Che differenza c'è tra un rifugiato e un richiedente asilo? O tra un clandestino e un immigrato irregolare? L'uomo della strada, il lettore, il telespettatore può non saperlo; ma il giornalista, l'operatore della comunicazione, ha il dovere di soppesare con esattezza i termini, per evitare di dare notizie dal tono allarmistico, fuorviante o scorretto. Considerando la grande influenza che hanno i mass media sull'opinione pubblica in tema dei migranti, i giornalisti italiani devono attenersi alla Carta di Roma: un protocollo che da dieci anni fissa i termini corretti da usare nel dare notizie relative ai migranti. Dei molti modi di presentare una notizia, e delle conseguenze sulla pubblica opinione, si è occupata “A conti fatti”, la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, intervistando Valerio Cataldi, reporter della RAI e presidente dell'Associazione Carta di Roma.

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“Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio [...] di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.”

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"Un linguaggio nuovo per le migrazioni". È questo il titolo della XXVII edizione del Rapporto Immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes che cerca di fotografare la realtà migratoria del paese, analizzandone numeri e tendenze.
Una fotografia che tuttavia non sempre viene raccontata con un linguaggio altrettanto aderente alla realtà.

Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Oliviero Forti, Responsabile Ufficio immigrazione Caritas Italiana.

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Il lavoro nobilita e rende la dignità a chi ha attraversato momenti difficili della vita. Questa semplice verità viene spesso dimenticata da chi dà per scontato il poter svolgere un lavoro e trarre da questo i mezzi per il benessere personale. Se il diritto al lavoro è un valore acquisito per i cittadini di uno stato moderno, tanto che la disoccupazione è un indicatore inesorabile del benessere di un paese, gli immigrati, e ancor più i clandestini, i rifugiati, i richiedenti asilo, devono lottare molto di più per affermare il diritto ad un lavoro dignitoso, che pure è sancito anche per loro dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Una storia esemplare di quanto il lavoro può significare nella vita di un giovane profugo che arriva in occidente è la testimonianza di Reza Hussiani, fuggito da bambino dall'Afghanistan dei talebani, ed oggi, a 25 anni, titolare di una sartoria a Roma.

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In una recente puntata di “A conti fatti”, rubrica radiofonica di Economia Cristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia, abbiamo raccolto l'allarme del presidente dell'Associazione Romeni in Italia sulle condizioni dei suoi connazionali nelle campagne del sud: costretti a lavorare e vivere in condizioni disumane e, nel caso di molte donne, sottoposti a molestie e vere e proprie violenze sessuali. Per approfondire l'argomento e dare la dimensione del fenomeno dello sfruttamento della manodopera agricola, non solo straniera, abbiamo intervistato Giorgia Ceccarelli, responsabile delle politiche per la sicurezza alimentare dell'associazione OXFAM Italia; autrice di un eloquente studio intitolato "Sfruttati. Povertà e disuguaglianza nelle filiere agricole in Italia".

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Circa un mese fa la Basilica di San Giovanni a Roma è stata teatro della 27a Festa dei Popoli, promossa dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma e dalla Caritas di Roma. La festa è stata anche occasione di riflessione sul diritto all'accoglienza e all'integrazione. Il convegno a margine della celebrazione ha permesso a diversi rappresentanti di comunità straniere in Italia di confrontarsi ed esprimersi. In Italia risiedono circa 5 milioni di stranieri. Circa un milione e 300 mila di loro sono in Italia da oltre 10 anni e 600 mila sono nati in questo paese. 

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La comunità straniera più numerosa in assoluto in territorio italiano è quella dei romeni, la cui immigrazione ha conosciuto un boom dagli anni '90, con la fine della dittatura, e poi dal 2007 con l'entrata della Romania nell'Unione Europea. L'ultimo censimento ha contato oltre un milione di romeni residenti in Italia. Uno degli interventi più delicati al convegno “La Chiesa in ascolto”, durante la Festa dei Popoli svoltasi a Roma alcune settimane fa, è stato quello di Eugen Terteleac, presidente dell'Associazione dei Romeni in Italia, che ha evidenziato elementi di criticità nella convivenza tra italiani e romeni. I tasti più dolenti, per la comunità romena italiana riguardano lo sfruttamento dei braccianti agricoli e la disciplina della tutela familiare nei confronti delle comunità nomadi.

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Una delle priorità della Commissione Ue è quella di rafforzare Schengen poiché per preservare la libera circolazione interna è necessario sapere esattamente chi entra e chi esce. Lo ha detto il commissario Ue agli affari interni, Dimitris Avramopoulos che ha inoltre annunciato che il nuovo sistema elettronico per controllare gli ingressi e le uscite nell'area sarà varato entro il 2020. Attraverso tale sistema - scrive l'Osservatore Romano - sarà possibile registrare nome, impronte digitali e immagine visuale, oltre alla data e il luogo di ingresso, dei cittadini extra-comunitari e dovrebbe essere in grado di monitorare il rispetto della durata di permanenza per chi beneficia di un permesso di soggiorno breve (90 giorni su un periodo di 180 giorni). Attraverso questo sistema - ha spiegato ancora il commissario Ue - si cercherà da un lato di reprimere l'immigrazione illegale e dall'altro di sostenere le autorità nazionali nella lotta contro il terrorismo e altri crimini gravi. L'europarlamento voterà per confermare l'accordo informale raggiunto con i governi il 20 giugno scorso. Secondo Avramopoulos, il sistema Ees "deve essere funzionante al più tardi nel 2020".
Sul tema della ricolloazione dei migranti è intervenuto anche Donal Tusk, presidente del Consiglio europeo, che ha detto: "Quando si tratta della crisi delle migrazioni, fin dall’inizio ho fatto appello perché si costruisca una risposta europea sulle cose che ci uniscono: la protezione dei nostri confini esterni. L'ho fatto spesso, sapendo che ci sono anche idee che mettono gli stati membri in uno stato di conflitto permanente. Una di queste è il ricollocamento (dei richiedenti asilo), con le quote obbligatorie: su questo tema, un consenso è improbabile oggi, come lo era molti mesi fa". 
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Il segretario generale della CEI, monsignor Nunzio Galantino, è intervenuto sul tema sempre più caldo dell'immigrazione, viste le elezioni politiche previste a breve e l'attenzione che viene data all'argomento sui media. Intervistato da Tg2000, a margine della presentazione a Roma del "Rapporto italiani nel mondo 2017" a cura della Fondazione Migrantes, ha raccontato la sua esperienza di 'migrante' in Svizzera: "La mia esperienza di migrazione non è stata così lunga ma sicuramente è stata positiva. Mi ha segnato molto: nei primi giorni in Svizzera ho vissuto addirittura nelle baracche insieme ad altri italiani. Ero lì a fare il macellaio, avevo bisogno di pagarmi il seminario e potermi sostenere gli studi. Per fare questo l’unica possibilità era utilizzare le vacanze per lavorare e guadagnare il necessario per il sostentamento".
Oggi come allora - a aggiunto Galantino - mi colpisce quello che noi diciamo degli immigrati. Ricordo una frase di un signore di un municipio svizzero: 'Tra gli italiani ci sono gli stracci che ballano'. Voleva dire che lì in Svizzera andavano solo gli italiani senza arte né parte. Ma questo non era e non è così. E oggi mi piacerebbe che quell’espressione che oggi viene detta nei confronti dei migranti che raggiungono l’Italia venisse rivista". Prendendo ancora la parola Galantino ha speso parole di elogio per i migranti che vengono nel nostro Paese, persone che il segretario generale sostiene essere spesso "laureate con un bagaglio culturale e lavorativo molto forte" e hanno dovuto abbandonare il proprio Paese "per la guerra, per le condizioni climatiche avverse. Alcuni anche per sperimentare modelli nuovi di cultura". 
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Tra le presenze più significative del forum "Donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli" durante la Festa dei Popoli di Roma dello scorso 21 maggio, va annoverato sicuramente quello di Suzanne Mbiye Diku, di origine congolese, che da decenni vive ed opera in Italia come medico chirurgo. La dottoressa Diku, che con la sua attività ha ricevuto la nomina di Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, è presidentessa dell'associazione REDANI (Rete della Diaspora dell'Africa Nera in Italia), che si occupa della comunità degli immigrati in Italia dall'Africa sub sahariana.

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