Cataldi: Gli esseri umani non si “scaricano”. Sui migranti, i mass media non amplifichino le parole d'odio e paura abusate dai politici. In evidenza

Scritto da   Martedì, 23 Ottobre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: geralt / Pixabay.com

Che differenza c'è tra un rifugiato e un richiedente asilo? O tra un clandestino e un immigrato irregolare? L'uomo della strada, il lettore, il telespettatore può non saperlo; ma il giornalista, l'operatore della comunicazione, ha il dovere di soppesare con esattezza i termini, per evitare di dare notizie dal tono allarmistico, fuorviante o scorretto. Considerando la grande influenza che hanno i mass media sull'opinione pubblica in tema dei migranti, i giornalisti italiani devono attenersi alla Carta di Roma: un protocollo che da dieci anni fissa i termini corretti da usare nel dare notizie relative ai migranti. Dei molti modi di presentare una notizia, e delle conseguenze sulla pubblica opinione, si è occupata “A conti fatti”, la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, intervistando Valerio Cataldi, reporter della RAI e presidente dell'Associazione Carta di Roma.


Che cosa differenzia un clandestino da un rifugiato, un irregolare da un regolare? Quando bisogna usare questi termini, e quando no?

Partiamo dal principio che generalmente ciò che si dice e si scrive parlando di immigrazione è quasi esclusivamente, inizialmente, in riferimento alle barche che stanno arrivando. Spesso e volentieri leggiamo che arrivano barconi pieni di “clandestini”. Questa è una definizione, una terminologia, scorretta in quella circostanza, perché delle persone che stanno arrivando non abbiamo idea di chi siano; perché stiano venendo; da cosa stiano scappando; se hanno intenzione di chiedere asilo; che tipo di documenti hanno; non sappiamo nulla della loro posizione giuridica. Utilizziamo però questo termine, clandestino, che è uno dei termini da non usare; è una delle parole usate male e, parlando di migranti, ha soltanto un tipo di utilizzo: dare un tono oscuro. Clandestino è colui che si muove nell'ombra, che entra di nascosto, che non si fa vedere. Da noi i latitanti non li chiamiamo clandestini, anche se il senso dovrebbe in qualche modo essere simile, perché fanno lo stesso: si muovono nascosto si muovono all'oscuro, fanno cose che non sappiamo e per questo ci mettono paura.

Un altro termine che la Carta di Roma suggerisce di non usare è “invasione”. Questo vale per i giornalisti ma vale anche, forse, per la comunicazione politica, e in generale per la comunicazione.

Le parole devono avere un riscontro con la realtà. “Clandestino” è una parola da non usare perché è sbagliata, ed è una parola che criminalizza. “Invasione” è una parola che viene utilizzata per dare un'idea che poi, a conti fatti, non corrisponde alla realtà, ai numeri che noi conosciamo di quante persone arrivano dal mare e da terra. C'è una realtà che si scontra in modo frontale con il concetto di invasione. Negli ultimi cinque anni sono arrivate seicento mila persone. Se prendiamo seicento mila persone e le mettiamo dentro Piazza San Giovanni a Roma, non occupano neanche tutta la piazza. Sarebbero una festa del primo maggio e un concerto del primo maggio venuti male, perché ci sarebbero poche persone. Se utilizzano questo tipo di criterio per fare una valutazione, capiamo bene che è un problema di come guardiamo il fenomeno, da che punto di vista. In termini assoluti non è un'invasione, non si può definire un'invasione: in Turchia ci sono oltre tre milioni di rifugiati siriani; in Libano ce ne sono quattro milioni. Insomma, nei paesi limitrofi alle zone di crisi c'è una diffusione di rifugiati e di richiedenti asilo che noi ce lo sogniamo: per noi qui è una briciola di ciò che si muove all'interno e intorno alle situazioni delle aree di crisi. Non solo guerre ma anche crisi intese come situazioni in cui si muore di fame. In Africa c'è da sempre un movimento costante e continuo di persone che si spostano per andare a cercare di guadagnarsi qualcosa da mangiare; e si muovono a centinaia di migliaia. Insomma noi ci spaventiamo e utilizziamo questa parola, invasione, che è mutuata dalla politica; perché la politica ha questo ruolo, in qualche modo: fa propaganda. La politica vive di questo.

C'è una differenza lampante fra quello che viene percepito dall'opinione pubblica e la realtà: ce l'hai dimostrato adesso con i numeri, ma è anche abbastanza acclarato. Quali sono le colpe della politica, della comunicazione politica, e di quella non politica? Come facciamo a distinguere di chi sono le responsabilità di questa percezione fuorviante?

Io credo che la responsabilità della politica sia evidente. Ma in qualche modo la politica fa il suo mestiere: fa propaganda, come dicevamo. Il problema è come noi giornalisti utilizziamo le parole della politica. Alcune sono parole di odio, che hanno il solo obiettivo di seminare panico, di mettere paura: gli immigrati che ci portano malattie; che vengono a prenderci il lavoro; che vengono a rubarci le poche cose che abbiamo. La politica fa questo gioco, lavora sulla pancia. In qualche modo “fa il suo lavoro”, anche se questa modalità non sempre è giustificata. Però il giornalista deve avere una funzione critica, in questo senso: non può diventare un megafono di ciò che la propaganda vuole diffondere, perché è esattamente la negazione della funzione di controllo che la stampa deve avere sul potere. Diventa una sorta di megafono che amplifica e diffonde, piuttosto che ragionare e far ragionare, soprattutto le persone, gli ascoltatori e i lettori sui concetti di fondo di ciò che viene detto. Perciò se si parla di invasione dovremmo avere una marcia in più per dire: ma dov'è quest'invasione? Andarlo a verificare. Se si parla di malattie che arrivano, dovremmo avere la marcia in più per andare a vedere se effettivamente c'è una diffusione di malattie che arrivano insieme ai migranti. Il ruolo è di controllo anche sulle parole: in America, per esempio, per limitare le parole di odio (“hate speech”, nda.) diffuse dalla politica e dai politici (in questo caso specifico dal Presidente degli Stati Uniti), il Washington Post ha proposto di togliere dai titoli e dai sottotitoli i virgolettati, cioè le parole di odio che vengono pronunciate. Inserirle giustamente nel corpo del testo, perché quella è cronaca: il presidente ha detto questo, però togliendogli visibilità, e quindi evitando di farle diventare strumento di propaganda. Credo che questo sia un sistema importante che noi dovremmo assolutamente prendere in considerazione.

Altro compito della comunicazione è sicuramente fare cultura e informazione, anche fuori dall'emergenza. Una cosa che mi ha colpito della nuova interpretazione e delle nuove linee guida della Carta di Roma è il decalogo per raccontare l'Africa. È stato messo a punto dalla vostra associazione, insieme con AMREF, la fondazione africana di ricerca e medicina. Ha un titolo d'impatto: "Non aiutateci per carità". Quali sono i punti focali di questo racconto nuovo dell'Africa?

Noi abbiamo collaborato alla stesura di questo decalogo, scritto prevalentemente da un collega giornalista, Fortuna Ekutsu Mambulu, che è un genio nel suo campo. È un uomo molto attento e molto acuto, capace di osservare le cose con occhi molto attenti. Abbiamo ragionato su quale fosse il modo migliore per spiegare che c'è un problema di come noi raccontiamo quel continente, partendo innanzitutto da un punto centrale: l'Africa non è uno stato, non è un paese a sé. Non possiamo dire: “Quelle persone vengono dall'Africa”, perché di per sé non vuol dire nulla. L'Africa è un continente; un posto vastissimo con 54 stati; un miliardo e cento milioni di abitanti; è un paese dove ci sono decine, centinaia di lingue e culture diverse. Non possiamo prescindere da un dato come questo se vogliamo riuscire a dare un senso alla parola “Africa”, e quindi capire che c'è un continente intero: qualcosa di molto più antico di quanto siamo noi occidentali.
Un altro dei punti è sempre relativo a noi stessi, perché in qualche modo ci parliamo sempre un po' addosso, anche rispetto a continenti come questo. Leggiamo la storia dell'Africa come la “nostra” storia in Africa, ovvero la storia del colonialismo. In realtà nella storia africana il colonialismo è un frammento. C'è tutta una storia millenaria dietro che racconta molto altro. Non è la nostra presenza a determinare l'evoluzione di quel continente; almeno non sempre. Abbiamo degli stereotipi per raccontarla: ad esempio i bambini con le mosche nel naso; i bambini col pancione perché sono denutriti. In realtà anche quella è una porzione minima della realtà di quel paese, che non si può identificare con quell'immagine: è un peccato mortale, un'ingiustizia verso un continente ricchissimo di cultura e di beni; e parliamo di ricchezza reale: in termini di ricchezza economica. Questi sono gli elementi centrali di questo decalogo che serve appunto a capire come raccontare quel continente, e soprattutto come chiamare le persone che vengono da lì. Sono stato recentemente in Uganda e ho scoperto che le persone che vengono dall'Africa hanno un nome specifico: afrodiscendenti. In realtà è una parola molto diffusa anche in Brasile e in tanti altri paesi. L'ho trovato un modo molto intelligente di raccontare e di chiamare queste persone, e secondo me è uno dei termini che dovremmo imparare ad utilizzare anche noi.

Ti faccio una domanda che, non ti nego, è abbastanza difficile da fare, come riflessione sulla nostra professione. Come si può conciliare l'etica e il rispetto per questa terminologia, che gioco forza è poco legata alla quotidianità ma molto a queste riflessioni (hai fatto adesso l'esempio di “afrodiscendenti”), con un mercato della comunicazione, in gran part privato, che spinge comunque a “vendere” la notizia, cioè ad entrare in competizione con testate che fanno titoli urlati e utilizzano immagini forti? Com'è possibile rimanere coerenti con questa etica e comunque avere “successo” nel comunicare con le persone?

Io credo che il successo della comunicazione, del giornalista, sia l'efficacia. Credo che si possa tradurre con quanto riesce a trasmettere la verità di un fatto. Nella legge istitutiva dell'Ordine dei Giornalisti c'è una delle regole base del nostro mestiere, ovvero la ricerca sostanziale dei fatti. Noi non possiamo prescindere da questo. Mai. Neanche per la ricerca dei dati di ascolto e dello share. Questo non possiamo farlo: non possiamo prescindere dalla necessità di dare un'informazione corretta perché abbiamo bisogno di attirare un pubblico diverso. Altrimenti il pubblico diverso rischi di attirarlo su una base che falsa le cose; che ne dà un'immagine distorta; che stimola poi tutta una serie di altre cose che non hanno a che fare con con l'esigenza di dare una notizia e di fornire una comunicazione.
Del resto, questo delle migrazioni è un tema intorno al quale si parla molto di terminologia. Ti dico sinceramente che il codice deontologico della Carta di Roma è in realtà un insieme di banalità: un insieme di regole che tutti dovremmo dare per scontate e per acquisite. Cioè, ripetere, insistere ancora sul bisogno di utilizzare dei termini giuridicamente appropriati è qualcosa che davvero mi risulta strano, dopo dieci anni da che esiste questo codice. Se parliamo di calcio, per esempio, i termini sono quelli: chi sbaglia a definire il ruolo di un giocatore nel raccontare una partita passa un guaio, perde di credibilità, diventa lo zimbello della redazione. In quest'altro caso assolutamente no. Se parliamo di migrazione e sbagliamo i termini, o lo facciamo volontariamente, appunto dare per un'immagine criminalizzante; oppure lo facciamo un po' per distrazione, un po' perché non ci rendiamo bene conto del significato, perché non ha molta importanza. Il pericolo è questo: perdere il contatto tra la realtà e ciò che noi raccontiamo alla fine disumanizza la notizia, toglie di umanità alle persone. C'è l'ultimo fatto: questo relativo a Claviere, alla frontiera con la Francia, dove i gendarmi francesi ci hanno portato delle persone, dei migranti, che hanno preso appena passato il confine. Tutti i giornali hanno utilizzato questo termine: "scaricato"...

"Scaricare" si, mi ha colpito molto.

"Ci hanno scaricato i migranti oltre il confine". Ora anche quello è un termine virgolettato e mutuato dalla politica, però è dato per certo e per scontato che si possa definire così; perché lo spirito è quello: di un condòmino scocciato perché il suo vicino gli ha lasciato la busta dell'immondizia sullo zerbino. Questo è lo spirito con il quale utilizziamo quella parola, con il quale la politica ha utilizzato quella parola. Noi dovremmo capire che in realtà non possiamo far passare questo messaggio, dovremmo trovare una chiave diversa. Io non so se è meno attraente rispetto ad utilizzare termini forti come "scaricare le persone", però so che le persone non si scaricano, gli esseri umani non si scaricano: si scaricano le cassette della frutta, si scarica l'immondizia ma gli esseri umani no.

"Abbandonare" sarebbe stato un termine più corretto, forse.

Più adeguato, probabilmente si.

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