Secondo l’Organizzazione Mondiale per la sanità, una donna su tre è colpita da una qualche forma di violenza nel corso della sua vita. Ci sono violenze che salgono alla ribalta del dibattito pubblico, come gli stupri o i femminicidi, ed altre che risaltano meno, come le pressioni psicologiche sul lavoro o in famiglia.

Pubblicato in Società

Il 7 marzo, alla vigilia della Giornata internazionale della Donna, Earth Day Italia ha rilanciato la campagna #4women4earth che unisce la lotta contro la violenza sulle donne a quella contro la violenza sul pianeta.
Tra i testimonial più apprezzati di questa campagna Valentina Vezzali, la più grande schermitrice di sempre, sovrintendente della Polizia di Stato consigliere federale di Federscherma, ma soprattutto mamma e donna.
All’interno di “A Conti Fatti”, programma a cura di Economia Cristiana trasmesso da Radio Vaticana Italia, la sua testimonianza.

Pubblicato in Buone Pratiche

Secondo gli ultimi dati OMS a livello globale circa il 35% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale durante la loro vita.
Quasi tutte queste donne (30%) subiscono questa violenza all’interno di una relazione affettiva e il partner è responsabile del 38% dei femminicidi.
Per capire cosa accade in un uomo che si macchia di tali comportamenti e se ci sia la possibilità di interrompere una spirale prima che degeneri nelle forme di violenza più gravi, interviene su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Mario Mario De Maglie, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore del Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze.

Pubblicato in Società

Domenica 25 novembre è ricorsa la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con l’obiettivo di portare attenzione su una delle peggiori forme di inciviltà umana.
Secondo gli ultimi dati Eures nei primi dieci mesi di quest’anno in Italia le vittime di femminicidio sono state 106, una ogni 72 ore, ma il femminicidio è la punta dell’iceberg di un problema molto più esteso, sono infatti centinaia di migliaia le donne attualmente vittime di qualche forma di violenza, milioni quelle che l’hanno subita almeno una volta nella vita.

Pubblicato in Società

Il 25 novembre scorso, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Earth Day italia ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul tema.

Pubblicato in Società
Martedì, 27 Novembre 2018 19:00

Puntata del 27/11/2018

Nella puntata di "A Conti Fatti" del 27 novembre si parla di violenza di genere.

Intervengono:

  • Antonella Veltri, vicepresidente D.i.Re. Donne in Rete contro la violenza

  • Mario De Maglie, psicologo, Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze

  • Giulia Morello, direttore artistico Earth Day Italia 

Pubblicato in A conti fatti

Il 25 novembre è la Giornata internazionale dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne. Una giornata di ‘memoria’, una giornata in cui ‘fare il punto’ per capire come contrastare questa piaga tanto assurda quanto quotidiana. Una violenza ‘di genere’ che non trova le sue motivazioni nella vittima, quanto in un crudele gioco di ruoli in cui chi è fisicamente e/o socialmente più forte abusa del proprio potere. Ed è proprio in un’inconcepibile ‘legge del più forte’ che si trova l’origine di tutte le violenze presenti nel nostro Pianeta.


È per questo che per il 25 novembre, contro la violenza di genere, scende in campo anche Earth Day Italia. La nota organizzazione ambientalista - riferimento italiano della sede internazionale di Washington – lancia infatti la campagna di sensibilizzazione #4women4earth, strettamente legata all’Obiettivo 5 sulla parità di genere che l’ONU ha inserito nel 17 Goal da raggiungere entro il 2030.


“Quello della violenza di genere è un problema che ha radici culturali molto profonde” – dichiara Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia – “Evidentemente l’essere umano tende a sostituire il piacere che si prova nel custodire con cura la bellezza di una relazione e la ricchezza della natura con un compulsivo desiderio di possesso che finisce per distruggere ogni cosa. Non è un caso che la violenza sulle donne sia quasi sempre perpetrata dal partner o addirittura dai familiari. Anche con la Terra ci comportiamo in questo modo, dovremmo custodirla con amore, ma preferiamo pensarla come una nostra proprietà”.
“Riteniamo che la relazione tra il rispetto per la Terra e il rispetto per la donna sia molto stretta” – continua Sassi – “Sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali e violenza sulle donne hanno la stessa radice: il desiderio di possesso che si sostituisce al piacere della cura. È per questo che per noi questa attenzione sulla violenza di genere assume un senso speciale che concretizzeremo con moltissime iniziative nel corso del prossimo Villaggio per la Terra, cui invitiamo a partecipare tutte le organizzazioni impegnate in questa difficile battaglia per unire le forze in una grande testimonianza”.


E sarà proprio la parità di genere uno fra i temi principali che saranno affrontati in occasione del prossimo Villaggio per la Terra, manifestazione a celebrazione della 49ma Giornata della Terra che avrà luogo a Roma dal 22 al 29 aprile 2019 e che, nella sua ultima edizione, ha raggiunto il record di oltre 150 mila visitatori e 170 milioni di contatti media con più di 600 eventi realizzati da circa 250 organizzazioni.

Fra queste, è stata la Rete dei Centri antiviolenza D.i.Re Donne in Rete contro la violenza che per prima ha voluto sostenere il progetto di Earth Day Italia #4women4earth.
Dichiara la presidente Lella Palladino: “Siamo davvero felici della proposta di Earth Day Italia di portare al Villaggio per la Terra il tema della violenza contro le donne, un fenomeno pervasivo che colpisce in forme diverse milioni di donne in Italia”.
“La violenza contro le donne – afferma la Palladino – ha un parallelo simbolico e pratico terribile nelle violazioni perpetrate quotidianamente contro la Terra attraverso l’inquinamento, la deforestazione, il consumo di suolo, espressione di una medesima cultura patriarcale che tratta gli esseri umani e la natura come proprietà di cui disporre illimitatamente”.
D.i.Re comprende 80 organizzazioni che gestiscono 85 centri antiviolenza e 55 case rifugio in 18 regioni. “D.i.Re lavora incessantemente per costruire società in cui la cultura del rispetto per le donne e i loro diritti possa permeare nel complesso lo sguardo e l’agire sul mondo, compresa la cura e protezione della natura e degli altri esseri viventi, siano animali o piante” conclude Lella Palladino.
Solo nel 2017 ben 20.137 donne si sono rivolte ai centri D.i.Re: il 56% di loro aveva subito violenze da parte del partner, il 20% da parte dell’ex e il 13% da familiari e amici. E, se nel 73% la violenza è psicologica, nel 62,1% è anche fisica, nel 13,5% è sessuale e nel 16,1% dei casi si tratta di stalking.


Oltre ad una rete che si occupa in modo specifico di violenza contro le donne, #4women4earth vede anche la partecipazione di testimonial provenienti dal mondo della cultura e dello sport, come racconta Giulia Morello, direttore artistico di Earth Day Italia: “La violenza di genere è innanzitutto una questione culturale e coinvolge la società nei suoi livelli più diversi. Per questo è fondamentale il sostegno dei testimonial provenienti dal mondo dello sport, della cultura e dello spettacolo per sostenere in prima persona questa sfida lanciata dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Siamo felici di avere tra i primi testimonial della campagna #4women4earth il poeta Gio Evan e la pluri-campionessa Valentina Vezzali”.

E sono proprio questi due personaggi ad esprimersi per primi su questo tema così doloroso.

“La terra
senza te
è solo rra
e la parola rra
da noi
non ha alcun significato”.
Gio Evan per la campagna #4women4earth

“Sin da piccola mi colpisce sempre sentir parlare di “Madre Terra” o di “Madre Natura”. Credo che siano termini che racchiudano realmente il senso di ogni cosa: la Terra e la Natura come “donne” e “madri” da cui tutti noi nasciamo e che “cullano” tutti noi.
Per quanto bella sia questa immagine di “madri” e di “donne” che ci hanno generato, tanto triste è la realtà che vede l’umanità recare loro “dolore” e sfregiare le nostre radici.
Apprezzo molto la scelta di Earth Day Italia di affiancare proprio al tema del rispetto di “Madre Terra”, anche quello della violenza di genere. Riflessioni che sono certa non saranno vane e che si inquadrano proprio nel rispetto della donna, anche in quanto madre. Proprio come “Madre Terra” e “Madre Natura”.
Valentina Vezzali per la campagna #4women4earth

La violenza devasta, distrugge, e troppo spesso non permette di ricrescere. La psiche violata di una donna che ha subito abusi, di qualsiasi genere, spesso conserva per sempre cicatrici del saccheggio della propria libertà, del proprio diritto di “essere” e di esprimersi. Ed è proprio in una cultura del rispetto dell’”altro da noi”, che sia un altro essere umano, un altro genere, un’altra specie, un'altra razza o più in generale tutto ciò che ci circonda,  appunto la natura, che si può trovare la linfa vitale per dare terreno fertile ad una vita dignitosa su questa Terra.

Pubblicato in Società

Uno dei confini più caldi del mondo è quello tra Etiopia ed Eritrea, teatro di una guerriglia continua tra i due eserciti, attraversato da migliaia di uomini e donne in fuga dal conflitto e dalla fame. In questi giorni, a Roma, è esposto “Muta il cielo”, il lavoro di una fotoreporter che ha seguito in particolare il viaggio delle donne eritree: dai villaggi devastati dalla guerra, attraverso le tappe africane, fino ai centri di accoglienza in  Europa. Le foto esposte nella galleria WSP Photography di Roma fino al 7 marzo, raccontano l’odissea quasi sconosciuta di queste donne: adolescenti, madri o figlie, accomunate da esperienze di violenza, sopruso e abbandono che possono durare anche per decenni.
A conti fatti”, la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha incontrato l’autrice del reportage, Cinzia Canneri.


Può fare un inquadramento sociale e storico dell'Eritrea? Da che cosa ha origine il conflitto, e qual è la situazione attuale?
L'eritrea vive una situazione di dittatura: una delle più terribili dittature che vi sono al mondo. Le persone sono soggette a persecuzioni e a un servizio militare illimitato che coinvolge sia uomini sia donne. È un paese stremato dalle guerre: la prima guerra di indipendenza dall’Etiopia, dal 1961 al 1991; e la seconda guerra, dal ‘98 al 2000, che è considerata una delle più atroci, perché in soli due anni si stima siano morte 19 mila persone. Una stima, questa, che riguarda soltanto l'esercito, e soltanto il confine del villaggio Badme, tra l'Etiopia e l'Eritrea. Questa guerra è finita con l'Accordo di Algeri (dicembre 20002, in seguito a una mediazione dell’ONU, ndr.) che ha determinato il confine assegnando il villaggio all'Eritrea. Ma l'Etiopia non ha mai accettato questo verdetto. In Eritrea c’è quindi una situazione di guerriglia ai confini con l’Etiopia e una dittatura dal 19993: sempre lo stesso capo di governo, Isaias Afewerki. Non vi sono elezioni; nonostante la liberazione e l'indipendenza dall’Etiopia non si è mai attuata la costituzione; e le persone sono soggette a dittatura, persecuzione e, appunto, al servizio militare illimitato che coinvolge uomini e donne.

Com’è nato il progetto del reportage, oggetto della mostra? Com’è venuta a conoscenza di queste storie?
L’idea è nata dal voler analizzare la migrazione di genere che riporta delle sue specificità. Qual è la migrazione delle donne? Quali problematiche e quale caratterizzazione ha? Dall'altra parte, ero interessata al coinvolgimento dell'Italia nella storia di questo paese (l'Eritrea è stata una colonia italiana per più di cinquant’anni) e al perché di questo paese si parla e si conosce poco.

Chi sono le donne ritratte nelle foto, i soggetti di questa migrazione di genere? Quali sono i motivi che le spingono a partire dal loro paese?Come ho detto sono coinvolte quanto gli uomini nel servizio militare illimitato. Già a 16 anni viene effettuata la “Sawa”, una specie di scuola e di praticantato dove viene deciso se le persone continueranno negli studi o nel servizio militare. I più vengono scelti per il servizio militare, che vuol dire andare in un paese sperduto da cui, della persona, si può anche non sapere più niente per anni. Lasciano quindi le proprie famiglie in una situazione di vulnerabilità: non sanno come sopravvivere. Vi è quindi una condizione della vita quotidiana insostenibile. Durante il servizio militare, per le donne vi sono poi delle persecuzioni, delle torture sistematiche, anche degli stupri, come hanno riferito alcuni report dell'ONU, che rimangono impuniti. Le donne lasciano l'Eritrea per cercare, ovviamente, una vita migliore, di sostentamento, di sopravvivenza, anche per la propria famiglia.

Che cosa si aspettano dal viaggio, dalla vita in Europa quando partono? Che cosa trovano, invece, al loro arrivo?
L'aspettativa del viaggio ovviamente è per una vita migliore. Quando ho avuto modo di parlare con loro, di evidenziare gli aspetti negativi, come la condizione di non inserimento,  che possono trovare in occidente, ho notato che la loro spinta è comunque a provare ad uscire da una situazione. Oltre all'aspetto “ideale” di un destino migliore, ciò che le spinge è una forza di sopravvivenza. Questo è un aspetto nuovo che dobbiamo considerare. Quando evidenziamo gli aspetti negativi che possono poi trovare in occidente, il non avere una vita migliore, dobbiamo considerare che loro devono uscire da una situazione di estremo pericolo. È proprio la spinta alla sopravvivenza che le porta a fuggire.

La mostra parla anche del viaggio, che non è breve: spesso dura mesi o anni, ed è pieno di episodi violenti. Possiamo dare un'idea di ciò che succede a queste donne durante il viaggio?
Il viaggio che mi interessa analizzare è quello di migrazione, ma durante il viaggio si determinano degli insediamenti molto lunghi nelle città africane. La dimensione temporale che noi abbiamo del viaggio è stereotipata: si pensa quasi che partano e poco dopo arrivino. In realtà un viaggio può durare anche vent’anni e può determinare anche dei blocchi. Cioè, molte donne si possono trovare bloccate in alcune città dell'Africa. Di solito la traiettoria di migrazione verso l'occidente è questa: dall’Eritrea si passa all’Etiopia e al Sudan; poi vi è una biforcazione: Egitto o Libia. Scelgono la via dell'Egitto soprattutto le donne che hanno meno finanziamenti e sostegno economico dai parenti che possono avere in occidente: hanno la speranza di imbarcarsi da Alessandria, facendo una via più lunga e con più pericoli in mare, ma che determina meno pericoli via terra rispetto alla Libia. Una speranza del passato perché ormai da un paio d'anni la via dell'Egitto è bloccata. Oggi succede che anche le donne che sono al Cairo si spostano in Libia, proprio  perché dal Cairo è tutto fermo. Il viaggio di migrazione delle donne, è quindi un lungo viaggio che passa per delle città africane, e che lì si può anche bloccare, determinando delle problematiche specifiche da città a città.

Quali sono i pericoli che corrono durante il viaggio?
Ovviamente il primo pericolo è la violenza sessuale, oltre a quello della perdita della vita che riguarda tutti i migranti. Conoscendo la loro storia, parlando con loro, raccogliendo le loro testimonianze, mi sono focalizzata anche su un altro tipo di problematica che vivono: quella dell'abbandono.

Da una parte, la violenza del trafficante è conosciuta da tutti noi. Adesso è abbastanza frequente vedere immagini, avere dei report sulle violenze che avvengono, soprattutto in Libia, durante il passaggio nel deserto. Meno conosciuta è la situazione dell'abbandono. Essendo il loro viaggio così lungo, succede che in città come ad esempio Khartum, in Sudan, possano restare anche dieci anni. Ho raccolto testimonianze di donne rimaste lì dieci anni per racimolare i soldi e proseguire nel loro viaggio. Che cosa succede? Si accoppiano, volontariamente, con persone solitamente della loro etnia, e ricreano un piccolo gruppo di famiglia. Però, fuori dalle regole della propria comunità di appartenenza, e con l'obiettivo del viaggio, è facile che le donne siano poi lasciate dagli uomini e si trovino da sole, con dei figli, a dover proseguire nel loro viaggio; cosa che le rende ancora più vulnerabili ovviamente, e le pone in una situazione di ancora maggior pericolo. La violenza sessuale è addirittura vissuta come qualcosa che si sa: quasi un sacrificio che la donna deve affrontare. Questo lo dimostrano anche le applicazioni sottocutanee che si fanno: contraccettivi a lento rilascio di ormoni che si iniettano prima di partire, dimostrando così di sapere di andare incontro a violenze. La condizione dell'abbandono è meno contemplata, ma a livello psicologico e sociale è ancora più devastante.

Come e dove ha incontrato ha incontrato queste donne? Dove ha scattato le fotografie? Con quali associazioni e realtà è venuta in contatto per realizzare il reportage?
Ho iniziato questo reportage nei centri di accoglienza di Roma: nel Centro Umanitario di via del Frantoio e nel centro della Croce Rossa di via Ramazzini. Quindi ho iniziato a conoscere le donne, a raccogliere le loro testimonianze, all'interno dei centri. Poi mi sono spostata in Africa: sono andata sia al Cairo che ad Addis Abeba in Etiopia, e ho cercato di conoscere la loro vita comunitaria in queste città. Ovviamente in queste tre tappe, in queste tre situazioni diverse, ho trovato anche testimonianze e condizioni diverse della donna. Ad Addis Abeba, che è la prima tappa dall’Eritrea, arrivano le donne rifugiate che chiedono asilo politico; anche lì per racimolare dei soldi e poi proseguire nel loro viaggio che poi passa dal Sudan. Ad Addis Abeba ho conosciuto donne che, appunto, già si preparavano alle pratiche delle iniezioni sottocutanee cui ho accennato. Si può dire che si preparino sia ad affrontare il viaggio con il loro corpo, sia a costruirsi una condizione sociale: a lavorare per racimolare dei soldi per continuare il viaggio. Al Cairo invece ho conosciuto le donne bloccate in questa città; cosa che determina grandissimi problemi perché in maggioranza sono cristiane ortodosse. In Egitto le violenze sessuali sono un problema: nel paese più dell'80% delle donne ha subito una molestia sessuale, verbale o fisica. Per le donne eritree, non musulmane, il problema è ancora maggiore. A Roma sono alla loro tappa di arrivo, in cui richiedono il collocamento, solitamente, in paesi europei. Una caratteristica del mio reportage è che ricerco nomi e cognomi delle persone che fotografo. Le persone che fotografo, sanno di essere parte di un lavoro. Spesso vivo nelle loro case, e mi è possibile perché collaboro con delle associazioni: Habeshia con Zerai Moussie, e Gandhi Charity con Alganesh Fessaha. Questo mi ha permesso di entrare nella vita privata e quotidiana delle persone, e di fare un reportage in cui l’immigrato ha una sua identità e una sua storia personale da raccontare, da cui poi si ricostruisce un quadro sociale.

Pubblicato in Attualità e Politica

Secondo i dati dell’Istat il 31% delle italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito un qualche genere di violenza nell’arco della vita per il fatto di essere donna. Si tratta di circa 7 milioni di persone che, nei casi meno gravi, sono state molestate; nel numero però rientrano anche i fenomeni più odiosi delle violenze fisiche, quelle psicologiche prolungate negli anni, e le persecuzioni ai loro danni. In Italia è attivo un numero di telefono, il 1522, adibito a Servizio Antiviolenza e Stalking. Una statistica recente ha estrapolato i dati di ben 17500 chiamate a questo numero, disegnando un quadro della violenza di genere nel paese. 
Il 50% delle storie raccontate agli operatori del 1522, si riferivano a violenze fisiche, il 38% psicologiche e per il 4% a minacce. Lo stalking riguarda solo il 5,6% delle richieste di aiuto. Soltanto nel 9% delle chiamate la segnalazione di un caso di violenza proviene da qualcuno che non sia la vittima; dato che fa trasparire una certa omertà nella cerchia delle vittime.
Le donne che si rivolgono al Servizio Antiviolenza sono sposate nel 53% dei casi, separate o divorziate per il 15%. Nel 75% dei casi l’autore della violenza è il coniuge, il partner, il convivente o l’ex, mentre in un altro 15% dei casi è un familiare. Nel 91% dei casi  gli episodi di violenza durano da mesi, o da anni; soltanto il 2% delle chiamate riguardano la prima violenza subita. Questo denota la convinzione che le prime manifestazioni di violenza possano essere temporanee e rimediabili, mentre i dati affermano che nel 75% dei casi purtroppo le vessazioni crescono in frequenza e in gravità.

La quasi totalità di queste chiamate viene girata a centri e servizi antiviolenza sul territorio. Uno questi è Differenza Donna, la cui presidente, Elisa Ercoli, è intervenuta nella trasmissione “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it su Radio Vaticana Italia, in una puntata dedicata alla parità di genere.

Pubblicato in Società

Informazioni aggiuntive