Vino eccellenza italiana

Scritto da   Domenica, 14 Luglio 2013 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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L'antico nome dell'Italia era Enotria, che tradotto potrebbe risultare come la terra del vino. Effettivamente il vino è da sempre uno degli elementi che contraddistinguono il nostro paese.


Abbiamo vigneti in tutta la penisola, ogni regione ha tante denominazioni, eppure sono tanti i problemi che in questo momento toccano il mondo del vino italiano, il così detto “Vigneto Italia”: calo dei consumi, mercati che ristagnano e tanti, tanti altri problemi, non ultimo il fatto che si stanno perdendo migliaia di ettari, 9.000 soltanto negli ultimi mesi.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc.

 

Intanto possiamo spiegare cos'è e cosa fa la Federdoc?  
Federdoc è la federazione nazionale dei consorzi delle denominazioni di origine, quindi delle strutture che si occupano della valorizzazione, promozione e protezione delle denominazioni di origine dei vini italiani.

 

Consumi che calano, previsioni al ribasso, mercati che ristagnano e superficie vitata via via erosa. La situazione del “Vigneto Italia” è così drammatica?.
Io credo che sia più giusto considerare che finalmente sembra essersi raggiunto un equilibrio tra la domanda e l'offerta. Prima, anche grazie a politiche comunitarie che premiavano la sovrapproduzione e poi la distruzione del vino in eccesso, probabilmente si era lavorato non sui mercati, ma solo sulla produzione. Oggi che l'equilibrio è stato raggiunto è vero che abbiamo perso qualche ettaro, ma abbiamo guadagnato tranquillità e soprattutto, grazie alle nuove politiche europee, i fondi non vengono più utilizzati per distruggere vini in eccesso, ma per promuovere il vino italiano in giro per il mondo e quindi creare nuovi mercati e nuove prospettive di sviluppo.

 

Insomma, si beve meno, ma si beve meglio.
Direi assolutamente di si. Si beve meno, ce lo dicono le statistiche, forse anche perché siamo preoccupati da una patente a punti che può essere penalizzata da un eccesso di bere. Certamente beviamo una qualità migliore; nessun paese come l'Italia può vantare oggi strutture capaci di certificare il vino a denominazione di origine, quindi il vino che ha un luogo di origine, una sua storia che parte da un vigneto ben preciso e da regole di produzione ben fissate; nessuno fa quello che facciamo noi italiani, puntualmente, per ogni singola bottiglia.

 

È vero che il nostro numero di denominazioni, oltre 500, crea un po’ di confusione per il consumatore straniero?
Questa è una cosa che da presidente delle denominazioni delle regioni italiane continuo a dire. Ne abbiamo create troppe in una furia tipicamente italiana di dimostrare che noi abbiamo tante particolarità.
Probabilmente una migliore classificazione, un accorpamento di alcune denominazioni trattando alcune zone come sottodenominazione, potrebbe garantirci una maggiore capacità di comprensione da parte del consumatore straniero. Questo è un esercizio che stiamo facendo, una discussione che nel mondo dei produttori è stata avviata; bisognerà arrivare anche a delle conclusioni.

 

Tempo fa Federdoc ha lanciato un grido di allarme riguardo l’enopirateria. Di cosa si tratta?
Si tratta di copie più o meno simili all'originale, direi molto poco simili all'originale, che sfruttando la fama dei nostri vini a denominazione pone su etichette presenti su mercati stranieri lo stesso nome. Evidentemente non sono gli stessi vini, spesso non sono vini neanche similari, certamente sono delle copie, quindi fasulle e in molti paesi vietate dalla legge.
L'altro grosso problema è la vendita di kit per fabbricare vino. È una cosa che a noi italiani forse suona orribile, ma esistono polveri da mischiare con l'acqua per ottenere un Barolo, un Valpolicella e così via.
Abbiamo chiesto che almeno in Europa questo tipo di prodotti fosse proibito; adesso la battaglia si sposta oltre oceano perché in Nord America sono molto diffusi e possono soltanto creare l'idea che qualcuno possa farsi in proprio un vino come il Valpolicella o il Chianti. Mi sembra francamente molto distorsivo anche per dell'immagine dei nostri vini.


Quali sono i mercati di riferimento all'estero e quali sono i vini che funzionano di più all'estero?
I mercati di riferimento restano quelli storici. In Europa, sicuramente l'Inghilterra e la Germania; fuori dall'Europa in America sono gli Stati Uniti e il Canada in grandissima crescita. Dell'Asia si parla molto: in Cina non abbiamo ancora ottenuto risultati da considerare ottimali, ma certamente il Giappone e la Corea sono mercati di assoluto interesse per noi italiani. Qualcosa si sta muovendo in Africa: recentemente si parla molto dell'Angola. Quindi nuovi mercati si stanno affacciando.

Per quanto riguarda le denominazioni di maggior successo, mi costringerebbe a fare una classifica che da presidente non posso fare: lei sa che sono tutti soci, tutti devono andare d'amore e d'accordo. Certamente tutti i vini che conosciamo di più sono anche quelli di maggior successo in questo momento: vorrei dire prosecco, pensando a qualcosa che tutti possono trovare in tutto il mondo; vorrei dire Chianti classico, Brunello di Montalcino, lo stesso Barolo che ho già citato; andando verso il sud sicuramente il Castel del Monte in Puglia e così via. Se mi permette citerei la mia Franciacorta, visto che io da lì vengo.

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