona che faceva intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, e quindi offriva manodopera ai datori di lavoro. Adesso è diventata una figura che controlla, quasi 24 ore al giorno, la vita degli stessi lavoratori, in particolare stranieri, per i quali il caporale diventa un punto di riferimento essenziale per poter lavorare. A volte l'unica opportunità che hanno di lavorare, diventa quella persona che poi abusa della loro vulnerabilità, facendogli pagare costi molto alti per il trasporto nei campi. Quindi, per poter lavorare, fa pagare loro prezzi molto più alti per una bottiglietta d'acqua o anche solo per un panino, durante la giornata di lavoro. È la stessa persona che fa pagare loro costi molto alti anche per tutti gli altri servizi: dall'elettricità all'acqua, alla casa, all'abbigliamento. Il caporale è una figura che diventa centrale nella vita del lavoratore, chiaramente con delle conseguenze molto negative; perché tra gli abusi riscontrati tra molti lavoratori, ci sono anche le condizioni abitative e la qualità della vita che sono estremamente precarie: in ghetti fatiscenti, in baracche, in fabbriche abbandonate. Ricordiamo la più recente vittima di questo sistema: il sindacalista di origine maliane Soumalia Sacko, morto a inizio giugno in Calabria. Questo è chiaramente solo uno degli esempi ma, da anni, comunità molto grandi di migranti vivono in ghetti e in situazioni veramente al limite dell'igiene e della sostenibilità.

C'è anche il fenomeno degli aborti di tante donne straniere, in certi distretti agricoli, che danno la misura di un fenomeno sotterraneo ancora peggiore.

Lo sfruttamento delle donne è senza dubbio ancora più marcato, se vogliamo: perché molto spesso a una condizione di vulnerabilità, dovuta a situazioni di povertà estrema, e quindi alla necessità di accettare condizioni di lavoro degradanti, per alcune comunità si aggiunge anche la violenza e l'abuso sessuale. Abbiamo riscontrato con testimonianze emerse via via nei media in questi anni, proprio il fenomeno del numero degli aborti registrato nella provincia di Ragusa da parte delle ragazze della comunità romena. Sono stati circa 119 nel 2015 e 111 nel 2016, e complessivamente rappresentano il 20% degli aborti nell'intera provincia, che ha un'importanza strategica: perché è la terza regione più grande, in Europa, per la produzione di ortaggi. Moltissime donne hanno avuto il coraggio di testimoniare, di raccontare di essere vittime di abusi sessuali da parte dei datori di lavoro ai quali sono assoggettate: di giorno nei campi per lavorare in condizioni durissime, sotto le serre, a 40 gradi in estate e a temperature bassissime in inverno; e di notte per soddisfare i loro piaceri. Una condizione davvero di controllo e di subordinazione molto dura.

Abbiamo parlato delle cause; quali sono le soluzioni che potrebbero adottare il mondo dell'agricoltura e le istituzioni? Noi consumatori abbiamo modo di controllare da dove vengono la frutta, gli ortaggi e in generale il cibo? se viene prodotto e coltivato secondo criteri umanitari sostenibili?

Le cause strutturali di questo sfruttamento e di questi abusi così aberranti nella filiera ortofrutticola in Italia devono essere ricercate a monte, ovvero all'interno di questa filiera molto lunga e complessa, fatta di tanti passaggi completamente opachi. La filiera agricola non è per nulla trasparente, e quindi il consumatore non è in grado di sapere quali sono i passaggi che portano un prodotto dal campo alla propria tavola. Per questo noi crediamo importante agire sulle ispezioni, quindi aumentando le risorse in dotazione agli ispettorati del lavoro per aumentare i controlli nelle aziende agricole e rilevare casi di sfruttamento. Questo è certamente importante, e la legge 199 del 2016, la nuova legge contro il caporalato, ha senza dubbio fatto un passo avanti per inasprire le pene contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro. Ma solo questo purtroppo non basta. Sarà impensabile porre fine a questo sfruttamento senza promuovere e creare una filiera agricola più trasparente, dall'inizio alla fine, e quindi senza dare le giuste responsabilità anche alla grande distribuzione: ai supermercati, che questi prodotti li acquistano per poterli rivendere sui propri scaffali. Le nostre richieste quindi sono essenzialmente di rendere più vincolanti tutte le normative di legge che impongono ai supermercati e alla grande distribuzione di aumentare la trasparenza nelle filiere. Ad esempio proponiamo di rendere pubbliche le liste dei fornitori da cui si approvvigionano tutti i supermercati; e di promuovere l'introduzione di una cosiddetta “etichetta narrante”: ovvero un sistema per cui il consumatore è messo in grado di sapere con esattezza quali sono stati tutti i passaggi che il prodotto che sta consumando ha compiuto nel corso del tempo. Come consumatori e clienti dei supermercati, ci renderemmo consapevoli e coscienti delle scelte che facciamo. Crediamo di avere il diritto di sapere se i soldi che stiamo pagando alla cassa del supermercato stiano effettivamente alimentando lo sfruttamento, per agire con coscienza.

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