D.i.Re.: nei nostri centri antiviolenza 20.137 donne. Un percorso di consapevolezza e di autodeterminazione per un percorso di uscita dalla violenza In evidenza

Scritto da   Martedì, 27 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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D.i.Re.: nei nostri centri antiviolenza 20.137 donne. Un percorso di consapevolezza e di autodeterminazione per un percorso di uscita dalla violenza

Domenica 25 novembre è ricorsa la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con l’obiettivo di portare attenzione su una delle peggiori forme di inciviltà umana.
Secondo gli ultimi dati Eures nei primi dieci mesi di quest’anno in Italia le vittime di femminicidio sono state 106, una ogni 72 ore, ma il femminicidio è la punta dell’iceberg di un problema molto più esteso, sono infatti centinaia di migliaia le donne attualmente vittime di qualche forma di violenza, milioni quelle che l’hanno subita almeno una volta nella vita.

 

Esistono diverse realtà e diverse strutture cui una donna può rivolgersi per avere un sostegno, avviare un percorso di uscita dalla violenza e di ricostruzione della propria vita e della propria personalità.
Tra queste realtà circa 80 confluiscono nella rete D.i.Re. Donne in Rete contro la violenza, che lo scorso 15 Novembre ha presentato presso la sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama i dati provenienti dai centri antiviolenza associati.
Antonella Veltri, vicepresidente di D.i.Re. e attivista del Centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza è intervenuta all’interno di “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di economia cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Nel 2017 oltre 20.000 donne sono state assistite dalla rete dei centri antiviolenza D.i.Re. Come si compone questo numero e come è cambiato nel corso del tempo?
Le donne accolte dai nostri centri nel 2017 sono state per la precisione 20.137 ed è un numero che comprende quelle che hanno già iniziato un percorso di uscita dalla violenza e quelle che hanno preso contatto per la prima volta con un centro antiviolenza. Le donne che sono state accolte nel 2017 per la prima volta sono in particolare 13.956; è un numero che cresce rispetto al 2016, quando erano 13.277 con un numero di centri antiviolenza più basso.
Rivolgersi a un centro antiviolenza può essere  un primo segnale di presa di coscienza, di consapevolezza di quella donna che a un centro si rivolge per chiedere sostegno ed essere aiutata.
Non esiste un modello di donna che si rivolge al centro; generalmente hanno un’età media compresa tra i 30 e i 45 anni, sono donne che subiscono violenza fisica, sessuale, maltrattamenti in famiglia per lo più; la maggior parte delle donne che si rivolgono ai nostri centri subiscono violenze all'interno di una relazione intima, con il marito, il compagno, il partner. Sono sicuramente dati impegnativi per la dimensione del fenomeno che pongono un interrogativo all'intera società.
Per queste donne il primo passo, quello più importante, è nell'accoglienza, nella capacità di ascolto e di assecondarne bisogni e desideri in un progetto politico che è quello dell’uscita dalla violenza. Non parlo a caso di progetto politico perché nei nostri centri antiviolenza non si fa assistenza alle donne, ma si avvia un percorso di consapevolezza e di autodeterminazione che possa davvero aiutarla e sostenerla nel farla uscire dalla violenza.

Il percorso e i tempi immagino siano centrati sulle esigenze della singola donna, ma in genere quanto dura un percorso e quali fasi attraversa?
Non c’è un tempo definito. Quando una donna avvia il percorso fa un patto con le operatrici di accoglienza che lavorano per i nostri centri antiviolenza che è quello di raggiungere l’obiettivo del rafforzamento della donna stessa, per questo non c’è una durata definita.
Ogni storia è a sé, a volte si avvicinano a un centro antiviolenza semplicemente con il bisogno di una consulenza legale per poi iniziare un percorso di accoglienza che è variabile nel tempo.
I capisaldi della nostra metodologia sono quelli del rispetto della volontà della donna, della riservatezza e dell’anonimato. La donna viene accolta nel centro antiviolenza con la certezza che la sua storia rimarrà tra le operatrici di accoglienza, a meno che la donna non intenda proseguire dal punto di vista giudiziario un percorso di denuncia, ma deve naturalmente essere lei a volerlo.

Nella vostra esperienza ci sono casi di “ravvedimento”? È possibile riparare una relazione violentare incanalandola all'interno di un normale rapporto di coppia?
Purtroppo nella mia trentennale esperienza non ne ricordo. Ci sono al contrario, purtroppo, fenomeni di femminicidio.
L'ultimo aggiornamento statistico di qualche giorno fa dell'Eures ci dice che nel 2018 fino ad oggi sono state in Italia 106 vittime di femminicidio ed è un dato assolutamente allarmante perché rispetto al 2017 è salito al 37,6% (del totale degli omicidi ndr) mentre nel 2017 appunto erano il 34,8%.
Il ravvedimento di cui lei parla spesso fa parte, è una tappa dell’escalation della la violenza. Molte volte l'uomo maltrattante cerca di ricostruire e di riavvicinarsi a quella donna alla quale ha fatto violenta nel corso degli anni, ma poi nell'escalation della violenza la donna finisce per soccombere, a volte con la morte.

In che condizioni psicologiche arriva la donna che si rivolge a voi e come esce alla fine del percorso?
Anche qui è difficile generalizzare, ma  si può affermare che la donna che arriva ai nostri centri antiviolenza ha una bassissima autostima e un senso di colpa per la violenza che subisce e ha subito nel corso degli anni.
Noi puntiamo sostanzialmente al rafforzamento delle parti di quella donna che sono state indebolite e mortificate nel corso a volte di anni anni anni di violenza che spesso è intra familiare. I dati, non solo dei centri antiviolenza, ma anche dell'Istat e dell’Eures, ci dicono che l'ottanta per cento dei casi di violenza avviene all'interno di una relazione di coppia.

Comprensibilmente, molte donne resistono per amore dei figli, soprattutto se piccoli. Ma che quali sono gli effetti della violenza proprio sulla crescita dei bambini?
Devastanti. Il fenomeno della violenza assistita può protrarsi per anni, proprio per le ragioni che dice lei per cui la mamma per amore dei figli continua a rimanere in quella dimensione di violenza con il papà con i figli stessi, e crea disagi altissimi nei confronti dei figli minori che emulano e si portano dentro ferite a volte difficili da sanare in tempi brevi e che comportano dei costi non solo umani, ma anche sociali. La violenza rivolta alle donne e ai bambini, ma più in generale la violenza, ha dei costi notevoli di cui poi tutti quanti noi dobbiamo farci in qualche modo carico.

immagine: ninocare/pixabay
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