Diego De Cicco

Diego De Cicco

Un cambiamento che si genera a partire dal basso. È proprio questo il senso dell’iniziativa promossa da Maria Giulia Terenzi, giovane artista e ortista cattolichina, che si propone di realizzare la prima mostra sostenuta da Crowdfunding nella sua città.

Per chi non lo sapesse, Crowdfunding (dall’inglese crowd, folla, e funding, finanziamento) è una forma di finanziamento collettivo di progetti ideati da singoli o organizzazioni.

“In un mondo in cui cultura e istruzione sono i primi settori a subire dei tagli - spiega Maria Giulia - sensibilizzare la gente e mettere insieme forze e risorse può essere una buona soluzione per realizzare progetti alternativi là dove le istituzioni non riescono ad arrivare per mancanza di mezzi”.La mostra “SEMI”, che comprende dipinti e installazioni con materiali di recupero, si svolgerà dal 20 settembre al 12 ottobre 2014 presso la Galleria comunale Santa Croce di Cattolica e ha già ricevuto il patrocinio del Comune e un contributo dalla BCC di Gradara per la stampa del catalogo e delle locandine.

“Il contributo che i sostenitori vorranno riconoscermi servirà a coprire le spese richieste dal Comune per l’utilizzo della Galleria; tutto il resto, compresa l’organizzazione e la gestione di laboratori didattici e visite guidate viene messo da me a disposizione in maniera volontaria”, precisa l’artista.“Sì perché – continua spiegando il senso del progetto - dopo le due precedenti edizioni del progetto svoltesi nel 2013 a Mombaroccio e a Gradara (PU), l’intento è quello di coinvolgere i bambini delle scuole elementari a cui proporre attività incentrate su terra, semi e materiali di recupero. il nucleo della progetto.Ogni opera esposta ha al suo fianco dei semi che il visitatore potrà prendere in dono con l’invito ad averne cura, nell’attesa di vederli spuntare e crescere. Il seme germoglia, la pianta cresce e si allontana dalla terra, ma non dimentica mai le sue radici, antica saggezza da riscoprire, e ritmi naturali a cui ritornare; dunque, anche recupero di materiali, scambio e condivisione, contrapposti alla cultura del consumo e dell’usa e getta. Arte e Cultura sono di tutti, ma richiedono il nostro interesse e la nostra responsabilità!”.

Per maggiori informazioni su come sostenere il progetto: https://www.produzionidalbasso.com/pdb_3680.html

Il termine sostenibilità indica una condizione di sviluppo, tale per cui vengono soddisfatti i bisogni della generazione presente senza andare a compromettere le possibilità delle generazioni future di poter realizzare i propri. Indica, quindi, un’attenzione particolare ad ogni singola attività dell’uomo. Attività che deve essere il più possibile rispettosa dell’ambiente. Il settore edile, ad esempio, rappresenta una delle attività a più alto impatto ambientale. L’energia consumata nell’edilizia residenziale, afferma l’Enea, per riscaldare gli ambienti e per l’acqua calda sanitaria rappresenta, infatti, circa il 30% dei consumi energetici nazionali e il 25% delle emissioni totali nazionali di anidride carbonica. Proprio per questo si è andata sempre più sviluppando anche nel nostro paese una filosofia dell’abitare sostenibile. Ma quali caratteristiche deve avere una casa sostenibile? Deve essere intelligente, attenta all’ambiente e altamente performante in termini di consumi.

Per sensibilizzare maggiormente su questa importante tematica, Earth Day Italia ha lanciato il portale “Casa Sostenibile”, un decalogo di consigli per rendere più sostenibile la propria abitazione. E lo fa con Schüco Pws Italia, azienda che si occupa di infissi in PVC e che intende perseguire l’obiettivo di un’architettura sostenibile che coniughi tecnologia, design e rispetto per l’ambiente. Proprio il PVC, infatti, è uno dei materiali più utilizzati nel settore edile per le sue performance tecniche soprattutto termiche.

Ma vediamo più nel dettaglio com’è una casa sostenibile. Primo elemento che la deve caratterizzare è l’isolamento termico: la dispersione di calore delle nostre case, infatti, è il primo elemento che indica consumo di energia. Le finestre possono essere un buon indicare di isolamento termico di una casa. Una finestra con doppio vetro risulta, infatti, più isolante rispetto ad una con un singolo vetro. Ma possiamo ridurre ulteriormente le dispersioni anche controllando lo stato delle guarnizioni o dei serramenti delle finestre stesse e sostituirli se necessario.

Le energie rinnovabili, sono l’altro elemento di identificazione. Prima fra tutte l’energia solare: attraverso l’installazione degli impianti solari termici, si può produrre il 70% di acqua calda gratuitamente.

Ma anche i nostri singoli gesti quotidiani possono contribuire a rendere la nostra casa più sostenibile. Parliamo di piccoli accorgimenti come ad esempio l’utilizzo di lampadine a basso consumo energetico: anche se costano, in media, 10 volte di più delle alogene o ad incandescenza, durano però da 8 a 10 volte di più e consumano molto, molto meno. In questo modo, inoltre, si ottiene un taglio della CO2 di ben 38 milioni di tonnellate non più immesse nell'atmosfera; utilizzare in maniera intelligente gli elettrodomestici: evitando, ad esempio, il ciclo di prelavaggio nella lavatrice, si risparmia il 15% di energia. Oppure utilizzando una presa multipla per collegare tutti gli apparecchi elettrici: in questo modo si possono ridurre i consumi dal 5 al 10%. E questi sono per citarne alcuni.

Scopri i consigli per una casa a misura di Pianeta sul sito www.casasostenibile.earthdayitalia.org.

Che l’Italia sia invasa dal cemento non è certamente una novità. Lo conferma anche Legambiente che ha reso noto ieri il rapporto “Basta case vuote di carte”, dove è stato analizzato il consumo di suolo nel nostro Paese.

In tre anni abbiamo perso, secondo Ispra, ben 720 chilometri quadrati di suolo per costruire case, strade, autostrade e ferrovie. Con gravi danni all’ambiente, ma non solo. Una vera e propria “epidemia cementificatoria”, afferma Legambiente, che va oltre la crisi di questi ultimi anni. Il tasso di consumo di suolo – si legge nel dossier dell’Associazione del cigno verde– negli anni ’50 era pari al 2,9%, mentre oggi è arrivato al 7,3%. Dei 22mila chilometri quadrati urbanizzati in Italia, il 30% è occupato da edifici e capannoni, il 28% da strade asfaltate e ferrovie. Tra le città con le superfici più cementificate troviamo Napoli e Milano (con oltre il 60%) seguite da Pescara e Torino (oltre il 50%) e poi da Monza, Bergamo, Brescia e Bari con oltre il 40% di superficie impermeabilizzata.

“Senza un serio impegno politico la situazione non cambierà – dichiara il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. Servono subito provvedimenti specifici per frenare il consumo di suolo e per la riqualificazione del patrimonio edilizio con chiari obiettivi di efficienza energetica e sicurezza anti sismica. Non servono altre case di carta in periferia, insicure e invivibili, ma nuove politiche per ripensare periferie degradate e dismesse con procedure che permettano finalmente di avviare progetti innovativi”.

La parola d’ordine, quindi, deve essere soprattutto riqualificazione: nel nostro Paese ci sono ben 2milioni e 700mila case vuote e abbandonate. Un patrimonio inestimabile che aspetta solo di essere riqualificato. Continua però a risultare impossibile, afferma sempre Legambiente, realizzare ambiziosi progetti in aree degradate o dismesse, o che riguardino condomini, per normative che impediscono o rendono costosi e complicatissimi interventi invece fondamentali. Eppure sono oltre 2milioni e 500mila gli edifici residenziali sui quali sarebbe urgente intervenire.  865mila sono gli edifici residenziali in aree ad alto rischio sismico, per un totale di circa 1,6 milioni di abitazioni, mentre il totale degli edifici residenziali a rischio medio ed alto raggiunge i 4,7 milioni, con punte elevatissime in Sicilia (oltre 1,2 milioni di edifici) ed in Campania (quasi 800 mila edifici). Gli edifici residenziali a rischio frane e alluvioni sono oltre 1,1 milioni (2,8 milioni di abitazioni e 5,8 milioni di persone che ci abitano), in particolare in Campania ed Emilia-Romagna dove si trovano rispettivamente 442 mila e 416 mila abitazioni, per un totale di oltre 300.000 edifici residenziali e 2 milioni di residenti coinvolti.

Per sensibilizzare su questa questione e per comprendere meglio quali luoghi sono maggiormente a rischio, sempre ieri è stato lanciato il portale web stopalconsumodisuolo.crowdmap.com dove sono state raccolte le segnalazioni di oltre 100 aree in pericolo, con informazioni, foto, video e segnalazioni relative al consumo di suolo nel nostro Paese.

Fenomeno che sta prendendo sempre più piede anche nel nostro Paese, gli orti urbani avvicinano sempre più il cittadino alla terra. Circondati dai palazzi delle grandi città, gli orti urbani sono infatti uno strumento importante per salvaguardare il territorio attraverso le coltivazioni ortofrutticole, ma anche per preservare questi luoghi dal degrado e dalla cementificazione.

Fenomeno in crescita in tutto il Paese, solo nella regione Lombardia gli orti urbani sono diventati quasi 2.800. Una crescita del 40% rispetto a due anni fa, afferma Coldiretti Lombardia che stila anche la prima mappa 2014 degli orti urbani della regione. Andando ad analizzare questa mappa, Coldiretti Lombardia evidenzia come a Brescia sono presenti ben 212 orti urbani, 63 a Bergamo, 100 a Monza, 100 a Lodi, 85 a Sondrio, 200 a Pavia, 46 a Mantova, 135 a Cremona, 137 a Varese, 154 a Como, 165 a Lecco e ben 1384 a Milano. 

Nelle amministrazioni comunali – afferma la Coldiretti regionale – si sta rafforzando sempre più la propensione a creare zone di orti urbani come afferma Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia. Zone “che assolvano a una duplice funzione: da una parte fornire ad anziani e famiglie un servizio con costi di gestione molto limitati, dall’altra migliorare la vivibilità delle periferie dove si solito queste aree vengono ricavate e attrezzate”.

“Fare un piccolo orto o curare una piantina in un vaso – continua Ettore Prandini – è educativo anche per i bambini, che imparano che frutta e verdura non nascono dagli scaffali di qualche supermercato, ma dalle piante, dal lavoro dell’uomo, dalla cura che mettiamo nelle cose”. 

La saggezza contadina insegnava come del maiale non si buttasse via niente, ma evidentemente questa virtù non è un'esclusiva del mondo animale. Le arance, per esempio non sono da meno.

L'ultima sul loro conto racconta di un utilizzo della buccia davvero fantasioso. Niente a che vedere con la sfera del gastronomico e del commestibile, bensì una trovata a metà tra moda e bellezza.

Due giovani ragazze siciliane, Adriana Maria Santanocito ed Enrica Arena, hanno pensato di utilizzare gli scarti di questo agrume per produrre capi di abbigliamento vitaminici, tonificanti per la pelle, grazie alle nanotecnologie.

"Trasformiamo uno scarto che è un costo per le aziende in un'opportunità di rilancio del tessile made in Italy – ha spiegato Enrica Arena nel salotto televisivo di "Porta a Porta" – grazie ad un tessuto vitaminico che quando viene indossato ha l'effetto di una crema cosmetica. Contiamo di presentare a maggio il prototipo finale del tessuto – ha anticipato la giovane– per procedere poi con la commercializzazione entro sei mesi".

Orange fiber, così si chiama quest'originale progetto, ha creato una comunicazione diretta tra i due estremi d'Italia, la patria delle due ideatrici e degli agrumi, la Sicilia, e il Trentino Alto Adige.

Con grande lungimiranza il Trentino ha infatti scelto di sostenere una startup siciliana: l'idea delle due ragazze è stata co-finanziata da Provincia autonoma di Trento e Comunità Europea tramite il bando Seed Money-FESR e sarà seguita nei suoi primi passi dai servizi di sostegno all'avvio di impresa di Trentino Sviluppo.

In un momento di evidente difficoltà del fare impresa in Italia abbiamo avuto un assaggio concreto di quanto la creatività e l'approccio ecologico rappresentino la strada vincente.

Biopisscina è una parola nuovissima, che racconta però una realtà che anche in Italia si sta sempre più diffondendo. Si tratta di piscine in cui non si utilizzano agenti chimici per la depurazione e che si inseriscono nell’ambiente in maniera sostenibile grazie alla fitodepurazione.

Nel nord e centro Europa queste particolari strutture acquatiche sono già una realtà consolidata (le prime sono state create in Austria oltre 30 anni fa), con migliaia di esempi di ogni tipologia, forma ed utilizzo. Ma da pochissimi anni in Italia hanno iniziato a fare la loro comparsa laghetti e piscine ad uso balneabile, meno fintamente azzurre di quelle tradizionali e meno odoranti di cloro ma sicuramente più naturali e, soprattutto, ambientalmente sostenibili.

La particolarità di questi specchi d'acqua artificiali deriva dal fatto che la depurazione non avviene con i sistemi artificiali e tradizionali di trattamento chimico delle acque, quali ad esempio quelli utilizzati per le classiche piscine, ma attraverso l'impiego di elementi naturali, principalmente piante e ghiaia, in grado di rendere le acque balneabili.I biolaghi e le biopiscine nel nostro Paese si stanno affermando in particolare in contesti quali case di campagna, agriturismi, bed and breakfast e agriturismi e, in generale, in tutte quelle realtà che si affidano a scelte eco-sostenibili per ridurre l'impronta ecologica delle attività umane.

Va precisato che, perché una biopiscina possano dirsi realmente tale e la sua creazione possa essere di utilità all'ambiente e non possa comportare qualche danno, si devono però rispettare alcune caratteristiche molto importanti: sono banditi i trattamenti coi raggi ultravioletti, che distruggono la biologia dell’acqua e la vita presente in essa. L’impianto, inoltre, non deve fare uso di prodotti commercializzati per “naturali” ma in realtà a contenuti chimici. Altrettanto non ecologici sono quegli impianti ad aspetto “naturale” o naturalizzante ma in realtà a depurazione chimica.  Una regola è basilare: l'ecosistema creato dalla biopiscina deve essere in grado di risolvere autonomamente i problemi che possono comprometterne l'equilibrio.

A oggi i centri italiani che hanno piscine naturali pubbliche sono 10, non molti ma pur sempre un inizio. Ecco l'elenco dei primi comuni virtuosi: Comune di Campo Tures (Bz), Comune di Dobbiaco (Bz), Comune di Luson (Bz), Comune di Corvara (Bz), Comune di Monclassico (TN), Comune di Roana (VI), Comune di Mercallo (Va), Comune di Castelnuovo - Val di Cecina (PI), in costruzione un impianto ad IVREA (TO). 

Ieri l’ambiente ha ottenuto una grande vittoria. Con 539 voti a favore, 51 contrari e 72 astensioni, Il Parlamento Europeo con una voce sola ha detto basta ai sacchetti di plastica per la spesa. L'inquinamento causato da questi sacchetti, infatti, rappresenta un grave problema ambientale, poiché inquina i bacini idrici e, in particolare, gli ecosistemi acquatici. Come è ben dimostrato dalla comunità dei biologi marini, il maggior danno provocato dai sacchetti di plastica non è tanto conseguenza degli elevati consumi di petrolio per la produzione materiale, la fabbricazione e il trasporto dei sacchetti di plastica, quanto piuttosto dal loro smaltimento finale e soprattutto dalla dispersione dei sacchetti nell'ambiente a causa della loro elevata volatilità e della loro persistenza (per decenni, se non per secoli) nell'ambiente. Senza dimenticare che molto spesso questi sacchetti vengono ingeriti dai pesci perché scambiati per cibo e causandone quindi la morte.

Nel 2010, si stima che ogni cittadino UE abbia fatto uso di 198 sacchetti di plastica, il 90% dei quali erano leggeri. In futuro si prevede che il consumo di sacchetti di plastica sia destinato ad aumentare ulteriormente. Sulla base della valutazione d'impatto della Commissione, oltre otto miliardi di sacchetti di plastica sono stati gettati nel 2010 nell'Ue. Era quindi estremamente necessario fare qualcosa.

"I deputati hanno votato per rafforzare in modo significativo i progetti di norme comunitarie volte a ridurre l'uso dei sacchetti di plastica. Come i paesi che hanno iniziato tale processo prima hanno dimostrato, ridurre drasticamente il consumo di questi sacchetti di smaltimento è un obiettivo facilmente raggiungibile con una politica coerente. Eliminando rapidamente tali sacchetti è una soluzione facilmente applicabile al problema pervasivo dei rifiuti plastici nell'ambiente," ha dichiarato la relatrice Margrete Auken (Verdi/ALE, DK).

Con orgoglio possiamo dire che è stato proprio il nostro Paese il pioniere della riduzione massiccia dei sacchetti di plastica. “Sugli shopper e a difesa dell'ambiente l'Europa si allinea all'Italia, che è stata battistrada nel mettere al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili", ha commentato soddisfatto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti. "Quella del nostro paese - prosegue il ministro – è stata una battaglia di avanguardia vincente che ci ha portato nel 2011 a vietare l'uso dei sacchetti di plastica inquinanti. Una legge che ha consentito di contrastare una fonte di inquinamento del territorio e del mare dagli effetti gravi anche sulla fauna, specie quella ittica".

“Il "modello italiano"- conclude Galletti - diventa modello europeo dando una mano all'ambiente e stimolando la filiera della chimica verde alla produzione e alla ricerca sui sacchetti di matrice organica, che rappresentano un'altra delle sfide virtuose della green economy".

Ma andiamo a vedere più nel dettaglio i vari passaggi per questa riduzione: entro il 2017 dovrà essere ridotto il 50% delle buste di plastica e l’80 % entro il 2019. Questione prioritaria riguarda i sacchetti di plastica in materiale leggero, ovvero con uno spessore inferiore a 50 micron, meno facilmente riutilizzabili dei sacchetti di spessore superiore e con un maggior rischio, quindi, di essere gettati e inquinare l'ambiente. Gli Stati membri dovranno almeno dimezzarne il consumo entro il 2017 e ridurlo dell'80% dopo due anni. Si possono utilizzare misure quali imposte, tasse, restrizioni o divieti di commercializzazione per evitare che i negozi forniscano gratis i sacchetti di plastica, fatta eccezione per quelli ultraleggeri, utilizzati per avvolgere alimenti sfusi come carne cruda, pesce e prodotti lattiero-caseari.

Per quanto riguarda i sacchetti di plastica utilizzati per avvolgere alimenti come frutta, verdura e dolciumi, questi dovranno essere sostituiti entro il 2019 da sacchetti di carta riciclata o sacchetti biodegradabili e compostabili. 

Non è una nuova moda passeggera e forse non è (ancora) un neologismo, l’ecocucina potrebbe definirsi un vero e proprio stile di vita. Soprattutto se qualcuno ha deciso di dedicare le proprie energie nell’ideare e studiare tecniche per creare ricette realizzate con tutto quello che siamo soliti gettare nella spazzatura.

Lisa Casali, che sul sito di ecocucina si fa chiamare Lisca, scrive che la cucina e l’ambiente sono il suo pane quotidiano. Cibo e fornelli la sua passione. Tutto legato a doppio nodo l’ambiente:  prima il tema dei suoi studi poi del suo lavoro.

Ecocucina è nato un po’ per caso.

Dopo anni e anni di sperimentazioni, è nato in Lisa, stanca di acquistare passivamente, il desiderio di  saperne di più sui prodotti che metteva nelle buste della spesa.  Voleva eliminare gli imballaggi inutili, ma soprattutto si domandava quanto e perché fosse necessario buttare via così tanto?

 Tutte quelle parti che i libri di cucina dicono di scartare sono davvero da buttare via o sono solo più difficili da preparare?

Sperimentando, girando e confrontandosi con esperti di nutrizione, chef e amici Lisa ha scoperto che non solo queste parti sono commestibili, ma che in molti casi non hanno nulla da invidiare alle parti “nobili”. Da qui l’idea di Ecocucina.

Scarti, soprattuto vegetali, come foglie esterne di carciofo, gambi di asparagi, bucce, torsoli, baccelli e ogni cosa che, quotidianamente, finisce nella spazzatura. Un pizzico di creatività, oltre ai più usuali, buoni ingredienti: basta questo per preparare ottime pietanze.

Roma da Caput Mundi dell'umanità a Car City dei giorni oggi. I dati sul traffico capitolino è davvero preoccupante o meglio da record. Sono infatti 2 milioni e 800 mila le auto nella Capitale rispetto a 2 milioni e 700 mila abitanti. Quello che molti supponevano, ovvero che a Roma ci sono più auto che persone da oggi è realtà. Questo è solo uno dei dati allarmanti che vengono fuori dalla tappa romana del Treno Verde di Legambente. Nel suo viaggio da sud a nord il passaggio a Roma è stato importante per testare la qualità dell'aria e non solo.

Il traffico non solo è la principale fonte di inquinamento dell'aria capitolina, ma anche l'inquinamento acustico è decisamente oltre soglie accettabili sia nelle ore diurne che in quelle notturne. A Roma i monitoraggi, effettuati dal Laboratorio Mobile Qualità dell'aria di Italcertifer, sono stati effettuati in Corso Sempione, uno dei posti più trafficati di tutta la città. In 72 ore di rilievi sono stati registrati i valori di PM10, benzene raccogliendo informazioni sulle concentrazioni nell'aria di biossido di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo e ozono.

I volontari del Treno Verde hanno condotto anche un monitoraggio itinerante, passeggiando per le vie della città grazie a uno strumento, messo a disposizione da Italcertifer, in grado di rilevare in tempo reale le concentrazioni nell’aria delle polveri sottili, simulando, quindi, i livelli di inquinamento che si “respirano” muovendosi. L’esperimento è stato condotto dalle ore 11 alle ore 14 di giovedì 6 marzo da via Trionfale, passando per via dei Monfortani, via di Torrevecchia, via di Boccea, piazza Irnerio, via Baldo degli Ubaldi fino alla metro Valle Aurelia, facendo registrare tre medie orarie di PM10 pari 29 µg/m3 microgrammi al metro cubo nella prima ora, di 35 µg/m3 nella seconda e di 38 nella terza.
“Dall’inizio dell’anno l’aria a Roma e nel Lazio è stata per diversi giorni irrespirabile, fuorilegge per la concentrazione media delle polveri sottili PM10 – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente -. A partire da Frosinone Scalo dove la centralina dell’Arpa Lazio ha già registrato 40 sforamenti del limite delle polveri sottili, già oltre la soglia dei 35 superamenti annui stabilita dalla legge. L’inquinamento dell’aria resta uno dei principali problemi per la salute delle persone e per la salvaguardia dell’ambiente, a Roma come in tutt’Italia. Si tratta di una vera e propria emergenza da affrontare al più presto con una nuova capacità politica, non più basata su provvedimenti tampone, che punti su una mobilità sostenibile che renda protagonista il trasporto pubblico, la mobilità pedonale e ciclabile e il trasporto su ferro per ridurre il parco auto circolante, che nel nostro Paese raggiunge da sempre livelli da primato rispetto al resto d’Europa”. Dai rapporti redatti dal Comune di Roma, infatti, restano fortemente critiche le condizioni per i pedoni, nel 2012 risultano 56 morti (il 36% del totale dei decessi a Roma) e oltre 2mila feriti, con un aumento del 27% dei decessi rispetto all'anno precedente e una riduzione minima del numero dei feriti (-3%). Crescono i rischi anche per i ciclisti: per lo stesso anno di riferimento è aumentato il numero di veicoli coinvolti del 9%, passando dai 226 del 2011 ai 246 del 2012. Secondo una classifica redatta dalla facoltà di Ingegneria Civile di Roma 3, le strade con il più alto tasso di incidentalità sono la Colombo (978 incidenti dal 1 gennaio 2012 al 18 giugno 2013), via Casilina (930), via Prenestina (912) ed è poi altissimo il numero di vetture in circolazione: su 2 milioni e 700 mila abitanti vi sono 2 milioni ed 800 mila veicoli immatricolati, più di uno a testa, mentre a Londra con 7 milioni e mezzo di abitanti le vetture sono 3 milioni e Parigi, stessi abitanti di Roma, ha un milione di vetture.

In collaborazione con il laboratorio mobile di Ferrovie dello Stato Italiane, Legambiente e il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Mare la campagna Treno Verde è giunta ormai alla sua XXVI edizione. Il treno partito da Palermo ha toccato Cosenza, Potenza e Caserta prima di giungere nella Capitale. Da stasera sarà a Pescara per poi risalire lo Stivale e fermarsi ad Ancona, Verona, Milano, Varese e Torino.

L’ultimo Censimento Istat dell’Agricoltura ha confermato il ruolo centrale, per la Provincia di Lecce, dell’economia agricola e il suo indotto. Nel complesso la superficie agricola utilizzata dalle aziende agricole della provincia di Lecce corrisponde al 54,2% dell’intera superficie territoriale provinciale; le aziende agricole censite nella provincia di Lecce sono 71.060, corrispondenti al 4,4% del totale nazionale. Lecce è la provincia che registra il maggior numero di aziende sul totale regionale (26,1%). La manodopera femminile si attesta intorno al 41,2%, percentuale più alta rispetto alla media pugliese (36%) e nazionale (37,1%).

La complessa fase di trasformazione che oramai da alcuni anni interessa l’agricoltura ha condotto alla individuazione di nuovi obiettivi quali il mantenimento e la preservazione del paesaggio, la protezione dell’ambiente e la gestione durevole delle risorse; l’economia agricola si apre oggi a nuove sfide che orientano gli operatori, da un lato verso tecniche e tecnologie di miglioramento quali-qualitativo della produzione e massimizzazione della produttività e, dall’altro, verso il turismo ed i servizi ecocompatibili  che offrono, agli operatori agricoli, interessanti scenari competitivi e di miglioramento della redditività in un’ottica di sostenibilità.

La presenza femminile nel settore dell’agricoltura può ragionevolmente essere considerata una risorsa chiave all’interno delle sfide con cui il settore è chiamato a confrontarsi. Il ruolo delle donne nel mondo agricolo ha subito importanti modifiche di carattere qualitativo nel corso del tempo; in particolare, dalla metà degli anni ’90 le donne hanno dimostrato un rinnovato impegno e di essere molto attive nel migliorare la qualità del loro lavoro e delle aziende che conducono, all’interno di un panorama di profonda trasformazione. Il lavoro in agricoltura, infatti, non ha più come fine predominante quello della produzione ma vanno emergendo con insistenza temi quali la salvaguardia dell’ambiente, del territorio e la qualità degli alimenti.

In funzione del ruolo chiave della donna nelle prossime sfide che l’agricoltura si trova ad affrontare, la Consigliera di Parità ha condotto una indagine “donne e agricoltura in provincia di Lecce” per delineare il profilo delle donne salentine impegnate nel settore agricolo (in qualità di semplici lavoratrici e di titolari e/o socie di aziende agricole,) allo scopo di fotografare la situazione preesistente, di attenzionare l’esistenza di eventuali discriminazioni e/o disparità di genere, evidenziarne le tutele, al fine di  individuare e suggerire ai policy maker possibili spunti di miglioramento, in un’ottica di pari opportunità e valorizzazione della differenza di genere, delle politiche occupazionali, retributive, di job & enterprice creation e di conciliazione dei tempi di vita e lavoro.

Per questo, domani 28 febbraio presso il Carlo V di Lecce, la Consigliera di Parità della Provincia di Lecce Avvocato Alessia Ferreri partendo dallo scenario Europeo del settore dell’Agricoltura, passando poi a quello Nazionale e a quello Regionale presenterà la situazione provinciale con i risultati emersi dall’indagine.

L'iniziativa è promossa e organizzata dalla consigliera di Parità della Provincia Alessia Ferreri, con il patrocinio del Comune di Lecce, Ordine degli avvocati di Lecce, Ordine dei consulenti del lavoro di Lecce, in partnership con Cia, Copagri, Coldiretti, Ugl, Cisl,Cgil, Uil.

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