Fare (e crescere) figli in Italia: meglio scegliere in quale regione

Scritto da   Domenica, 26 Maggio 2013 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Fare (e crescere) figli in Italia: meglio scegliere in quale regione

Francesco Belletti, Presidente del Forum delle associazioni familiari, è stato intervistato da “A conti Fatti”, programma di economia sociale realizzato dalla redazione di economiacristiana.it e trasmesso dal canale italiano della Radio Vaticana.


 

L’Articolo 16, comma 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo dichiara che “La Famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato”. In Italia è così?

 

L'Italia ha una lunga strada da percorrere, sia per l’attuazione della Carta Universale dei Diritti dell'Uomo sia per la Carta dei Diritti della Famiglia dell’83 che per noi come Forum costituisce un punto di riferimento. Certamente le politiche, soprattutto nel nostro Paese, si sono dimenticate di sostenere la famiglia. Le famiglie stanno resistendo con grande energia alle fatiche di una crisi molto lunga e alle responsabilità sociali che hanno. È tempo, però, che la politica e le scelte di bene comune vedano la famiglia come uno snodo fondamentale. Oggi è tempo di restituire quello che la famiglia ha dato in tutti questi anni.

 

Quali sono le esigenze della famiglia italiana nella nostra epoca di crisi? E come sono cambiati i bisogni nel tempo?

 

Credo che oggi tre o quattro parole segnalino le difficoltà della vita quotidiana delle famiglie. La prima è sicuramente il tema del lavoro. Il lavoro che non c’è, il lavoro che è diventato precario, il lavoro che divora tutti i tempi di vita e di responsabilità delle persone, dei padri e delle madri. È una grande partita aperta quella sul lavoro ed è una delle sfide dell'intero Paese. Quello che noi chiediamo oggi è di rendersi conto che rilanciare il lavoro significa anche rilanciare la possibilità di tenere insieme famiglia e lavoro. La conciliazione è considerata troppo spesso un bene di lusso per le politiche del lavoro, invece per noi è un fattore qualificante, un'impresa che lavora in modo amichevole verso la famiglia è un'impresa più efficiente, dove le persone sono più coinvolte e riescono a essere anche più capaci di lavorare meglio e più in sintonia con gli obiettivi dell'impresa. Quindi investire sul lavoro significa, in questo caso, anche ripartire dalla famiglia. Un’altra questione assolutamente fortissima per le famiglie oggi sono le cure per le persone fragili, le persone disabili. Le difficoltà di vita e di progetto di vita sono a carico prevalentemente della famiglia che risponde a questa difficoltà con un welfare in grande arretramento e si fa carico di tantissime persone bisognose di cura quotidiana. Qui c’è bisogno di più welfare che non espropri la famiglia, ma che la sostenga nei suoi compiti di cura. Poi le altre due parole chiave sono: casa ed educazione perché sono quelle questioni di vita quotidiana che ogni famiglia gestisce e troppo spesso è abbandonata. Senza politiche specifiche, senza sostegno anzi con la tassa sulla casa di residenza e addirittura spesso un po’ espulsa dalle agenzie educative più classiche. L’idea generale è sempre che insieme alla famiglia si migliorano anche le singole sfere di esistenza del Paese.

 

A proposito di Welfare, secondo lei coloro che creano una legislazione di sussistenza economica per la crescita dei figli, sanno quanto costi curare anche un semplice raffreddore? Per non parlare delle visite specialistiche e delle liste d’attesa tramite il servizio sanitario nazionale…

 

Questo è un altro volto della distanza tra politica e Paese reale. L'esperienza quotidiana di fatica anche economica rispetto alla cura dei figli è troppo lontana da chi non sperimenta quotidianamente l'indebolimento del potere d'acquisto degli stipendi, piuttosto che la perdita di lavoro di uno dei due partner. C’è un oggettivo problema di sensibilità e di attenzione, le nostre politiche fiscali e sociali immaginano che i figli non siano un costo per la famiglia, quindi non la sostengono. Sembra quasi che il bene figlio sia un bene di lusso scelto dalla famiglia e non un investimento sul futuro del Paese. I figli sono risorse per il futuro del Paese e avremmo bisogno, con grande semplicità e senza conflitti ideologici, come accade in tanti altri Paesi europei, di politiche, di azioni fiscali, di detrazioni e di agevolazioni in servizi che facciano capire alle famiglie che non sono sole nella cura dei figli, ma che hanno un sostegno concreto. Un figlio costa come minimo 300 euro al mese, dai zero ai sei anni. Almeno questi potrebbero non essere tassati, invece, anche se noi li spendiamo per i nostri figli, vengono ancora considerati reddito e ulteriormente tassati.

 

 

In Italia il Gap tra famiglie ricche e famiglie che faticano ad arrivare a fine mese è sempre più ampio. Il welfare statale va nella giusta direzione affinché tale divario si riduca?

Gli ultimi anni dimostrano che questa crisi ha accresciuto le differenze anziché contenerle, questo è un grave problema del nostro modello di sviluppo su cui c'è bisogno di maggiore vigilanza e questa vigilanza non può che essere attribuita ai poteri pubblici al fine di mantenere uno sviluppo economico che non renda i più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Il nostro è il Paese in Europa con il più alto tasso di povertà minorile, cioè abbiamo la più alta percentuale di minori sotto la soglia di povertà per il semplice fatto di essere famiglie numerose. Se avessimo una politica fiscale sensibile al numero dei figli questi bambini non sarebbero poveri e oggi invece lo sono, quindi il tema della povertà e della disuguaglianza non è solo di politica sociale, ma riguarda la dimensione famigliare.

 

 

Se una coppia in Italia decide di volere un figlio, ma non ha risorse economiche necessarie, a quali enti può rivolgersi?

 

Diciamo che sia nel settore pubblico, che nel settore privato qualche piccola esperienza c'è. Quindici anni fa alcuni piccoli Comuni del padovano erano saliti agli onori della cronaca perché avevano messo un bonus una tantum di un milione di lire, piuttosto che di 500 euro alla nascita del figlio. Era un piccolo segnale politico, ma solo una tantum quindi non risolve i problemi di cura che una famiglia deve progettare per 25 o30 anni, e in Italia l’unico soggetto che fa progetti a lungo termine è proprio la famiglia, non certo la politica o l’economia..
Su questo grandi opportunità non ce ne sono, e la famiglia non ha bisogno di interventi spot o di sostegni economici di tipo assistenziale. Per una giovane coppia che vuole avere un figlio è necessario un grande progetto sociale, perché questo figlio sia accompagnato da scelte politiche altrimenti andare a bussare di porta in porta è una perdita di dignità che non funziona. Probabilmente l'associazionismo tra famiglie e il far riferimento alle reti famigliari è l'unica vera risorsa efficace. La condivisione, magari, della cura dei figli con altre famiglie: questa è una vera risorsa altrimenti una famiglia con figli dovrebbe scendere in piazza e chiedere politiche famigliari.

 

 

Recentemente l’Inps ha reso nota l’opportunità, per le madri lavoratrici dipendenti o per quelle iscritte alla gestione separata, di ottenere un aiuto economico di 300 euro per pagare l’asilo nido o la babysitter. Questa possibilità è concessa per 6 mesi, solo 3 per le iscritte alla gestione separata. È il caso di dire “Meglio di niente”?

 

Certamente sì, nel senso che purtroppo le nostre politiche provengono da un modello di workfare, cioè da una protezione del lavoro che genera delle disparità. Sono madri a pieno titolo entrambe. Però hanno una logica virtuosa questi interventi cioè andare a sostenere una fase del ciclo di vita di maggiore criticità, quali i primi mesi di vita del bambino e la difficoltà del conciliare famiglia-lavoro nell'agenda di vita delle madri e qualche volta anche dei padri, quindi anche questa riflessione andrebbe fatta. Però questo tipo di interventi è inserito in un sistema dove ci sono anche forti servizi e su questo l'Italia è molto differenziata. Per la cura dei bambini piccoli, chi vive in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto ha grandi opportunità, chi vive in Campania, Sicilia o Basilicata ha poche opportunità: è come se ci fosse bisogno di un grande piano strategico di sostegno per le nuove generazioni perché quelle sono il futuro del Paese.


 

26/05/2013

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