Lavoro e dignità. La storia di Reza: dall'Afghanistan in guerra a una sartoria al Tiburtino In evidenza

Scritto da   Martedì, 17 Luglio 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto taniarose / pixabay.com

Il lavoro nobilita e rende la dignità a chi ha attraversato momenti difficili della vita. Questa semplice verità viene spesso dimenticata da chi dà per scontato il poter svolgere un lavoro e trarre da questo i mezzi per il benessere personale. Se il diritto al lavoro è un valore acquisito per i cittadini di uno stato moderno, tanto che la disoccupazione è un indicatore inesorabile del benessere di un paese, gli immigrati, e ancor più i clandestini, i rifugiati, i richiedenti asilo, devono lottare molto di più per affermare il diritto ad un lavoro dignitoso, che pure è sancito anche per loro dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Una storia esemplare di quanto il lavoro può significare nella vita di un giovane profugo che arriva in occidente è la testimonianza di Reza Hussiani, fuggito da bambino dall'Afghanistan dei talebani, ed oggi, a 25 anni, titolare di una sartoria a Roma.

 

Reza, perché sei partito dall'Afghanistan nel 2001? Quanti anni avevi?

Quando sono partito dal mio paese avevo più o meno 7-8 anni. Avevo problemi familiari, e poi non stai mai in pace nei paesi in guerra. Era difficile stare tranquilli.

La tua comunità era di quelle che i talebani perseguitavano.

Si. I talebani cercano persone: basta avere un po' di forza e le portavano via.

Sei partito con tuo zio, però poi vi siete separati.

Quando sono partito mio zio era con me. Siamo andati in Pakistan insieme. Poi quando siamo andati in Iran lui faceva problemi: pensava solo a se stesso. Quindi da quel momento in poi ci siamo separati. Era il 2004. Ognuno ha preso la strada, ed io ho fatto sempre la mia da quel giorno.

Quindi tu eri un bambino, solo, in un paese straniero. Quali paesi hai attraversato e che come hai fatto a mantenerti?

Non è stato bello e neanche facile. Essendo minorenne nessuno ti aiuta, in un paese straniero in cui neanche parli bene la lingua. Lavoravo giusto per mantenermi e pagare le cose che mi servivano.

Che lavori hai fatto? E in quali paesi sei stato?

Ho sempre fatto il sarto. Sono stato in Iran, Turchia, Grecia. Poi sono venuto in Italia. In tutto quel percorso ho lavorato per mantenermi, per guadagnare un po' di soldi: per partire e andare in altri paesi.

Come sei arrivato in Italia? Da quale paese?

Come tutti. In Grecia ho fatto la vita del clandestino: con camion e altri mezzi. Era pericolosissimo: il 90% [di chi ci provava] moriva.

Dove sei arrivato in Italia, e chi ti ha aiutato?

Non mi ricordo esattamente dove sono arrivato: a Bari o a Venezia. Poi sono venuto dirittamente a Roma e mi sono presentato a Save The Children. Loro hanno aiutato perché ero minorenne.

Save The Children ti ha indirizzato in una casa famiglia. Li hai cominciato a studiare o lavorare?

Sono andato in una casa-famiglia a Sezze Romano. All'inizio ho cercato di studiare qualcosa in lingua italiana. Per imparare, allora, mi aiutava il fatto che c'erano altri ragazzi afgani. Poi mi sono trasferito a Roma sono andato al centro accoglienza Virtus. Anche li studiavo, e poi ho iniziato a lavorare: qualche tirocinio che pagava pochi soldi, però mi accontentavo. Pensavo “meglio di niente”: magari così posso fare qualche cosa che mi serve con quei soldi che mi pagavano.

Come ti trovavi in Italia? Eri bene accolto, oppure hai sofferto di problemi di integrazione e razzismo?

Ti dico la verità: all'inizio non avevo problemi, perché stavo dentro un centro di accoglienza. Eravamo tanti, di tutte le nazioni: Egitto, Bangladesh, indiani, africani. Non avevo problemi perché ho un carattere abbastanza socievole. Poi, quando sono uscito da quel centro di accoglienza ho affrontato un po' di problemi: ho perso il lavoro e per un po' di tempo sono rimasto in mezzo alla strada. È stato difficile. Poi, pian piano, mi sono ripreso.

La “svolta” è stata quando hai trovato il lavoro in sartoria, che poi è diventato il tuo mestiere. Com'è andata?

Quando ho iniziato a lavorare in una sartoria, mi pagavano pochissimi soldi: 400 euro (al mese, ndr.). Poi pian piano hanno aumentato, mi ha dato un po' di più; quindi per qualche anno ho fatto questo lavoro. Poi ho trovato un altro ragazzo che, anche lui, faceva il sarto: mi ha fatto il contratto come sarto e pian piano, lavorando, ho messo un po' di soldi da parte per fare una cosa diversa: magari aprire un negozio. Tutto questo non è stato tanto facile.

Però adesso ce l'hai fatta: hai un tuo negozio nella zona del Tiburtino.

Adesso per fortuna ho negozio. Sto benino, non è un gran ché però mi accontento di quello che ho. Ringraziando il cielo sto bene, non ho difficoltà come tanti anni fa: non avevo proprio niente in mano. Ora grazie al cielo ho qualcosa: la gente mi rispetta e non ho problemi come essere un senzatetto o altro.

Qual è la tua situazione “anagrafica”?

Sono un rifugiato politico.

Ti è stato riconosciuto lo status di rifugiato, però so che hai richiesto la cittadinanza.

Sì, è in corso: sto aspettando che, un domani, se Dio vuole, magari avrò un passaporto italiano. Sto aspettando. Speriamo bene che un domani riesco a prendere questa cosa di valore, perché veramente amo l'Italia, mi piace stare qui.

Sei arrivato nel 2009, quindi quasi dieci anni fa. a che punto sei con la “integrazione”? Frequenti italiani? hai amici italiani?

Si, ho amici italiani. Li ho conosciuti in giro, anche dentro il mio negozio, in palestra. Non ho problemi, abbiamo il massimo rispetto: qualsiasi cosa di cui ho bisogno adesso, come amico, mi aiutano. Sono persone per bene, veramente; altrimenti non le frequenterei.

Vorrei chiudere con la storia del ragazzo che hai preso a lavorare con te: chi è? da dove viene?

Per fortuna, da qualche mese, c'è un ragazzo afgano che lavora con me. Anche lui sta imparando. Voglio che impari qualcosa che magari serva per il suo futuro. Non voglio che rimanga come ero io una volta: non avevo niente, avevo bisogno e non c'era nessuno che mi aiutasse in qualche modo. Cerco di aiutarlo al massimo per qualsiasi cosa di cui abbia bisogno.

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