Paolo Berdini racconta la storia dell'abusivismo italiano: condoni, politica, interessi e (scarsa) cultura civica In evidenza

Scritto da   Martedì, 04 Dicembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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“In tutti i paesi d’Europa ad eccezione del nostro il concetto di abusivismo edilizio è sconosciuto: i piani e le norme che regolano la crescita delle città sono rispettati; lo Stato, attraverso gli uffici centrali e periferici, si fa garante della loro osservanza e a nessuno viene in mente di trasgredirli.”

Queste amare parole sono l'incipit di “Breve storia dell'abuso edilizio in Italia” (Donzelli Ed.). L'autore, Paolo Berdini, è un urbanista molto noto, sia per la sua reputazione di difensore del patrimonio pubblico contro gli abusi, sie per le posizioni contro condoni e deroghe ai piani regolatori. Lo abbiamo intervistato nel suo studio romano presso via Veneto, per il programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 


Prendiamo "Breve storia dell'abuso edilizio" come prontuario storico dell'abuso edilizio che purtroppo non è una novità nei nostri giorni. Cominciamo dai condoni più recenti, cioè il finale della storia: quelli degli anni 1985, 1994 e 2003. Qual era il contesto storico di quell'epoca? Perché si sentì l'esigenza di questi condoni, da parte delle istituzioni e della società civile?

Sicuramente nel 1985, quando viene fuori la prima legge di condono, durante il governo presieduto da Bettino Craxi, c'era una spinta da parte di molta parte della società del centro sud, contestualizziamo, che richiede case a mercato “concordato”, cioè più basso del mercato libero, e non trovando risposte sul mercato edilizio, aveva dilagato questo scempio disumano che abbiamo sotto gli occhi. Quindi c'era una motivazione economica dietro quell'abusivismo molto povero, posso dire di necessità: in alcuni casi, persone che facevano gli operai edili, costruivano [le proprie case] al sabato e alla domenica. Quindi era veramente abusivismo di necessità. Tant'è che dell'abusivismo si cominciò a parlare nel 1975.
Però in quel momento, forse, ci fu uno spartiacque su cui ragionare; perché Michele Achilli, un personaggio di grandissimo rilievo del Partito Socialista, fece la prima proposta di condono proprio nel 1975. Però lui disse, al primo comma del primo articolo, che le case non legali sarebbero passate ope legis al patrimonio dello Stato. Avremo sconfitto l'abusivismo, cioè non avremmo questo tira e molla che: “non abbiamo i soldi per demolire”, “chi demolisce”... no! Lì c'era l'acquisizione da parte dello Stato, quindi si toglieva il motivo principale dell'abusivismo: risparmiare gli oneri di urbanizzazione, gli oneri concessori, ecc. Quindi si toccava il portafoglio di chi faceva gli abusi. Era un capolavoro. Tant'è che, poi, c'era anche nella legge del 1985, ma appunto annacquato dal fatto che si può demolire. Tant'è che non facciamo demolizioni.
Ma veniamo al “dopo”. Finì l'abusivismo di necessità. Negli anni '80 era finita: il Paese aveva fatto un salto economico. Non c'era più bisogno di case fatte in questo modo. Quindi l'abusivismo divenne un puro divertimento da parte di imprese, più o meno legali, per guadagnare alle spalle della cittadinanza. Questo fu il dramma dei due condoni del 1994 e del 2003: non tennero conto di come era cambiato l'abusivismo. C'era sempre la solita retorica dell'abusivismo di necessità, che finì negli anni '80. Quindi oggi noi ci troviamo con la costruzione di ville e la devastazione di Ischia per affittare la casa a 3.000 euro a settimana. Questa è l'Italia del condono.

È meno noto il fatto che la speculazione edilizia ha una storia più antica. Il momento di svolta forse è stato quando Roma è diventata la capitale dell'Italia liberale. Nel primo Novecento, anche nella zona dove ci troviamo oggi, cioè l'antica Villa Ludovisi, si cominciò a costruire. Poi, soprattutto nel primo dopoguerra, e negli anni trenta con le scelte del regime fascista. Può dare un inquadramento storico di quel tipo di espansionismo edilizio fuori controllo, come dice nel libro, fuori dai piani regolatori che già erano stati immaginati all'epoca?

Lei coglie proprio il nodo culturale dell'abusivismo. Perché lo Stato liberale continuò a costruire le città “per adiacenza” cioè: non sviluppò [insediamenti] lontano dalla città, ma andò per giustapposizioni. Quindi i piani regolatori vennero fatti proprio sull'edificato. Nei piani urbanistici non ci fu mai una rappresentazione di tutto il territorio del Comune: c'era rappresentata soltanto la parte edilizia, perché quella era la cultura. Fu col fascismo che avemmo veramente il salto di paradigma. Nel 1931 approvarono il piano che era proprio la sanzione della Roma imperiale, quindi del fascismo trionfante. Nello stesso anno, il 1931, approvarono un documento allegato al piano che diceva che c'erano 31 nuclei edilizi sorti spontaneamente. Quindi loro sapevano che quelle zone erano nate abusive, che non erano state rappresentate sul piano; perché il piano era legato solo alla parte consolidata della città. Erano frammenti di un'espansione incontrollata. Lì è la radice del male: facendo un piano che non tiene conto di quello che c'è al di fuori della linea dell'edificato, non si controllano le trasformazioni. Da lì nasce questa cultura del frammento che è soltanto italiana. Se andiamo all'estero vediamo che le città sono ancora compatte, che la campagna è campagna. Da noi invece abbiamo inventato questa cultura della diffusione urbana

Le famose borgate sono quindi quei 31 insediamenti di cui ha parlato, e che ora sono la “città consolidata” come si dice.

Esattamente adesso sono diventati parti di città. Soffrono ancora della povertà ma sono diventati centrali rispetto a prima. La città ingloba sempre queste parti. C'è questa cultura del “posso fare ciò che voglio”. L'unico paese che ha fatto i condoni in Europa è l'Italia; evidentemente abbiamo un pezzo di cultura che dice che la città si può fare da soli.

Poi ci fu il boom degli anni '60, anche quello edilizio oltre che economico. Ci fu un momento importante che in realtà l'opinione pubblica ha quasi dimenticato. Un momento che ricorda un po' ciò che succede oggi con il crollo del Ponte Morandi a Genova e l'esigenza di governare la ricostruzione. È la vicenda della frana di Agrigento del '66, che lei racconta nel libro. Può raccontare che cosa successe, e la legge che si fece dopo? Era una possibilità di mettere ordine a tutto ciò.

Lì ci sono le due facce del problema. C'era un pezzo della cultura del governo che lavora sul condono, e un altro pezzo, dentro il Ministero dei Lavori Pubblici, che capì quali fossero i nodi. Ci furono grandi personaggi, grandi dirigenti e grandi ministri in quel periodo. La frana di Agrigento fu dovuta al mancato rispetto della debolezza del territorio: lì (presso la valle dei templi, nda.) si costruì in zone in frana, e il territorio poi si vendica come leggiamo ormai troppo di frequente. Allora venne fatta una legge che disse che ci sono delle regole da rispettare, che non si costruisce dove ciascuno vuole, ma che ci sono delle responsabilità nei confronti della collettività.
Quel tipo di legislazione è stata fondamentale: negli anni '60 e '70 ci furono leggi meravigliose riguardanti il territorio. Credo che oggi siamo in un momento di eclisse di quella cultura, perché continuiamo a non governare il territorio e a dare autorizzazioni in territori che sono a rischio sismico e idrogeologico.

In generale quali sono stati gli effetti dei vari condoni? Soprattutto quelli degli anni '90 e 2000 sono stati giustificati anche come una molla per il rilancio economico e per favorire le imprese. Perché il condono non è solo per l'edilizia abitativa ma anche per edifici industriali, capannoni ecc. Hanno avuto almeno questi effetti benefici?

Questa è davvero la bugia più devastante che ci è stata raccontata in tutte e tre i condoni, del 1985, '94 e 2003: lo Stato ci guadagna perché loro pagheranno una multa. In realtà il condono ancora non è chiuso: c'è ancora più o meno il 50% dei comuni, specialmente al sud, in cui le sanatorie devono ancora essere date. Però, quando i cittadini hanno pagato una multa, richiedono i servizi. Questa è la parte nascosta della Luna: da una parte i cittadini pagano, dall'altra parte, il giorno dopo, vogliono i servizi. Nei calcoli più benevoli fatti in questi anni, abbiamo perso 19 miliardi di euro con questo scherzo; perché abbiamo dovuto portare l'urbanizzazione in zone molto lontane [dai centri cittadini], molto frammentate e di bassa densità, [dove] costa molto di più. E poi dobbiamo garantire, per sempre, i servizi di illuminazione, di raccolta dell'immondizia, l'erogazione dell'acqua, e questi sono costi.

È davvero una specificità italiana? Perché questa mentalità? In fondo siamo un popolo abituato al bello: anche i borghi più poveri, adesso sono opere d'arte, patrimoni dell'umanità. Come abbiamo fatto ad abituarci agli ecomostri, ma anche a un edilizia comunque sciatta?

Bella domanda. Qui possiamo aprire un altro capitolo. Non è vero che tutta l'Italia è abusiva; questo va sfatato. L'Italia è abusiva dal Lazio alle isole. Al nord c'è stato, sì, abusivismo, perché alcuni milioni di condoni sono stati chiesti anche a nord, ma sono condoni minimi: la chiusura della veranda; il cambio di destinazione d'uso della stalla che stava al piano terra di una casa agricola, che era diventata un magazzino; o la cucina della famiglia che si era allargata. L'abusivismo da cielo a terra, cioè dalle fondamenta fino al tetto, quello che è successo appunto da Roma al sud, [al nord] non esiste. Lì c'è una cultura del rispetto delle regole dello Stato che evidentemente si è sedimentata nei decenni e nei secoli. Al sud e a Roma la cultura statale è molto più debole, la costruzione dello Stato moderno non è stata così robusta. E noi paghiamo lo scotto di una mancata costruzione del rispetto delle regole.

In tutto questo gli urbanisti, la sua categoria, hanno avuto una qualche parte? Questa è la domanda posta in maniera negativa. Gliela metto in positivo: quanto contano gli urbanisti in Italia? Vengono ascoltati dai comuni? Hanno un ruolo da qualche parte, in qualche regione, in qualche sviluppo urbano veramente lungimirante?

Dagli ultimi vent'anni gli urbanisti non contano più nulla in questo paese. Non c'è più nessun comune italiano che faccia piani urbanistici; perché costano, perché i comuni sono stati falcidiati e dunque non hanno più né i soldi né la voglia di pensare al futuro. L'urbanistica serviva a questo: la bellezza dell'urbanistica è capire il senso storico della città, e cercare di farlo evolvere. Non c'è più nessuno che lo fa perché ormai andiamo avanti per varianti parziali; andiamo avanti per piano casa; andiamo avanti per tutte le deroghe. Siamo diventati il paese delle deroghe. Non siamo più quel modello per l'Europa che eravamo nel Settecento. Eravamo il paese più bello, proprio perché rispettavamo le regole. C'era ugualmente lo sviluppo, in quell'epoca; quindi non è vero che le regole non danno sviluppo. Le regole, se utilizzate bene, danno uno sviluppo migliore, [perciò] alcune delle nostre città sono meravigliose.

Gli urbanisti non hanno nessuna colpa in assoluto? Non ci sono mai stati urbanisti che abbiano avallato degli scempi o comunque degli sviluppi sbagliati delle cittá?

Una parte, non delle colpe... una responsabilità culturale degli urbanisti è non aver capito in tempo che arrivava questo dilagare dell'abusivismo. Questo sento, come responsabilità. Però è una questione limitata, credo, dal punto di vista della colpevolezza: ci sono le attenuanti generiche. Un urbanista non può comprendere fino in fondo quali sono [le esigenze]. È l'amministrazione pubblica che deve comprendere se ci sono esigenze di costruire case a basso reddito. E qui, veramente, alcuni sindaci non hanno fatto fino in fondo il loro dovere.

Ci saranno altri altri condoni in futuro, secondo lei?

Mai dire mai! Veramente, ormai non finiscono di crescere i capelli bianchi. Due anni fa, un piccolo nucleo di persone di cui faccio parte anch'io, ha sconfitto il cosiddetto disegno di legge Falanga, che era l'ennesimo condono. Sarebbe stato il quarto condono, perché diceva che non è la magistratura a fare le regole per la demolizione, ma la politica che si sostituisce alla magistratura: un'aberrazione, anche costituzionale. Proprio il gruppo politico che aveva appoggiato questa avversione al disegno di legge Falanga, oggi presenta il quarto condono. Perché nei 140 comuni del cratere marchigiano - umbro - laziale, [la zona interessata dal] terremoto di Amatrice, si potranno ripresentare domande di condono. Questo sta nel Decreto Genova. La riapertura dei termini è il quarto condono; limitato oggi ancora a 140 comuni, ma poi? L'appetito viene mangiando. Poi c'è il condono di Ischia, cioè una zona dove non c'è abusivismo di necessità; dove l'abusivismo ha sfregiato uno dei posti più belli del mondo; e noi diamo la possibilità di condonare solo perché ci sono stati danni nel terremoto. Rischiamo di avere il quarto condono a livello nazionale andando per pezzi: prima i 140, poi Ischia, a quel punto perché non tutti gli ottomila comuni?

Anche perché, purtroppo, ci saranno altri terremoti in futuro...

Purtroppo sì, perché abbiamo un territorio molto giovane, dal punto di vista geologico. La nostra instabilità idrogeologica è nota a tutto il mondo; dopodiché siamo anche, proprio per questo motivo, un paese esposto al rischio sismico. E quindi che facciamo? Continuiamo? Il modello è il Friuli. Il Friuli non ha messo una virgola al di fuori delle regole. È rifiorito dopo il terremoto (del 1976, nda.). Io, che ero molto giovane, [ricordo] la distruzione. Hanno ricostruito tutto perfettamente, rispettando le regole. Si può fare. Oggi la vulgata è che dobbiamo, chissà perché, violare sempre le regole.

Abbiamo una colpa “genetica”, a parte il malaffare, la malapolitica, i grandi poteri fondiari? C'è una “tara” nel popolo? Ricordiamo che negli anni '70, per esempio a Roma, i movimenti per le sanatorie erano anche a base popolare.

Direi di no. Le persone vengono mosse da un bisogno profondo. Se ho bisogno di una casa, sì, credo che posso anche pensare di violare le regole. Ma se c'è dall'altra parte un potere pubblico, riconosciuto e stimato, che [offre] la possibilità di costruire alloggi pubblici, magari in un anno, diciotto mesi o due anni, come è stato fatto con Tor Bella Monaca (quartiere di Roma, nda.), allora questa storia finisce. Studiando in Francia ho scoperto che lì, nel primo dopoguerra, negli anni '20 del Novecento, c'era un abusivismo sfrenato. Lo stato è intervenuto con una durezza spietata: cioè ha demolito fino all'ultimo [abuso]; però ha costruito un fiume di case pubbliche. Quindi la gente ha capito che c'è la possibilità legale, che non è lasciata sola; che c'è la figura dello Stato ad aiutare lo sviluppo del territorio. Da noi questo non c'è stato.

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