Lo psicologo: la violenza (di genere) è sempre una scelta. La paura è il primo segnale che qualcosa non va In evidenza

Scritto da   Martedì, 27 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Lo psicologo: la violenza (di genere) è sempre una scelta. La paura è il primo segnale che qualcosa non va

Secondo gli ultimi dati OMS a livello globale circa il 35% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale durante la loro vita.
Quasi tutte queste donne (30%) subiscono questa violenza all’interno di una relazione affettiva e il partner è responsabile del 38% dei femminicidi.
Per capire cosa accade in un uomo che si macchia di tali comportamenti e se ci sia la possibilità di interrompere una spirale prima che degeneri nelle forme di violenza più gravi, interviene su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Mario Mario De Maglie, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore del Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze.

 

Cosa scatta in un uomo che agisce comportamenti violenti sulla donna?
Scatta un’emozione di rabbia, i comportamenti violenti che vediamo nascono quasi tutti dall'emozione della rabbia. C’è un uomo che in qualche modo non si sente riconosciuto, legittimato in quello che fa o in quello che pensa dalla propria partner e quindi si arrabbia e poi c’è passaggio dall’emozione all'azione e quell'azione, spesso, è un comportamento violento, aggressivo.

La rabbia è un'emozione che proviamo tutti. Da dove viene questa incapacità di gestione?
È molto importante differenziare quella che è l'emozione della rabbia, che è legittima, che possiamo provare e che proviamo tutti, dal comportamento violento che è appunto una cattiva gestione della stessa.
I motivi della rabbia possono essere molteplici, si può anche aver subito un torto o un’ingiustizia, ma questo non giustifica comunque il comportamento violento. Molto ha a che fare anche con quello che percepiamo che non necessariamente poi è aderente al vero, a quelli che sono i bisogni dell'altro o alla realtà dell'altro, in questo caso la donna.

Ci sono delle condizioni che nel corso del tempo si accumulano nell’uomo fino a far si che prima o poi una manifestazione violenta della rabbia diventi inevitabile?
Noi pensiamo che questo comportamento sia evitabile e che la violenza sia una scelta. A volte si parla di violenza come se fosse una malattia, ma non è così. Gli uomini che vengono da noi possiamo incontrarli al bar sotto casa, sono operai, esponenti delle forze dell'ordine, medici, pensionati. La violenza non è una malattia, è una scelta, l'uomo è parte attiva del comportamento violento e deve essere parte attiva della sua interruzione; pensare all'uomo come incapace di scegliere o come malato significa deresponsabilizzarlo mentre è molto importante per il cambiamento assumersi la responsabilità del proprio comportamento.

Come si sente l'uomo maltrattante dopo aver commesso l'atto?
Gli uomini che arrivano al nostro centro a chiedere un aiuto in maniera spontanea lo fanno perché dopo il fatto stanno male, stanno male perché si rendono conto di aver fatto qualcosa che non dovevano fare, perché sono intervenuti la polizia o i carabinieri, perché la relazione è in crisi, perché i figli stanno male.
Purtroppo abbiamo anche tutta una serie di uomini che invece ci vengono inviati dai servizi o dai tribunali e lì la motivazione è molto labile per non dire assente, spesso non c'è un riconoscimento del comportamento violento e quindi l'uomo non nutre un senso di colpa rispetto a quanto ha fatto, proprio perché non lo riconosce.

Come lavorate con gli uomini che si rivolgono a voi?
Innanzitutto offriamo loro una prima accoglienza individuale in modo da poter capire quali sono i loro bisogni e la situazione di violenza che è stata o è in atto. Il lavoro successivo verte sull'interruzione della violenza e questo per noi è importantissimo perché è il nostro obiettivo primario; vengono accompagnati in un lavoro di gruppo con altri uomini e con l'aiuto di operatori qualificati gli vengono forniti degli strumenti e un linguaggio nuovo per poter esprimere le emozioni, tra cui anche la rabbia.

Esiste un discrimine, un confine tra l'episodio violento isolato e la sua adozione come comportamento normale per la risoluzione delle controversie?
È difficile fare delle distinzioni, forse anche pericoloso perché ogni comportamento violento è grave, sia esso uno o reiterato. È ovvio che dare dieci schiaffi a una persona significa farle dieci volte male, ma quei dieci schiaffi partono tutti dal primo, quindi anche un singolo episodio non è da sottovalutare.

Si riesce a tornare indietro? Una volta agito un comportamento violento è più semplice correggersi o ricaderci?
Quando c'è la motivazione, quindi il riconoscimento del problema e del danno causato alla donna e o ai propri figli, riusciamo a fare un buon lavoro rendendo l'uomo in grado di riconoscere pian piano determinati comportamenti che possono essere aggressivi e che prima non riconosceva, di porvi rimedio e, anche quando ci sono delle situazioni in cui si sente in preda alla rabbia, di gestire e togliersi da una  situazione rischiosa.
Dove invece questa motivazione non c'è è più facile la recidiva.
È la motivazione il più potente fattore di cambiamento.

Sul nascere di una di una relazione si tende a rappresentarsi migliori di quanto poi forse non si sia e questo succede a tutti. Esistono dei segnali che lasciano presagire, anche in questa fase, la predisposizione a comportamenti violenti e quindi la nascita di una relazione che potrebbe rivelarsi non sana?
Alcuni segnali sono la gelosia eccessiva o il tentativo di isolare la donna rispetto alla famiglia. Ovviamente nei primi tempi gli uomini non non mostrano rabbia o insofferenza, cosa che succede piano piano.
Il fattore più importante e che sicuramente predice che una relazione non sta andando bene e che potrebbe esserci violenza è la paura.
Quando una donna comincia a provare paura del proprio compagno, o anche semplicemente paura a esprimere la propria opinione in merito a qualcosa perché altrimenti si viene umiliata o offesa allora c’è sicuramente qualcosa che non va.
Ogni relazione sana non ha la paura nelle proprie dinamiche, bisogna sempre sentirsi liberi di potersi confrontare con il compagno o la compagna, anche in maniera accesa, ma paritaria.

Immagine: Alexas_Fotos/Pixabay
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