Giovani e imprese nell'epoca della default economy

Scritto da   Mercoledì, 20 Giugno 2012 10:19 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nel  “6° Osservatorio Confartigianato Giovani Imprenditori sull’Imprenditoria Giovanile Artigiana in Italia” si racconta attraverso i dati l’economia di questo terzo millennio un’economia in 4D:  Disoccupazione, Demografia, Debito pubblico e Default. Quattro parole chiave che non aiutano i giovani perché, se tutto rimane così, il futuro amministrato dagli anziani non funziona.

Gli elementi di questa interessante radiografia.


La disoccupazione giovanile è in aumento
La crisi colpisce maggiormente i giovani in Italia e ha creato una vera e propria barriera al loro ingresso nel lavoro.
In Italia il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni  è strutturalmente più elevato rispetto alla media europea: nel 2012 è del 31,1% contro la media dell’Unione del 22,4% e dell'Eurozona del 21,6%. Registrano una più contenuta disoccupazione giovanile la Francia con un tasso del 23,3%, il Regno Unito con il 22,2%, gli Stati Uniti con il 16,0%, ed infine la Germania con il 7,8%, il valore più basso tra le maggiori economie avanzate. La situazione più critica è quella della Spagna dove la disoccupazione giovanile tocca il 49,9%.
Tra le maggiori economie europee, nell'ultimo triennio 2009-2012 che comprende la Grande crisi, l'Italia seconda solo alla Spagna, è il paese con la più alta crescita della disoccupazione giovanile: il tasso dei giovani under 25 in cerca di occupazione in Spagna cresce di 16,6 punti, in Italia di 7,4 punti, nel Regno Unito di 5,2 punti, in Francia e negli Stati Uniti di 1,1 punti mentre in Germania si registra una diminuzione di 3,1 punti del tasso di disoccupazione giovanile.
Negli ultimi tre anni la crisi ha manifestato pesantemente i suoi effetti sulla componente più giovane del mercato del lavoro: tra il 2008 e il 2011 il numero degli occupati sotto i 35 anni si è ridotto di oltre un milione di unità con una flessione del 15,3%. Nello stesso periodo l’occupazione senior di persone con 35 anni ed oltre ha registrato una crescita del 3,4%, con un incremento di un mezzo milione di unità.

I giovani sono sempre meno

I segnali che arrivano dalle statistiche demografiche delineano l'Italia come un Paese con sempre meno giovani.  Nell'arco dei dieci anni di inizio secolo la popolazione italiana tra 20 e 39 anni è diminuita del 9,1% pari ad una riduzione di 1,6 milioni di unità. Il Paese invecchia e la popolazione senior cresce del 16,6% mentre i bambini e giovani sotto i 20 anni rimangono pressochè costanti.
Il fenomeno del calo dei giovani ha dimensioni continentali, anche se in media nell’Unione Europea il calo è stato inferiore a quello italiano, e pari al 3,6%. In Germania il calo dei giovani è più accentuato che in Italia mentre risulta in controtendenza la Spagna, paese che vive il paradosso di un incremento dei giovani da un lato e del più alto tasso di disoccupazione giovanile dall'altro.

I giovani imprenditori italiani sono i più numerosi in Europa
Anche se i giovani in Italia sono pochi, il loro spirito imprenditoriale è alto. Da tempo ormai il nostro Paese è caratterizzato una diffusa propensione a 'fare impresa', tanto da essere leader europei in questo ambito. Prendendo a riferimento gli ultimi dati sulla struttura dell'occupazione in Europa, relativi al III trimestre 2011, si osserva che l’Italia ha il primato europeo per numero di imprenditori e di lavoratori autonomi tra i 15 e i 39 anni:  infatti l'Italia registra 1.872.500 imprenditori tra i 15 ed i 40 anni, seguita dal Regno Unito che ne conta 1.303.700, dalla Polonia che ne conta 1.127.300 e dalla Germania che arriva a contarne 1.055.900.
Questa leadership europea viene confermata, oltretutto, dal peso dell'imprenditoria e del lavoro autonomo degli under 40 sul totale degli occupati della stessa classe di età, che in Italia è del 19,6%, quasi doppia rispetto al 10,3% della media europea. Nel nostro Paese, quindi, un giovane occupato under 40 su cinque appartiene alla categoria di Imprenditori e lavoratori autonomi. Nel dettaglio la propensione al 'fare impresa' degli italiani è superiore al 10,2% della Spagna, al 9,8% del Regno Unito, al 7,3% della Francia, e al 6,5% della Germania.
Unica nota dolente, il livello di scolarità dei nostri giovani imprenditori. Infatti i giovani dotati di un più alto titolo di studio hanno un incremento inferiore alla media europea.
Nel 2011, tra gli imprenditori e lavoratori autonomi italiani con meno di 40 anni, il 24,9% è in possesso di un titolo di studio di livello universitario, percentuale inferiore alla media dell'Unione Europea del 31,8%.

I giovani imprenditori artigiani risentono della crisi
I fenomeni di selezione delle imprese in atto e conseguenti alla Grande recessione e al basso tono del ciclo economico dell'ultimo biennio si manifestano anche nel segmento della giovane imprenditoria artigiana: nel 2011, infatti, si contano 33.284 imprenditori under 40 in meno rispetto al 2010, pari ad un calo del 5,1%.
I dati mostrano che il 43,2% dei giovani imprenditori artigiani è attivo nelle Costruzioni e il 21,7% nelle Attività manifatturiere; questi due comparti, insieme, assorbono quasi i due terzi dell’imprenditoria artigiana giovanile (64,9%). Il resto dell’imprenditoria artigiana è in prevalenza a capo di imprese attive nelle Altre attività di servizi (12,9%), nel Commercio all'ingrosso e al dettaglio e nella riparazione di autoveicoli e motocicli (5,1%), nelle Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (4,9%) e nel Trasporto e magazzinaggio (4,7%).
La diminuzione annuale di 33.284 giovani imprenditori artigiani è trainata dalle Costruzioni, settore che registra la flessione maggiore in termini assoluti con 14.830 unità in meno ed una variazione relativa del -5,3%. Segue il Manifatturiero esteso con un calo del 6,8%, pari a 10.159 giovani imprenditori artigiani in meno, ed infine i Servizi che evidenziano un calo del 3,8%, pari a 8.295 unità in meno.

La spesa pubblica non favorisce i giovani

I problemi di debito dello Stato Italiano, il pericolo di default  e i conseguenti tagli alle spese sociali non favorisce i giovani.
Infatti nella comparazione internazionale la spesa per la protezione sociale in Italia è del 28,4%, valore assolutamente in linea con la media dell'UE a 27. Ma tale spesa è fortemente sbilanciata sulla spesa previdenziale a favore quindi delle fasce di età avanzata, lasciando quote residuali alla spesa sociale orientata ai giovani e alle famiglie. Infatti il welfare per anziani è 14,5 volte la spesa sociale per le famiglie.

La spesa pensionistica nel lungo periodo renderà più poveri i futuri anziani, cioè  i giovani di oggi

Le previsioni di lungo periodo della Ragioneria Generale dello Stato evidenziano la sostenibilità della spesa pensionistica dal punto di vista dei saldi di finanza pubblica ma non nascondono le criticità legate all'invecchiamento della popolazione e all’insufficienza futura del solo pilastro pubblico per le prestazioni pensionistiche.
 Nel 2050 la spesa pensionistica, in rapporto al PIL, sarà pari al 14,7%. Ma per i pensionati nel 2050 la vita sarà più dura con il solo pilastro pubblico: mentre oggi il 15,3% della spesa pensionistica del PIL si divide tra 15.800.000 pensionati, nel 2050 una fetta di PIL leggermente più piccola, pari al 14,2% si dovrà dividere con un numero di pensionati maggiore di quasi quattro milioni e che arriva, a metà secolo, a 19.707.000 unità. La pensione media oggi è pari al 57,1% del PIL pro capite. Nel 2050 sarà inferire di quasi quindici punti, arrivando al 43,9%.

Poca spesa pubblica con benefici duraturi nel tempo, la spesa per investimenti
E' la spesa più marcatamente orientata ai giovani, dato che la spesa sostenuta oggi manifesta i suoi benefici a lungo nel tempo.
Un Paese con un alto debito avrebbe dovuto investire maggiormente in spesa in conto capitale la quale ha la peculiarità di ripartire e spostare in avanti nel tempo i suoi benefici. Invece le future generazioni si faranno maggiormente carico di un debito ma beneficeranno meno degli investimenti come, ad esempio, la costruzione di una grande opera, l'ampliamento di una linea ferroviaria o la costruzione di asili nido.
I dati sono impressionanti: nel 1980 la spesa pubblica in conto capitale era del 4,5% del PIL mentre la spesa corrente era pari al 36,9% del PIL. Fino al 1990 la dinamica della spesa in c/capitale è stata in linea con quella corrente, per poi divaricarsi in modo sempre più accentuato. Dopo trent'anni la spesa in conto capitale è diminuita al 3,8% mentre la spesa corrente è arrivata al 45,5% del PIL.

Insomma sino ad oggi la politica e la società ha garantito un sostegno più forte agli anziani e protetto il lavoro delle classi di età attualmente già produttive, ma non ha gettato delle basi solide per i propri giovani, anzi in alcuni casi la protezione è stata proprio fatta a discapito delle nuove generazioni.

Per saperne di più
Confartigianato, Ufficio Studi – “6° Osservatorio Confartigianato Giovani Imprenditori sull’Imprenditoria Giovanile Artigiana in Italia”

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Roberta Cafarotti

Presidente di CeSAR Centro Studi Accademici sulla Reputazione.
Si è laureata in Scienze Statistiche ed Economiche alla Sapienza e da allora misura il mondo, ama i numeri con la speranza di mettere il suo mestiere al servizio del bene comune.

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