#HoDettoNo: un vademecum per le donne per uscire dal tunnel della violenza di genere In evidenza

Scritto da   Martedì, 12 Marzo 2019 13:12 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Copertina dell'ebook #HoDettoNo (da: www.ilsole24ore.com)

Secondo l’Organizzazione Mondiale per la sanità, una donna su tre è colpita da una qualche forma di violenza nel corso della sua vita. Ci sono violenze che salgono alla ribalta del dibattito pubblico, come gli stupri o i femminicidi, ed altre che risaltano meno, come le pressioni psicologiche sul lavoro o in famiglia.

I dati ci dicono che, purtroppo, in Italia oltre sei milioni di donne hanno subito una qualche forma di violenza nel corso della vita. Ne abbiamo parlato con Simona Rossitto, giornalista dell'agenzia Radiocor Il Sole 24 Ore, una delle redattrici del blog Alley Oop, spazio web dedicato da Il Sole 24 Ore alle tematiche della parità di genere. In occasione dell'8 marzo il blog ha messo a disposizione la seconda edizione dell'ebook #HoDettoNo, una pubblicazione che fa il punto sugli strumenti sociali e legali per uscire dal vortice della violenza. L'ebook è scaricabile gratuitamente qui. L'intervista è andata in onda in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.


La violenza di genere è un fenomeno molto variegato che, come emerge anche dai tuoi scritti, è strutturale, e dunque non è più il caso di parlare di “emergenza”. Qual è la dimensione di questo fenomeno in Italia?

Secondo i dati dell'Eures, in media, in Italia ci sono tre femminicidi a settimana. Le ultime rilevazioni dell'ISTAT, che risalgono al 2014, parlano di 6,7 milioni di donne vittime di violenza. Si tratta del 31,5% delle donne tra 16 e 60 anni. Bastano questi numeri per capire che non siamo di fronte a un fenomeno che riguarda la punta dell'iceberg di una società, ma che ci riguarda tutti e con cui dobbiamo fare i conti. I dati sono una parte molto importante della trattazione del fenomeno della violenza di genere, perché solo attraverso i dati si riesce effettivamente a capirne la portata e anche quali siano gli strumenti più adatti a combattere questa piaga. Su questo fronte si stanno muovendo l'Istat e il CNR, che stanno mettendo a punto una rilevazione dei dati molto puntuale, i cui risultati sono attesi entro la fine di marzo.

Sul sito del sole 24 ore è disponibile l'ebook #HoDettoNo https://goo.gl/rPPUZS, la seconda edizione di questo lavoro collettivo del vostro blog “Alley oop”. Il tema è quello dei mezzi a disposizione delle donne vittime di violenza per uscirne: mezzi legali e procedurali.
Nella nostra prima pubblicazione abbiamo trattato il fenomeno dal punto di vista economico. Con questa seconda pubblicazione guardiamo all'impianto normativo e giuridico in Italia. Abbiamo interpellato magistrati, esperti, rappresentanti delle strutture anti-violenza, delle case-rifugio, e possiamo dire che l'impianto normativo sia efficiente, e abbastanza buono. Certo, ci sono delle lacune che andrebbero colmate, ma sostanzialmente dà una buona risposta al fenomeno della violenza di genere. Tra le lacune, come ha ricordato ad esempio il giudice Fabio Roia, uno dei massimi esperti in materia, c'è ad esempio lo scarso dialogo tra il procedimento civile e quello penale quando riguardano lo stesso caso di violenza. Altre lacune posso essere rinvenute per esempio nella tutela della donna, dopo che fa denuncia: tutela che dovrebbe essere rafforzata. Tutto sommato però si tratta di un buon impianto, che potrebbe essere migliorato ma comunque va bene. Il vero problema, il vero nodo, è invece nell'applicazione della legge, cioè nei procedimenti e nei processi nei tribunali. Questo è un altro aspetto che trattiamo nel nostro ebook.

I “pilastri”, come li definite, di tutela delle donne sono la prevenzione, ovviamente la punizione del colpevole, ma soprattutto l'assistenza a chi subisce queste violenze. Assistenza che passa attraverso i centri antiviolenza e soprattutto i “rifugi”: gli appartamenti dove vengono sistemate le vittime. Il fenomeno è ben conosciuto, e ormai fa parte anche del dibattito pubblico ma, paradossalmente, i centri antiviolenza lamentano il fatto che i soldi, banalmente, non bastano. Qual è la situazione in italia?
Nel 2017 è stato approvato il primo Piano Strategico Nazionale Antiviolenza: un piano ad ampio spettro che cerca di affrontare il fenomeno dal punto di vista strutturale, affrontandolo alle radici. Questo piano prevede anche dei finanziamenti: nel 2017 sono stati circa 35 milioni, per poi scendere leggermente nel 2018. Sono soldi che vengono ripartiti, come prevede una legge del 2013, sia per i centri-rifugio, le case e le strutture dei centri antiviolenza, sia per altre iniziative di lotta al fenomeno della violenza: dalla formazione alle campagne di sensibilizzazione, al coinvolgimento di tutti gli attori. Ci sono state anche delle critiche: i centri antiviolenza, in particolare, puntano il dito sul fatto che la legge del 2013 prevede una fetta sostanziale di finanziamenti per i nuovi centri. La maggior parte dei [responsabili dei] centri antiviolenza esistenti pensano che le strutture in Italia in realtà siano sufficienti, e si dovrebbe agire per il sostentamento di queste strutture. Quindi bisognerebbe cambiare la legge e cercare di ripartire diversamente i finanziamenti, per evitare che dei centri antiviolenza, anche abbastanza strutturati, vengono poi costretti a chiudere.

Un concetto da ribadire infatti è che le donne si devono allontanare da una situazione di pericolo o comunque di pressione, e quindi hanno bisogno di un luogo fisico dove andare, ma anche di mezzi di sostentamento, e magari di un nuovo lavoro.
Si, questa protezione è molto importante. È il terzo pilastro previsto dal piano antiviolenza. Il primo è la prevenzione, poi c'è la punizione del colpevole, e poi c'è la protezione della vittima, della donna: da quando denuncia a quando dev'essere reinserita nel mondo del lavoro. Si è infatti notato che, molte volte, le donne vittime di violenza sono anche economicamente dipendenti dal partner, quindi hanno bisogno di essere reinserite nel mondo del lavoro per uscire fuori effettivamente dal tunnel della violenza, e soprattutto per non rischiare di ricaderci. A questo proposito il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Vincenzo Spadafora ha lanciato l'idea di istituire un fondo ad hoc per reinserire le donne nel mondo del lavoro e, su questo fronte, si pensa anche a un tavolo con il Ministero del Lavoro.

Quali sono i nodi da sciogliere sull'applicazione della giustizia in tribunale?
L'impianto normativo italiano, come abbiamo detto, tutto sommato è sufficiente. Il vero problema è da rinvenire proprio nell'applicazione della giustizia. Si nota che, a fronte di impianti probatori e accusatori anche molto sostanziosi, si arriva spesso a sentenze “light”. Inoltre i tempi sono relativamente lunghi e bisogna considerare che, spesso, la donna non regge psicologicamente per tutto il tempo del processo e finisce talvolta per ritrattare, oppure per minimizzare. Sono problematiche molto importanti; per cui, nel giugno del 2018, il Consiglio Superiore della Magistratura ha emanato delle linee guida ad hoc che cercano di istradare i tribunali, e chi ci lavora, nella giusta trattazione del fenomeno della violenza di genere. La cosa più importante, sostiene il CSM, è che la violenza dev'essere trattata come una priorità: quindi va data subito trattazione a una denuncia, anche per prevenire quell'escalation della violenza che a volte finisce purtroppo nel femminicidio. Quindi è importante un approccio globale al fenomeno della violenza di genere; lo riconosce lo stesso CSM che ha dettato linee guida molto precise e dettagliate, sia sull'organizzazione degli uffici giudiziari, sia sulle buone prassi da adottare nei procedimenti per i casi di violenza di genere. Dobbiamo dire che, in realtà, la specializzazione nei nostri tribunali non è ancora sufficiente: [soltanto] il 31% delle procure ha sezioni o collegi specializzati. È una percentuale bassa, che si abbassa ancora di più se guardiamo ai tribunali, dove le sezioni specializzate sono solo il 17%. Quindi una lacuna da colmare è proprio arrivare ad una maggiore specializzazione dei magistrati. Occorre puntare sulla formazione, non solo dei magistrati ma anche degli avvocati, degli esperti, di coloro che accompagnano le donne in questo percorso. Ed è proprio sulla formazione che puntano sia il Piano Antiviolenza governativo, sia i tanti disegni di legge alla Camera, tra cui il “Codice rosso”, che trattano il fenomeno della violenza di genere.

Un ruolo importante è quello dell'informazione, che sicuramente in questi anni ha fatto emergere con forza il problema che però non sempre viene raccontato in maniera giusta. Mi ha colpito una formula con cui nell'ebook descrivete questo problema: “Spesso si fa violenza nel raccontare, più che raccontare la violenza”. Come riuscire a mantenersi entro i limiti? E come possono un ascoltatore, un telespettatore o un lettore, riconoscere la differenza fra un'informazione “violenta” e una “giusta”?
Ci sono delle parole che proprio non dovrebbero essere usate, ad esempio: “è stato colpito da un raptus e quindi ha commesso violenza”. Queste sono già delle giustificazioni che si danno al colpevole. Sono giudizi che il giornalista o il comunicatore non dovrebbe dare. La soluzione è una sola: anche per gli operatori della comunicazione, i giornalisti televisivi e dei talk show dovrebbero avere una formazione approfondita. Solo così si può sapere qual è il giusto argine entro cui raccontare la violenza senza dare adito alla spettacolarizzazione che spesso purtroppo si nota nelle rappresentazioni del fenomeno. Su questo fronte, in realtà, si sta cominciando a lavorare. Ad esempio, al Dipartimento delle Pari Opportunità c'è un gruppo che parla proprio della comunicazione e coinvolge anche l'FNSI (Federazione nazionale della Stampa Italiana, nda.), vari giornalisti e testate. È un gruppo di lavoro che non parte da zero, perché parte da quanto già si fa nei corsi deontologici che sono stati adottati da molte redazioni. Si cerca però di costruire un unicum intorno a questi “codici”, magari frammentari, che sia poi adottato da tutti i giornalisti; ma anche da quanti fanno comunicazione, che spesso non hanno la formazione di un giornalista, il quale deve obbligatoriamente aggiornarsi.

Copertina dell'ebook #HoDettoNo (da: www.ilsole24ore.com) Copertina dell'ebook #HoDettoNo (da: www.ilsole24ore.com)
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