Diego De Cicco

Diego De Cicco

Si chiama Flavors Orchard ed è un eco quartiere ideato per il distretto cinese di Kunming in Cina. Presentato dall’architetto Vincent Callebaut con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica cinese su stili di vita più ecosostenibili, si tratta ancora di un’idea in fase progettuale, ma sicuramente molto innovativa e che potrebbe cambiare decisamente gli assetti della città del futuro. Ma di cosa si tratta? Il progetto prevede 45 ville definite passive, cioè capaci di produrre energia, grazie alla installazione di impianti fotovoltaici e turbine eoliche. Non solo: grazie ad una serie di sistemi automatizzati, l’energia prodotta dalle turbine eoliche e dal fotovoltaico, verrà reindirizzata non solo verso le case stesse, ma andrà ad alimentare anche le auto elettriche della città (le uniche ammesse nell’area urbana).

Tutto ciò letteralmente immersi in frutteti e giardini che hanno lo scopo non solo di aumentare il verde ma soprattutto di produrre il cibo necessario al proprio sostentamento. Delle vere e proprie urban farm, quindi: in questo modo si cerca di integrare città e campagna con lo scopo di arrestare l’esodo verso le campagne a cui si sta assistendo in questi ultimi anni in Cina.

Le ville progettate sono di tre tipologie: la Villa Mobius, la Villa Mountain e la Villa Shell. La prima ha una struttura a forma di nastro con un tetto verde, che contiene camere da letto, bagni, uffici, biblioteche e sale giochi. La Mountain ha una forma a cupola concepita per seguire il percorso del sole. La Villa Shell invece, a forma conica, si appoggia su pilastri in acciaio e supporta turbine eoliche. 

Il cambiamento climatico rappresenta una delle maggiori sfide che l’uomo deve affrontare. Purtroppo siamo ancora impreparati ad affrontarli. Ad affermarlo uno studio internazionale pubblicato su Climate Change Letters a cui ha collaborato anche l’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Finanziato dal programma multidisciplinare europeo COST TU0902, lo studio si è posto l’obiettivo di analizzare gli strumenti elaborati e attuati da 200 città medio-grandi in 11 stati europei per fronteggiare i cambiamenti climatici.

Si tratta del primo studio di questo genere in quanto non si basa su criteri di autovalutazione (questionari o sondaggi sociali) bensì su un’attenta disamina dei documenti programmatici e di pianificazione strategica adottati a scala urbana. Se la situazione in Europa non è certamente delle migliori, in Italia è ancora peggio: su ben 32 città analizzate solo una, Padova, può vantare un piano di adattamento.

“Abbiamo analizzato gli strumenti elaborati e attuati da 200 città medio-grandi in 11 stati europei, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna”, hanno spiegato le ricercatrici Cnr. “Le aree urbane hanno un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi dell’Unione Europea in tema di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, in particolare dai target fissati dalla “Energy Roadmap 2050” che tra l’altro prevedono la riduzione dell’80% delle emissioni europee di gas serra entro il 2050 per evitare l'aumento della temperatura media globale di 2° C rispetto ai livelli pre-industriali”.

La gran parte delle città europee sono lontane dal fronteggiare le nuove sfide poste dal cambiamento climatico. “Il 35% non ha provveduto a redigere alcun piano di adattamento né di mitigazione e appena un quarto si è dotato di entrambi, il 72% ha solo il piano di mitigazione e nessuna ha prodotto solo quello di adattamento”, hanno affermato le ricercatrici del cnr. Ma vediamo più nel dettaglio la situazione nel vecchio continente: il primato spetta al Regno Unito con ben il 93% delle 30 città analizzate con un piano di mitigazione, contro l'80% di quelle olandesi e tedesche, il 56% di quelle italiane e il 43% delle città francesi. Anche per quanto riguarda l’adattamento, si distingue la Gran Bretagna con 24 città, contro 13 su 40 città tedesche e 5 su 26 spagnole. La più virtuosa è la città di Groningen (Olanda) che punta a ‘zero emissioni’, anche attraverso l’incremento di fonti rinnovabili e la piantumazione di nuovi alberi, già nel 2025 in anticipo sul previsto traguardo del 2050.

Nonostante l’impegno di molte città, l’Europa è ancora lontana dal raggiungimento dell'80% entro il 2050 previsto dall’Energy Roadmap 2050.

Maltempo fa rima, purtroppo, con dissesto idrologico. Quando si parla di maltempo, infatti, torna in auge puntuale come sempre il problema del dissesto idrogeologico. Il rischio idrogeologico è fortemente condizionato dall’azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano, aumentando l’esposizione ai fenomeni e quindi il rischio stesso.

Ma com’è la situazione del nostro territorio? A farci una fotografia della fragilità dello Stivale è “Ecosistema Rischio 2013”, il dossier annuale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile che ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali italiane. E la situazione non è certamente positiva. “Sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, si legge nel rapporto, l’82% del totale e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni.

1.109 sono i comuni dove sono localizzate abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Nel 32% dei casi si tratta invece di interi quartieri. Per quanto riguarda i fabbricati industriali, nel 58% dei casi si trovano in luoghi dove non dovrebbero essere, con tutto quello che comporta, in caso di calamità, per la vita dei dipendenti ma anche per l’ambiente stesso nell’ eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Nel 18% dei comuni intervistati sono state costruite in aree a rischio strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive che commerciali.

Nel contempo, soltanto 55 amministrazioni hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e in appena 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.

 “Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.

Cambiamenti climatici e pacchetto clima-energia al 2030 dell'UE: questi i temi del convegno annuale di Kyoto Club, organizzato a Roma il 14 febbraio. La scommessa sulla sostenibilità del futuro passa necessariamente per la trasformazione delle città in smart city, non può che essere altrimenti, lo dicono i dati.
Le città sono responsabili del 45% dei consumi energetici e del 50% dell'inquinamento atmosferico, il 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane: le città del mondo accolgono ogni anno 60 milioni di persone in più e entro la metà del secolo più dei due terzi dell'umanità vivrà in città. Per questo trovare soluzioni innovative per la gestione e la crescita dei centri urbani diventa una necessità oltre che una sfida.
Oggi, diversamente rispetto al passato, il concetto di smart city viene percepito come un’unica cornice che capace di contenere tanti aspetti che fino a oggi sono stati affrontati separatamente. Si pensa alla città come a un insieme di reti interconnesse, quali la rete dei trasporti, la rete elettrica, la rete degli edifici, la rete della illuminazione, la rete delle relazioni sociali, la rete della pubblica illuminazione, dell’acqua e dei rifiuti. È l’integrazione di tali reti in un disegno coordinato a rendere possibile nuovi servizi, impensabili fino al decennio scorso, e aprire possibilità di trasformazione progressiva della città. L'elaborazione di una strategia, che tenga conto dei cambiamenti climatici e sia economicamente efficiente, condivisibile e accettabile dai cittadini, per le città attuali è in cima alla lista delle priorità di molti smart city planners.
Anche gli obiettivi UE al 2030 – con la proposta della Commissione europea di puntare entro quella data a una riduzione vincolante delle emissioni climalteranti del 40% rispetto ai livelli del 1990 – indicano che la strada è tracciata. Ora bisogna solo percorrerla a passi spediti e sicuri.

La LIPU – Lega Italiana Protezione Uccelli -  è una Onlus italiana che da anni si occupa non solo di volatili, ma della conservazione della natura e la promozione della cultura ecologica nel Paese. I servizi che svolge sul territorio sono molteplici, basti pensare che ogni anno dai volontari e operatori della Lipu vengono curati più di 20.000 animali selvatici in difficoltà, oltre alla gestione di 30 Oasi e Riserve.

La Lipu negli anni è diventata una delle associazioni più importanti per la cura e il reinserimento degli animali, non solo uccelli, nei loro habitat naturali. Attivismo e funzionalità che in ogni settore creano inimicizie e tensioni e purtroppo, è notizia  di pochissimi giorni fa,la cronaca ha dovuto occuparsi di un incendio doloso che ha distrutto il Centro visite dell’Oasi Castel Guido alle porte di Roma. L’incendio fortunatamente non ha fatto vittime tra gli animali, ma ha distrutto edifici, documenti e materiali dall’importante valore non solo morale. Considerando che poche giorni prima nel Centro aveva trascorso la notte un gruppo di ragazzi che operano nell’Oasi si comprende come questo atto intimidatorio avrebbe potuto avere conseguenze ancor più drammatiche.

Il gesto criminale non è servito a bloccare le azioni della Lipu che anzi rilancia organizzando per domenica 9 febbraio all’interno dell’Oasi Castel di Guido, dalle 9 alle 13, un incontro con tutti i frequentatori, i sostenitori, gli attivisti, i volontari e gli amici dell’Oasi. Durante la giornata saranno chiarite le pericolose dinamiche che si stanno sviluppando intorno a questa preziosa riserva di fauna e del territorio. L’incendio del mese scorso dimostra in maniera violenta e drammatica quali sono gli interessi illegali che minacciano l’ambiente e la sicurezza del centro alle porte di Roma a cavallo tra il XII e XIII Municipio. Durante la giornata sarà anche possibile effettuare una donazione per rimettere subito in sesto l’area e le strutture rase al suolo dall’incendio. La campagna di fund raising è attiva anche sul sito dell’associazione al link  http://bit.ly/1fKQRnh dove chiunque può inviare il proprio contributo.

Il  caso di Castel di Guido non frena le attività della Onlus, che in questi giorni continua nella raccolta firme per la petizione contro la cattura e detenzione di uccellini che vengono usati come vere “esche” dai cacciatori. In pratica piccoli uccelli come merli, allodole e tordi vengono tenuti in minuscole gabbie, in cui al buio perdendo di fatto la cognizione del tempo. Questa prigionia forzata e senza scrupoli è orchestrata al solo fine di usare i piccoli volatili, o meglio i loro canti,  come dei  “richiami vivi” per attirare uccelli loro simili e permetterne la cattura. La LIPU sta raccogliendo firme affinché questa pratica, oggi del tutto legale venga abolita.

Se dallo spazio si scattasse una fotografia, risulterebbe subito chiaro: l’Italia è uno dei Paesi a maggiore inquinamento luminoso e spreco energetico. Lo ha fatto, recentemente, l’astronauta italiano Paolo Nespoli, che, in orbita sopra la Terra, ha distinto nettamente la nostra penisola proprio per via dell’illuminazione notturna.
Si tratta di luci in molti casi inutili, dannose per l’ambiente e comunque insostenibile per un Paese come il nostro che non è dotato di importanti fonti energetiche.
A dare sostanza con i numeri a questa realtà è la recente ricerca svolta dall'Enea nell'ambito del Progetto Lumière, che ha l’obiettivo di promuovere l’efficienza energetica nel settore dell’illuminazione pubblica e in particolare favorire la riduzione dei consumi di energia elettrica degli impianti d’illuminazione dei Comuni. Risulta infatti evidente come l'illuminazione pubblica costi molto cara alle casse degli enti locali: complessivamente circa un miliardo di euro all’anno, vale a dire poco meno di 20 euro ad abitante. Secondo la Fire (Federazione italiana per l'uso razionale dell'energia http://www.fire-italia.it/), il costo dell'illuminazione pubblica si aggira fra il 15 ed il 25% del totale delle spese energetiche di un Ente locale, e può raggiungere il 50% di quelle elettriche.
A consumare il grosso dell'energia sono ovviamente i lampioni per l'illuminazione stradale, per i quali viene impiegato circa il 90% della cifra, il restante 10% va speso per i semafori. Spendiamo così molto più della Germania (consumiamo il doppio dell’energia dei tedeschi) e di altri Paesi industrializzati, quando basterebbero semplici tecnologie per abbassare drasticamente i consumi, con beneficio per le nostre tasche e per l’ambiente. Ad esempio impiegando alimentatori elettronici si riducono  i consumi di energia elettrica fra il 5 ed il 10%, mentre con l’installazione di riduttori di flusso si risparmia dal 15 al 30%. Abbassando il livello di illuminazione nelle ore in cui il traffico è più scarso si conterrebbe ancora di più la spesa.
Nella direzione di una sempre maggiore attenzione alla salvaguardia della salute e dell’ambiente va la  DGR 1688, l’ultima direttiva regionale in materia di Inquinamento Luminoso e risparmio energetico in applicazione della LR. 19/2003, recentemente approvata dall’Emilia Romagna.
La Nuova direttiva, sostituisce quella precedente e integra i contenuti della Circolare esplicativa delle norme, introducendo nuovi e importanti elementi finalizzati a una sempre maggiore attenzione alla salvaguardia della salute e dell’ambiente.
Per la prima volta in Italia in una legge regionale sull’inquinamento luminoso – che riguarda il settore dell’illuminazione esterna sia pubblica che privata -, le maggiori tutele richiamano i principi del Green Public Procurement.
L’inquinamento luminoso viene infatti definito come ogni forma di luce artificiale che si disperde al di fuori delle zone a cui è funzionalmente dedicata e se orientata oltre la linea di orizzonte È poi ora anche identificabile come quella luce artificiale che induce effetti  negativi conclamati sull’uomo o sull’ambiente ed è emessa da sorgenti, apparecchi, impianti che non rispettano la legge o la direttiva.
Sono tre le novità più importanti volte ad aumentare la salvaguardia per l’ambiente naturale (inteso come animali, piante e visione e conoscenza del patrimonio celeste).
Innanzitutto vi è un’estensione delle aree individuate come Zone di protezione:  si confermano le Aree Naturali Protette ed i Siti della Rete Natura2000 (SIC e ZPS) e si aggiungono anche i corridoi ecologici.
Vi è poi una riduzione del numero di Zone di protezione attorno agli osservatori, ed aumento dell’estensione della zona più piccola. Mentre nella vecchia normativa venivano attribuite 3 zone, la prima di 25 km attorno agli osservatori professionali, la seconda di 15 km attorno agli osservatori non professionali di rilevanza nazionale e regionale e la terza di 10 km attorno agli osservatori non professionali di rilevanza provinciale, con la Nuova direttiva sono confermate solo le due zone più estese, attribuendo pertanto quella di 25 km agli osservatori professionali (osservatori gestiti per lo più con fondi pubblici, dove è svolta attività professionale) e quella di 15 km a tutti gli osservatori non professionali (osservatori gestiti con fondi privati dove è svolta attività amatoriale), a prescindere dalla rilevanza territoriale.
Sono, infine, state introdotte delle limitazioni nell’uso del tipo di sorgenti: è permesso solo l’uso di  sorgenti luminose al sodio alta pressione.

Nella lunga catena della sicurezza alimentare anche i contenitori giocano un ruolo importante. E quelli in vetro rappresentano l’eccellenza. Impermeabili, chimicamente inerti, igienici, versatili, totalmente riciclabili rappresentano uno “scrigno” sicuro  per gli alimenti che contengono, anche perché costituiti da componenti naturali, come silice e calcio, e, soprattutto, perché sono in grado di preservare le sostanze nutritive degli alimenti. Nel 2013 i consumatori hanno premiato queste caratteristiche del vetro, tanto che la produzione di contenitori nei primi 10 mesi del 2013 ha ricominciato a crescere con un + 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ed ora anche una ricerca fatta su uno dei prodotti tipici del “made in Italy”, la passata di pomodoro, conferma la superiorità dell’imballaggio in vetro nella conservazione degli alimenti.

“L’imballaggio  - ha detto Giuseppe Pastorino, Presidente della Sezione contenitori in vetro di Assovetro - può rappresentare involontariamente un mezzo di contaminazione a causa della migrazione  di sostanze dal contenitore al contenuto, ma il vetro, grazie alla sua inerzia, garantisce la totale integrità del prodotto conservandone la qualità. Oggi questa caratteristica è tanto più importante in quanto la sicurezza alimentare è sempre ai primi posti nell’agenda dei consumatori”. 

La ricerca condotta dal Dipartimento di Scienze e Innovazione dell’Università del Piemonte Orientale ha studiato l’effetto che la conservazione in contenitori di materiali diversi ha sulle caratteristiche chimico-fisiche ed alimentari della tradizionale passata di pomodoro, mettendo a confronto la passata conservata in contenitori in vetro, in latta e in multistrato. Sono state analizzate sia le specie organiche che quelle inorganiche, con particolare attenzione alle vitamine (B1, B2, B5, B6, l’acido folico (B9) e ascorbico (C), il carotene, le specie anti-ossidanti (di cui la passata è particolarmente ricca) ed altre specie interessanti per le proprietà salutistiche (quercetina, epicatechina), nonché le specie che conferiscono alla passata il suo aroma caratteristico ed anche i contaminanti inorganici che potrebbero essere ceduti dai contenitori. La ricerca dimostra come la conservazione in vetro mantiene inalterate tutte le “cose buone” (vitamine e sostanze nutritive) che si trovano nella passata, e ciò può essere amplificato dal fatto che, visto che i contenitori sono trasparenti, i produttori potrebbero aver utilizzato un prodotto di migliore qualità. I campioni in lattina, in generale, mostrano un contenuto maggiore di stagno, ferro, probabilmente come risultato della migrazione dal contenitore, nonché di una serie di composti volatili. I campioni conservati in contenitori multistrato mostrano, invece, un contenuto molto inferiore di vitamine, soprattutto quelle molto importanti del gruppo B, e un contenuto maggiore di un gruppo di composti volatili.

La produzione di contenitori in vetro ha ricominciato a crescere nel 2013. Nei primi dieci mesi del 2013, infatti, la produzione generale dei contenitori in vetro (bottiglie, flaconi, vasi, casalingo) è stata pari a 3.036.510 tonnellate, registrando, rispetto allo stesso periodo del 2012, un incremento di circa il 3%.  All’interno del vetro cavo, la quantità di bottiglie per uso alimentare (acque minerali, vini, oli, ecc.) prodotta è stata pari a 2.596.258 tonnellate, con un incremento del 3,2% rispetto ai primi dieci mesi dell’anno precedente. La produzione dei vasi alimentari, che si è attestata su 191.665 tonnellate, ha registrato un incremento del 3% rispetto al periodo gennaio-ottobre 2012. Il comparto del casalingo (articoli per la tavola), con 123.878 tonnellate, ha evidenziato un aumento del 5,2% circa rispetto ai primi dieci mesi del 2012. In diminuzione, invece, la produzione della flaconeria per l’industria farmaceutica, cosmetica e profumeria (124.709 tonnellate), che registra nei primi dieci mesi del 2013 un - 4% circa rispetto allo stesso periodo del 2012.

Ancora una volta i fiumi esondano e ci si trova impreparati e increduli; ora è la volta della provincia di Modena, come della Liguria. Negli ultimi 60 anni 3660 persone hanno perso la vita a causa di frane e alluvioni e il costo complessivo dei danni a seguito di questi eventi è superiore ai 52 miliardi di euro. C’è stata una sequenza incredibile di eventi calamitosi che hanno colpito e continuano a colpire l’Italia in questi ultimi decenni. Il Polesine (1951), Firenze (1966), la Valtellina (1987), per passare da Sarno (1998) e Soverato (2000), Messina (2009), il Po (1994 de 2000), il Veneto (2010)  o la Lunigiana e Genova (2011) però si continua a “canalizzare” e cementificare i corsi d’acqua, a non garantire la manutenzione ordinaria  di sponde e argini, a impermeabilizzare il territorio e a “consumare suolo” al ritmo di oltre 90 ettari al giorno.

Alcuni organi di stampa riportano dichiarazioni che attribuirebbero la colpa agli ambientalisti che si oppongono agli abbattimenti delle nutrie (Myocastor coypus,- animali di origine sudamericana che vivono nella maggior parte dei corsi d’acqua del pianeta, ndr) che costruendo le tane lungo le sponde dei corsi d’acqua provocherebbero il franamento di argini e difese spondali, fenomeno tutto da dimostrare soprattutto lungo il bacino del Po e dei suoi affluenti dove gli argini sono generalmente “armati” con lastre di cemento e diaframmi che vanno nel sottosuolo fino a 10/20 metri per cui le nutrie difficilmente possono scalfirli, a meno che ci siano dei cedimenti non gestiti. 

In Italia vengono spesi circa 4 milioni di euro l’anno  per il contenimento di questo roditore per la realizzazione di recinzioni elettrificate, protezione meccanica degli argini attraverso l'uso di reti composite stese al suolo, piani di cattura e abbattimento gestiti dalle Province, molti dei quali realizzati da quelle della bassa padana (Mantova, Cremona, Reggio Emilia, Modena…); questi interventi sono generalmente poco efficaci soprattutto perché le Amministrazioni provinciali si muovono autonomamente senza alcun coordinamento vanificandosi a vicenda gli sforzi.
Il WWF non si è mai opposto al controllo della fauna introdotta, riconoscendo la presenza di specie estranee alla nostra fauna e alla nostra flora, come una delle più importanti minacce per la biodiversità ma il problema però non è trovare di volta in volta un capro espiatorio, ma è di avviare un governo del territorio.

Innanzitutto occorre dare applicazione alle Direttive europee su Acque (2000/60/CE) e alluvioni (2007/60/CE), istituendo le Autorità di distretto (previste fin dal 2006 dal Dlgs.152/2006), favorendo una diffusa azione di rinaturazione sul territorio e riattivando un’efficace manutenzione ordinaria; azioni che rispondono anche ai principi di un’adeguata politica di adattamento ai cambiamenti climatici.

Nei piani di intervento e di risanamento del dissesto idrogeologico, infatti, va tenuto in conto del fattore di aumento esponenziale del rischio rappresentato dall’aumento di numero e intensità degli eventi estremi provocato dal riscaldamento globale.

È fondamentale inoltre che la gestione e la manutenzione dei corsi d’acqua e del territorio risponda a criteri ecologici e naturalistici e non consideri meramente gli aspetti idraulici dei fiumi considerandoli dei semplici “tubi” in cui l’acqua deve scorrere il più velocemente possibile.

A tal proposito il WWF plaude per quanto, finalmente, è stato inserito nella recentissima legge di stabilità che finanzia "interventi di messa in sicurezza del territorio", destinando risorse per un ammontare complessivo di oltre 1,3 miliardi di euro ad "interventi immediatamente cantierabili" ed indirizzati prioritariamente "agli interventi integrati finalizzati alla riduzione del rischio, alla tutela e al recupero degli ecosistemi e della biodiversità e che integrino gli obiettivi della direttiva 2000/60/CE [...] e della direttiva 2007/60/CE [...]"; inoltre, vengono previste anche “misure che favoriscano la delocalizzazione in aree sicure degli edifici costruiti nelle zone colpite dall’alluvione classificate nelle classi di rischio R4 e R3 secondo i piani di assetto idrogeologico", ma soprattutto che "gli interventi sul reticolo idrografico non devono alterare l’equilibrio sedimentario dei corsi d’acqua e gli interventi di naturalizzazione e di sfruttamento di aree di laminazione naturale delle acque devono essere prioritari rispetto agli interventi di artificializzazione".

Il WWF Italia rilancia alcune proposte indispensabili per riappropriarci di un territorio che ha bisogno di regole, prevenzione, governo sostenibile, tra cui:

•          l’applicazione delle Direttive europee su acque e rischio alluvionale. L’Italia, infatti, non può più procrastinare l’applicazione delle Direttive “acque” (2000/60/CE) e “rischio alluvionale” (2007/60/CE) . Da anni, almeno dal D. lgs.152/2006, la questione è praticamente ferma alla conferenza Stato e Regioni e con essa è ferma l’istituzione delle Autorità di distretto idrografico;

•          la promozione di una diffusa azione di rinaturazione, che è certamente una via per contribuire seriamente alle politiche di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici; inoltre vi sono numerose possibilità per favorire interventi che possono coniugare interessi diversi ed evitare ulteriori spese allo Stato. 

•          La riduzione della vulnerabilità aumentando la responsabilità del singolo. E’ indispensabile promuovere una corretta informazione e  formazione per la popolazione esposta al rischio idrogeologico.

•          L’immediata applicazione di quanto contenuto nella legge di stabilità 2014 riguardo soprattutto agli “interventi di naturalizzazione e di sfruttamento di aree di laminazione naturale delle acque” che “ devono essere prioritari rispetto agli interventi di artificializzazione”

Non sono ancora definitivamente passate di moda, ma sempre più marchi e aziende ne prendono le distanze. La pelliccia cosiddetta "naturale", ovvero di origine animale, non implica soltanto indossare animali morti, che perlopiù subiscono trattamenti atroci per essere sfoggiati in questa forma.
Anche in fase di lavorazione, infatti, implica trattamenti chimici con sostanze tossiche, che possono rimanere in forma residua sul capo indossato, oltre ad essere causa di elevato impatto ambientale durante le fasi di alimentazione e gestione degli animali in allevamento, così come per la manutenzione e pulizia del capo finito e indossato.
Per accrescere la sensibilità sulla questione è nato lo standard internazionale 'Fur Free' - che in Italia è coordinato dalla LAV (Lega Anti-Vivisezione) -, che fa sì che sui capi di abbigliamento in eco-pelliccia venga applicato, il cartellino "Fur Free Company", che permetterà ai consumatori di identificarli facilmente.
Ha appena aderito all'iniziativa Miniconf, azienda toscana di abbigliamento per bambini che continua nel suo impegno nel promuovere la moda sostenibile e dice addio per sempre alle pellicce di origine animale. In particolare l'azienda ha scelto di utilizzare prodotti tessili alternativi: in commercio esistono materiali (fibre sintetiche ma anche vegetali) che replicano con estrema accuratezza la pelliccia vera, assicurando anche una filiera produttiva più ecologica, come dimostrato dagli studi di LCA (Life Cycle Assessment) pubblicati dalla LAV nel 2011 e 2013.
"Una scelta di grande valore etico", commenta Simone Pavesi, responsabile LAV 'Campagna Pellicce', "che offre a Miniconf la possibilità di collaborare con la "Fur Free Alliance", la coalizione internazionale delle principali associazioni impegnate contro lo sfruttamento degli animali per la loro pelliccia, rappresentata in Italia dalla LAV. Con l'adesione allo standard, Miniconf è stata così inserita nell'elenco delle aziende virtuose e pubblicato sul sito tematico della LAV www.nonlosapevo.com e sul portale www.furfreeretailer.com".

Da tutto il mondo non fanno che arrivare appelli indignati per bloccare la cattura e mattanza di delfini nelle acque del Giappone. In  Italia l’Ente nazionale protezione animali (Enpa) ha presentato un appello al ministro degli Esteri Emma Bonino affinché anche il governo italiano faccia sentire la sua voce sulla questione.

Il detonatore che ha fatto scoppiare l’indignazione mondiale si è avuto nei giorni scorsi per la mattanza che si è consumata nella baia di Taiji, città del Giappone, dove ci sono oltre 250 i delfini catturati in maniera del tutto barbara.

La protezione animali dichiara ''Il mondo intero sta protestando contro questa ennesima mattanza, attori e personaggi della cultura e dello spettacolo stanno esprimendo il loro disappunto e il disgusto per questa pratica tanto barbara quanto incivile, da Yoko Ono ai report di tutti i principali telegiornali dagli Usa all'Australia'' chiedendo appunto che anche il nostro Paese prenda posizioni in merito.

A difesa dei mammiferi acquatici si è schierata anche l’ambasciatrice americana a Tokyo, Caroline Kennedy, che attraverso il suo profilo twitter dichiara ''Sono profondamente preoccupata per la disumanità dell'azione della caccia. Il governo degli Stati Uniti si oppone alla caccia dei delfini'', ha scritto su Twitter la figlia dell'ex presidente Usa John Fitzgerald Kennedy.

Ogni anno in Giappone la caccia dei delfini si ripete pressoché puntuale e sistematicamente la Sea Shepherd Conservation Society, associazione animalista che combatte da anni la caccia alle balene per uso scientifico, riporta i dati della carneficina. Secondo l’associazione sono stati strappati al mare più di 250 delfini nella baia di Taiji, tra i quali vi era un rarissimo cucciolo di femmina albina.

La baia giapponese da secoli pratica questa caccia. Le attenzioni internazionali si sono amplificate in seguito al documentario “The Cove”, vincitore dell’Oscar 2009, nel quale si racconta il sistematico massacro dei delfini durante il periodo della caccia.

In questi giorni il mondo della rete si è attivato facendo rimbalzare su siti e social network le foto dei delfini braccati e uccisi. Sea Shephard ha lanciato l’ashtag #tweetfortaiji con il quale si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale ad intervenire per poter evitare questo sistematico massacro. Dei delfini catturati la gran parte finirà sulle tavole, con il rischio di salute per l’uomo in quanto sono stati rilevati altissimi quantitativi di mercurio, mentre altri esemplari finiranno per essere attrattive in parchi acquatici.

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